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Culture, Produzione culturale e artistica, Filosofia

“From slaveship to spaceship”. Sanare il passato e conquistare il futuro

Bernardo Oliveira, copertina di: “AFROFUTURISMO Cinema e Música em uma Diáspora Intergaláctica”, Sao Paulo.

Il racconto esplora la simbologia dell’acqua nel panorama dell’Afrofuturismo, un complesso fenomeno culturale che privilegia le narrazioni afrocentriche. Con la fantascienza, le popolazioni africane e della diaspora, derubate tanto del proprio passato (cancellato nel Middle Passage) quanto del proprio futuro, si riappropriano della loro stessa storia.

Ostaggi di una pandemia che ci confina in una condizione di isolamento e incertezza senza precedenti, riconosciamo che “sia la scienza, sia la fantascienza ci avevano ben preparati” (dall’introduzione di Thinking Through the Pandemic: A Symposium), fornendo un repertorio di simulazioni a cui possiamo attingere, ora, per immaginare un futuro post-Covid. E mentre il virus, a torto definito il “killer delle pari opportunità” (Chattopadhyay 2020), rende le sue vittime preda di una sindrome respiratoria, l’ultimo grido di George Floyd “I can’t breathe” propone analogie disarmanti tra gli effetti della violenza del virus e quelli della violenza bianca contro gli afroamericani.

Non ci sorprende, allora, che in questo momento storico sia la fantascienza afro-americana il genere più frequentato nelle arti e nelle letterature. Trasformatosi in uno dei fenomeni culturali globali più significativi per l’esplorazione estetica e politica del panorama nero contemporaneo, l’Afrofuturismo è una forma di narrativa speculativa che “tratta temi afro-americani e affronta le preoccupazioni afro-americane nel contesto della tecnocultura del XX secolo” (Dery 1994). Rifiutando i paradigmi occidentali predominanti, le prime narrazioni di scrittori (come Samuel R. Delany, Octavia E. Butler e Steve Barnes) rispondono, a partire dagli anni Settanta, a una duplice urgenza: da una parte dare voce a soggettività sottorappresentate o cancellate dalla Storia, dall’altra facilitare una rottura epistemologica nei confronti delle matrici dell’Umanesimo antropocentrico (Attimonelli 2020). Combinando miti antichi con elementi di fantascienza, fantasy, horror, realismo magico e cosmologie non occidentali, e facendo leva sul ribellismo controculturale, queste narrazioni sono un mezzo che “proietta le persone di discendenza africana nel futuro, in una dimensione dove il concetto di razza non è altro che una creazione” (Womack 2013).

Il raccordo tra un passato storico da sanare e un futuro (non più utopico) da conquistare è rappresentato dalla metafora della nave: “from slaveship to spaceship”, dalle navi che trasportavano gli schiavi africani nelle Americhe alle navicelle che trasportano gli alieni, perché da sempre gli afroamericani hanno rappresentato l’alterità, il non umano mostruoso e spaventoso. La storia di quella traversata nell’oceano (Middle Passage) viene ri-narrata amplificando memorie di una collettività derubata tanto del proprio passato quanto del proprio futuro. L’acqua, pertanto, è simbolo privilegiato, ancorato a un’estetica del fluido che richiama un immaginario visivo in cui l’archetipo della corporeità (femminile) è centrale: dal liquido amniotico al sangue, dal sudore alle lacrime, rievocando la violenza del passato (e del presente, basti pensare alle migrazioni contemporanee) ma anche la promessa ri-generativa di un futuro possibile.

La “svolta acquatica” dell’Afrofuturismo si delinea negli anni Novanta con la musica visionaria e postumana di un duo electro di Detroit, i Drexciya, che crea un mondo parallelo nelle profondità dell’oceano dove si dà voce a spiriti acquatici (gli schiavi gettati in mare dai negrieri) e fantasmi urbani (i loro discendenti, gli invisibili di una Detroit violenta). Così come racconta Toni Morrison in Amatissima (Beloved, 1987), c’è anche chi preferisce perire in mare piuttosto che subire le atrocità della schiavitù. Tra questi, narra la leggenda, anche donne incinte che partoriscono negli abissi e le cui creature anfibie, che inaugurano una razza mutante, sono salvate dagli antichi popoli delle profondità. Un’epica sottomarina, insomma, che recupera sia la storia delle donne africane, stemperata nell’acqua dell’Atlantico e infine cancellata, sia il mito cosmogonico dell’acqua della vita, declinato secondo paradigmi indigeni. Questo empowerment delle donne africane o di discendenza africana prende corpo nella fiction di scrittrici femministe quali Nnedi Okorafor (Lagoon, 2014), nel cortometraggio Pumzi (2009) di Wanuri Kahiu o nel video The End of Eating Everything (2013) dell’artista keniota Wangechi Mutu.

Nota:
Devo il titolo dell'intervento a Lorenzo Montefinese su roots-routes.org.

Bibliografia
Banerjee, Anindita and Sherryl Vint. “Introduction” to “Thinking Through the Pandemic: A Symposium.” Science Fiction Studies, 47. 3 (2020): 321-323.
Chattopadhyay, Bodhisattva. “The Pandemic that was Always Here, and Afterward: From Futures to CoFutures.” “Thinking Through the Pandemic: A Symposium.” Science Fiction Studies, 47. 3 (2020): 338-340.
Dery, Mark. “Black to the Future: Interviews with Samuel R. Delany, Greg Tate, and Tricia Rose.” Flame Wars: The Discourse of Cyberculture, Durham: Duke University Press,1994. 179-222.
Attimonelli, Claudia. “L’Afrofuturismo e la crisi dell’Umanesimo: prospettive recenti, visioni attuali e linguaggi futuri in Kodwo Eshun, John Akomfrah e nella musica techno.” Echo. Rivista interdisciplinare di comunicazione, 2 (2020): 98-109.
Womack, Ytasha L. Afrofuturism: The World of Black Sci-Fi and Fantasy Culture. Chicago: Lawrence Hill Books, 2013.
Russ, Joanna. “The Image of Women in Science Fiction.” Images of Women in Fiction: Feminist Perspectives. Edited by Koppelman Cornillon S. Bowling Green: Bowling Green University Press, 1972, pp. 79-94.


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