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Una voce nel buio di una cella: narrazioni postcoloniali dalle prigioni

Questo contenuto fa parte del tema del mese: Prigioni

Sono molti gli autori e le autrici di paesi ex colonie inglesi, ma non solo, che raccontano di prigioni. Nel buio di una cella, dalla Libia al Myanmar, risuonano le voci dissidenti sottoposte alla privazione delle libertà, in nome della punizione e del controllo totale da parte di regimi totalitari e brutali.

Nella letteratura anglofona, soprattutto nei testi di autori e autrici dalle ex-colonie, le prigioni sono un topos tanto ineludibile nella sofferenza quanto simbolico nella resilienza. In questi testi si raccontano traumi e violazioni di diritti civili e umani, che portano a riflettere sul ruolo fra potere e individuo nelle società. Un esempio sono i sette anni di carcere ripercorsi in Le veritiere confessioni di un africano albino (1984) di Breyten Breytenbach, militante contro l’apartheid.

All’interno di una cella ora vuota può risuonare la storia di chi vi sia vissuto anche in tempi lontani e risvegliare in chi rivisita quegli stessi spazi oggi un sentimento di estrema vicinanza e al tempo stesso la volontà di un capovolgimento e di una rottura con quel passato. 

Durante una visita al “Castello”, il Cape Coast Castle in Ghana, dove gli schiavi ammassati nelle segrete sotterranee morivano di morte atroce Bayo Akomolafe, filosofo e intellettuale yoruba, dopo essersi accasciato in lacrime in un anfratto buio e umido, si è ritrovato a intonare un gospel:
Wade in the water.
Wade in the water, children.
Wade in the water.
Don’t you know that God’s gonna trouble the waters.
Don’t you know that God’s gonna trouble the waters.

Il suo canto risponde al tentativo di cercare “una terza via, [...] che rompa con i binarismi, che sia dirompente e trasversale, [...] un dono di disorientamento per nuovi spazi di potere, di movimenti lenti degli arti.” Non solo: è un tentativo di “creare una zona protetta, ma anche sacra, nelle prigioni della “nerità” (neologismo, questo,  introdotto dalla traduttrice Gioia Guerzoni).

Prigioni sotterranee sono anche quelle dove è finito ed è stato inghiottito per sempre il padre di Hisham Matar. Nel suo toccante romanzo memoriale Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro (Einaudi 2017), Hisham Matar, scrittore libico, nato a New York ma esule a Londra, ricostruisce l’arresto di suo padre e dei suoi familiari, considerati dissidenti e detenuti nel carcere di Abu Salim, durante il regime di Gheddafi:

"In quei giorni, zio Mahamoud, zio Hmad e i miei cugini Saleh e Ali scoprirono di essere tutti rinchiusi lì dentro. Trovandosi nella stessa sezione, potevano sentirsi. – La nostra ala era piena, - mi ha detto zio Mahamoud, - ma nell’ala dirimpetto non c’era nessuno. Nessun movimento. Solo di tanto in tanto una porta che si apriva e si chiudeva. Qualcuno c’era. Chi, nessuno lo sapeva. Dopo sette giorni l’abbiamo sentito. Ogni sera, quando sulla prigione calava il silenzio, recitava poesie fino a notte fonda. Le poesie avevano una forma specifica, molto popolare ad Agedabia, spesso usata nelle elegie per la sua dolente ripetitività. Era la voce di un uomo anziano. Lo ascoltavamo ma non sapevamo chi fosse. Un giorno, ha chiamato il mio nome. Ho risposto chiedendogli chi era. “Non mi riconosci?”, ha detto. E io: “No”. Non ha più parlato. […] Ali ha gridato “È zio Jaballa”. " (p. 49)

Come il canto di Akomolafe, la voce umana abita i corridoi del carcere e diventa per i detenuti unico appiglio di riconoscimento reciproco, di presenza, di speranza. Poi, più nulla, il silenzio e la scomparsa: “Mio padre è morto ed è anche vivo. Non possiedo una grammatica per lui”, scrive l’autore. 

La scomparsa del padre non ha dato pace a Hisham, che non ha mai smesso di cercarlo, fino a commuovere bambini di ogni dove, che gli mandano biglietti e cartoline di solidarietà ed empatia, ancora prima di diventare un “caso” politico e letterario internazionale per aver reclamato a gran voce e con coraggio il diritto alle verità di stato e lo svelamento della necropolitica. Una politica segnata da una crescente diseguaglianza sociale, militarizzazione, terrore e l’insorgere di movimenti e governi oltranzisti che erodono i principi e i valori democratici (Mbembe 2016). 


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Anche Maaza Mengiste, scrittrice etiope ora residente a New York, acclamata sin dagli esordi, nel suo romanzo Sotto lo sguardo del leone (Einaudi 2025) affronta il topos della prigione:

"Quanti secondi? Quanti giorni? Quante settimane? Non c’era nulla che scandisse il tempo. […]
Nell’istante in cui l’ufficiale entrò nella cella, le luci si accesero. […] Hailu non ebbe tempo di pensare né di riprendere a contare perché fu sollevato dal letto e sorretto da mani ruvide. […] non reagì quando palmi callosi cominciarono a schiaffeggiarlo, una due tre volte. […] Il dolore lo piegò sulle ginocchia." (p. 231)

Nell’incertezza cronologica del carcere, che fa perdere ogni coordinata, è rinchiuso Hailu, un medico che ha soccorso una donna martoriata dalle torture, costretto poi a prendere decisioni difficili. 
In Etiopia il regime militare del Derg, instauratosi dopo la deposizione dell’imperatore Hailé Selassié nel 1974, governava col terrore. Gli anni 1976-78, noti come il Terrore rosso, furono i più cruenti, ma quel regime avrà fine solo nel 1991. “Questo libro”, scrive l’autrice nei Ringraziamenti, “è dedicato a chi ha dato la vita per il proprio paese, e a chi, in patria e all’estero, è sopravvissuto per mantenere vivo il sogno di un’Etiopia migliore”.

Spostandosi verso Est, anche la scrittrice Subangi Swarup in Latitudini del desiderio (Ponte alle grazie 2021), esplora le prigioni di Insein a Rangoon, capitale del Myanmar. Il prigioniero, Platone, è un giovane studente universitario, un maoista, arrestato e brutalmente torturato dai militari, che nei lunghi anni di detenzione, ridotto a “nuda vita”, trova sollievo al pensiero di una goccia di ambra dentro cui si cela un minuscolo geco fossilizzato

Non si tratta di un gioiello, bensì di un elemento caratteristico dell’ecosistema locale, frutto della pressione delle rocce, dei movimenti tellurici lungo la faglia sismica che attraversa la regione. Quell’oggetto diventa metafora dei movimenti politici studenteschi sviluppatisi, come quell’ambra, in ambienti sotterranei, in tempi e modi nascosti, che perseguivano prima l’avvento del comunismo e poi il raggiungimento della democrazia. 

Come ha affermato Salman Rushdie durante un’intervista alla BBC, la letteratura è opera di finzione, personaggi e situazioni possono essere inventati; tuttavia dice sempre la verità sulla natura umana, indipendentemente dalla tecnica narrativa adottata. Le prigioni sono una di queste verità agghiaccianti, e così pure la dissidenza, le dittature, la repressione, le violenze fisiche, la tortura, la violazione di diritti umani e civili, tutto ciò fa parte delle verità sulla natura umana, sul qui e ora del nostro tempo, di cui la comprensione profonda, però, è sempre più difficile anche a causa della caoticità del sistema mediatico, all’interno del quale occorre farsi strada evitando bugie e fake news.