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La Gestazione per altri: un dibattito che divide anche la comunità LGBTQI

In una puntata di Friends, Phoebe partorisce un figlio per conto di suo fratello.

L’ausilio tecnico nella riproduzione umana divide da sempre l’opinione pubblica. L’aumentare delle possibilità offerte dal progredire della tecnica alimenta un dibattito che, di volta in volta, vede coinvolte e contrapposte diverse fazioni. La pratica della gestazione per altri (GPA) in particolare ha diviso il mondo LGBTQI 

L’ausilio tecnico nella riproduzione umana continua a essere fonte di divisioni. Negli ultimi due decenni del secolo scorso a suscitare scandalo era la fecondazione in vitro. Poi, lo sconcerto era generato dalla donazione di gameti, allora chiamata fecondazione “eterologa”, aggettivo che, lessicalmente, indica l’unione tra individui di specie diverse e non di persona diversa dal coniuge. L’uso improprio può essere stato favorito dalla paura atavica di un “adulterio artificiale”, che è stato prontamente escluso dalla legge 40/2004, altrimenti chiamata legge Berlusconi-Ruini. Questa ha consentito la fecondazione assistita solo come rimedio all’infertilità accertata e non altrimenti trattabile. Cioè a dire, la natura rimane la norma, e la tecnica non sostituisce il processo naturale, ma può solo ripararne gli eventuali difetti nei modi a essa conformi, ossia evitando ogni donazione dall’esterno. Sul piano sociale le misure repressive adottate hanno anche avuto un certo successo, perché la pratica è stata trasferita all’estero. Il carico di sofferenze è stato enorme e i costi economici altrettanto pesanti, ma i governanti non si stancavano di ripetere con soddisfazione frasi rassicuranti analoghe a “la pace regna a Varsavia!”.

Non appena la Corte costituzionale nel 2014 ha dato un grosso colpo all’opera di smantellamento della legge Berlusconi-Ruini, è come se il ghiaccio che bloccava l’Italia si fosse sciolto e una corrente portasse alla superficie nuove pratiche riproduttive. Prima tra queste è stata la GPA, acronimo per “gravidanza (o gestazione) per altri”, che la stampa a volte indica con “utero in affitto”: espressione che per alcuni è fuorviante e inaccettabile perché sin da subito trasmette un giudizio di disvalore, mentre per altri è corretta e ineccepibile proprio perché evidenzia il ribrezzo che essa suscita e che dovrebbe continuare a suscitare; questi ultimi spesso invocano il divieto penale universale di questa pratica ovunque nel mondo perché si tratta in ogni caso di mercificazione del corpo della donna (salvo che in casi eccezionalissimi, come quando capita tra sorelle, la GPA si ridurrebbe sempre a uno scambio di denaro mascherato sotto la formula del "rimborso spese"). Chi, invece, propone la GPA solitamente ritiene che, se adeguatamente regolamentata, la pratica possa anche essere positiva, perché rispetta la libertà delle persone e consente la genitorialità a coppie di padri.

Forse per via del dibattito sulla legge Cirinnà sulle unioni civili, approvata nel 2016 senza la “stepchild adoption”, o forse per via di un vento internazionale, a partire dal 2015 nel mondo LGBTQI italiano i contrasti sul tema sono diventati incandescenti. Nei primi mesi del 2018 un’Associazione storica come Arcilesbisca si è scissa tra posizioni più libertarie e l’abolizionismo della GPA e anche alcuni Gay Pride hanno risentito della tensione. In comunità come questa, che raccoglie minoranze discriminate, dove si tende a far fronte compatto per difendere le proprie istanze, una frantumazione del genere è indice di quanto il tema sia profondamente divisivo.
Il fascicolo n. 2-3/2018 di Bioetica. Rivista interdisciplinare ha raccolto oltre 100 documenti che rendono conto del dibattito intercorso. Si tratta di un contributo che la bioetica cerca di dare per tornare a riprendere le fila e consentire una maggiore comprensione di ciò che è realmente capitato al di là del tumulto del momento.

Questa storia di ricerca si trova in:


un racconto di
Maurizio Mori
DIPARTIMENTO / STRUTTURA

Pubblicato il

01 aprile 2019

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