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Epidemiologia, Terapie e Politiche sanitarie

Farmacologia di genere: gli effetti collaterali preferiscono le donne

Illustrazione: Thomas Fuchs

Femminile. Ma non è femmina. È la farmacologia, scienza che studia i farmaci, i quali, per la maggior parte fino ai primi anni '90, sono stati testati soltanto su individui di sesso maschile. E le donne? A parte le patologie unicamente femminili, sono tagliate fuori dalla sperimentazione.

Analgesici. Antidepressivi. Antinfiammatori. Ne facciamo largo uso. Generici o di marca, purché funzionino, curando i disturbi legati all’età o quelli che ci portiamo dietro dalla nascita. Anche se a volte, il rischio, pur a dosaggi adeguati, può essere la comparsa di qualche effetto collaterale inatteso. Soprattutto nelle donne. Già, nelle donne. Perché?

Uomini e donne possono assumere oggi i medesimi farmaci con lo stesso profilo di sicurezza? La risposta è no. Un dato per tutti: in uno studio inglese condotto su circa 20mila pazienti si è evidenziato come il 59% dei ricoveri ospedalieri per reazioni avverse a farmaci fosse di individui di sesso femminile. Gli effetti collaterali, in sostanza, preferiscono di gran lunga le donne. La spiegazione è da ricercare nel cosiddetto “bias di genere”, fortissimo in passato, ancor oggi, purtroppo, molto presente. 
Negli studi di sperimentazione dei farmaci, cioè nelle fasi che ne precedono la commercializzazione, permane, infatti, una scorretta metodologia operativa, basata sull’esclusione delle donne dalle analisi sperimentali. Si parte dall’assunto che uomini e donne, oltre la sfera sessuale, siano uguali e dunque non occorra testare il farmaco in base al genere. Escludere le donne dai test semplifica l’analisi, peraltro, garantendo un campione omogeneo: le donne hanno il ciclo mestruale, partoriscono, allattano, assumono contraccettivi per via orale, vanno in menopausa. Un iter che rende la loro vita molto variabile e, perciò, difficile da inquadrare. Studiare un farmaco su un campione costituito da individui di sesso maschile, razza causcasica, di età media, sui 70 kg di peso è di gran lunga più semplice. Eppure, secondo l’Istat, le donne si ammalano di più, usano di più i servizi sanitari e consumano più farmaci, associandoli, peraltro, più frequentemente.

Sarebbe dunque necessaria la partecipazione delle donne agli studi di sperimentazione dei farmaci perché una ricerca condotta soltanto sugli uomini restituisce una visione parziale in termini di sicurezza ed efficacia delle terapie. Negli ultimi anni, secondo le recenti indicazioni dell’Agenzia Italiana del Farmaco e del Ministero della Salute, si è osservato un miglioramento. Sta cominciando un parziale arruolamento di pazienti di sesso femminile nei nuovi studi, ma molti dei farmaci di largo consumo, testati in passato soltanto sugli uomini, continuano a non rendere facile la cura di molte patologie nelle donne. Moltissimi gli esempi, dall’aspirina agli antipertensivi: funzionano meglio negli uomini, regalando spesso tossicità inattese alle donne. Dati, o meglio, differenze alla mano, si suppone che in alcuni casi il farmaco possa avere addirittura un meccanismo d'azione diverso nei due sessi. Un’analisi di genere, dunque, è condizione necessaria per arrivare all’equità di cura. Finché ciò non avverrà le donne continueranno a essere relegate a trattamenti in parte approssimativi e, per certi versi, poco appropriati.


un racconto di

Silvia De Francia
Dipartimento

Pubblicato il

12 marzo 2019

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