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Viaggiare attraverso i media. Cambierà il turismo dopo Covid?

Photo by Maarten Van Den Heuvel on Unsplash

Come sarà la nostra estate? Quali precauzioni da usare in spiaggia? Quando potremo tornare a viaggiare fuori Italia o addirittura in altri continenti? Tra le prime proposte e le molte incertezze si fa strada l’ipotesi di dare nuovo impulso a un turismo più locale ma anche di “viaggiare” grazie alla tecnologia. Così la post-medialità può facilitare un “nuovo” turismo post-pandemico, virtuoso paradigma ed evoluzione del post e fake tourism.

Sono 2 milioni gli Italiani che nel 2016 hanno condiviso immagini di vacanze mai realizzate. Se questo è segnale potenzialmente sconfortante come comportamento e preoccupante per l’economia di un settore strategico a livello globale, in una condizione post-epidemica potrà, in realtà, riassumere una valenza positiva. Ed è proprio questo che ci proponiamo di valutare con le nostre ricerche, integrando il punto di vista economico-aziendale e quello dei media, dell’audiovisivo e della relazione con la tecnologia.

Ragionevolmente, ciò che seguirà il dopo Covid-19 sarà un neolocalismo turistico, obbligato per limitazione di movimento e di risorse economiche, ma anche in linea con un’emergente responsabilità e sostenibilità, in una sorta di contributo post-crisi. Ecco allora emergere il valore della pre-esperienza, di una fruizione che forse oggi non è completa o completamente reale, ma che può stimolare e coltivare il desiderio di raggiungere la destinazione. Una sorta di virtual tour, non meno importante nell’alimentare il desiderio che accompagna il bisogno turistico.
Oggi la tecnologia sostiene infatti la nostra esigenza individuale e collettiva di concretizzare l’immaginario, per colmare l’assenza di alcune esperienze del mondo reale. Questo esaspera una tendenza in qualche modo innata nel turismo: appannaggio prima dei nobili, protagonisti del Grand Tour, accessibile poi agli industriali, che ne ripercorrevano - con tutt’altro spirito - luoghi ed esperienze grazie al surplus generato dalla loro attività di impresa e infine anche alla portata della classe lavoratrice, è forse uno dei fenomeni imitativi più evidenti. Oltre al bisogno di viaggiare, il turismo soddisfa un’esigenza di emulazione di soggetti o classi sociali a cui si guarda come riferimento, modello o traguardo. Ciò vale anche oggi: la upper class è sostituita dall’influencer, la possibilità pressoché infinita di spostarsi viene limitata a una selezione di mete riconosciute e riconoscibili, la riproducibilità mediale delle esperienze di viaggio si circoscrive alla replica del già visto, già apprezzato, del noto e dunque accettato. Bisognerebbe chiaramente fare molte distinzioni, che già per sua natura opera il turista, il quale per definizione non accetta nemmeno tale etichetta, preferendo definirsi viaggiatore. Eppure non si è troppo distanti dalla desolante affermazione “Viaggiavo solo per far vedere […] dove ero andata” di Heidi Turner nell’iconica e iconoclasta serie South Park.

L’immersione nei media e la loro pervadente onnipresenza ci apre alla possibilità di vivere in una condizione ibrida, un andirivieni esistenziale che parte dalla realtà fisica per sprigionarsi nella virtualità e viceversa, in un continuo e ondivago annullamento del confine tra realtà e finzione. Diventa così meno importante distinguere se un’immagine sia rimando a qualcosa d’altro, perfino un falso, o se invece sia manifestazione di una potenzialità coinvolgente e affettiva che ci mette in contatto con ciò che ci mostra. In fondo, a volte, il nostro desiderio non è tanto il comprendere la falsità o meno di un medium, ma di godere di quell’immersione massaggiante e carica di emozioni.

E allora il comportamento riportato all’inizio è un fake-tourism? O, piuttosto, un post-tourism? La condizione tecnologica permeata nell’umanità ci facilita il compito di comprensione: la nostra immersione nell’immagine è così forte - ed essa è così attraente e paradossalmente tattile - che ci offre la possibilità di sentire e di vivere il nostro corpo in quella manifestazione iconografica. La tecno-immagine (3D, aumentata, in realtà virtuale…) ci avvolge e ci prefigura dei potenziali luoghi turistici, così come, per esempio, ci fa gustare con gli occhi i sapori della gastronomia di un luogo esotico, tradizionalmente una delle mete più desiderate dalla classe lavoratrice citata prima. Un’utenza che, con i media, può viaggiare ovunque e che, dopo il Covid-19, potrà sviluppare alternative alle difficoltà post-pandemiche. Così, su Twitter per esempio, gli utenti che postano immagini categorizzate dall’hashtag #CartolineDalMondo offrono alla community la possibilità post- di passeggiare nella piazza di una cittadina di provincia anche al tempo del Covid-19; oppure di sdraiarsi sulla spiaggia deserta del mare della Sardegna. O, ancora, di immaginare la prossima vacanza, immersi nella bellezza del proprio schermo e cullati dalla condivisione empatica di immagini create appositamente per ottenere una possibile, nuova, catartica riconoscibilità sociale. 

Questa storia di ricerca si trova in:


un racconto di
Damiano Cortese
Lorenzo Denicolai
DIPARTIMENTO / STRUTTURA

Pubblicato il

05 maggio 2020

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