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Culture, Produzione culturale e artistica, Filosofia

Svelare la finzione dell’autoritratto nell’ottica di un nuovo realismo

Egon Schiele, Autoritratto, 1912

"Io è un altro" scrive Rimbaud nel 1871 anticipando il frammentarsi dell’identità che avrebbe caratterizzato il '900. È una graduale presa di coscienza che scardina il realismo ottimista dell’800 per aprire la strada a un nuovo realismo che, nella narrazione di sé, prevede l’invenzione, consentita ma anche imposta dallo stesso processo creativo.

La mia attività di ricerca si colloca lì, sull’orlo della voragine che si è creata tra la fiducia serena e ottimista nella conoscenza di sé del soggetto narrante e la sua scoperta progressiva di un fatto clamoroso e incontrovertibile enunciato in modo sibillino e insieme luminoso da Arthur Rimbaud quando scrisse: “Io è un altro”. Un’affermazione che svelò quanto illusorio fosse credere nell’unità monolitica e individuale della coscienza, anticipando il frammentarsi dell’identità che avrebbe caratterizzato il Novecento, era del sospetto come mai altre prima, in virtù del nuovo rapporto venutosi a creare tra l’Io e il mondo, in seguito alla caduta dei valori forti. "Dio è morto", ha riassunto Nietzsche. L'Io si trova da solo, di fronte al mondo, proprio perché è stato abbandonato dalla divinità.

La consapevolezza della divaricazione inevitabile tra ciò che si vive e il racconto che se ne fa per scritto nasce con Flaubert, in Madame Bovary, nel 1957, e prende corpo con La recherche di Proust, per poi amplificarsi e diventare piena nei decenni successivi, e in particolare nel salto che collega le avanguardie storiche ai movimenti di neo-avanguardia degli anni Sessanta e Settanta. La presa di coscienza avviene gradualmente, a mano a mano che si scopre quanto fossero inaffidabili i dogmi della rappresentazione e dell’espressione su cui si era basato il realismo ottocentesco nel proclamare le potenzialità mimetiche della scrittura, nel ritenerla atta a riprodurre la realtà esterna come se il foglio di carta fosse una sorta di specchio, uno specchio portato lungo il cammino, per usare la definizione di romanzo in cui aveva creduto Stendhal.

Insomma è a partire dallo scardinamento delle vecchie certezze che si fa strada poco alla volta il nuovo realismo, quello che ha smesso di avere fiducia nella fedeltà del ritratto rispetto all’originale, per aprirsi all’invenzione di sé che il processo creativo da un lato consente, d’altro lato impone. Roland Barthes ha dimostrato, attraverso la scrittura, che neppure la fotografia è mimetica rispetto al reale, e che è a sua volta finzione: a partire dal momento in cui chi realizza lo scatto sceglie tra le infinite possibilità del possibile.

Il valore euristico del procedimento, ovvero la sua capacità di attingere a dimensioni ignote e nascoste e di portarle alla luce per l’autore stesso dell’autoritratto, è quanto Flaubert, Rimbaud, Proust, Breton, Céline, Robbe-Grillet, Sollers e alcuni altri re-inventori del soggetto hanno portato alla nostra conoscenza. È stupefacente che Leonardo da Vinci già lo sapesse molti secoli prima che la modernità, il suo tramonto, la fine della storia e la sua ripresa a partire dalle rovine della civiltà del progresso, lo rivelassero a noi. Prova lampante e inequivocabile il suo celebre Autoritratto, creazione di un’immagine di sé futura, prodotta dal movimento della mano sul foglio, dalla pulsione narrativa che svela al soggetto il suo divenire.


un racconto di

Gabriella Bosco
Dipartimento

Pubblicato il

28 maggio 2019

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