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Collettivo di fabbrica Gkn
Collettivo di fabbrica Gkn

Per una nuova idea di fabbrica. Intervista al Collettivo di fabbrica Gkn

Questo contenuto fa parte del tema del mese: Lavoro

Il Collettivo di fabbrica Gkn è una struttura operaia creata dal basso nello stabilimento Gkn di Campi Bisenzio, in provincia di Firenze. Dal 9 luglio 2021, il giorno in cui 422 dipendenti vengono licenziati, il Collettivo di fabbrica diventa protagonista della lotta contro la delocalizzazione attraverso l’autogestione della fabbrica, un progetto di re-industrializzazione dal basso e il coinvolgimento di tutto il territorio. Ci facciamo raccontare di più da Alessandro, operaio ex-GKN del Collettivo di Fabbrica. 
 

La multinazionale britannica Gkn arriva a Campi Bisenzio (FI) nel 1994: qui per quasi trent'anni si sono costruiti componenti per automobili e mezzi agricoli. Nel 2018, però, lo stabilimento viene venduto a un grande fondo di investimento finanziario che nel 2021 decide di delocalizzare la produzione, cioè trasferirla dove la manodopera costa meno, e licenziare 422 dipendenti. 

Questo evento scatena la vostra protesta, ma fin da subito avete chiaro che il licenziamento è l’ultimo tassello di un processo più complesso che va oltre la singola impresa e anzi riguarda il futuro del nostro Paese. Perché è importante lottare contro le delocalizzazioni e per una nuova idea di fabbrica? 
Alcuni di noi sono stati assunti dalla FIAT e sono diventati operai nello storico stabilimento fiorentino di Novoli, dove ora sorge l’università. Negli anni ‘90 lo stabilimento fu spostato dov'è tuttora, nella zona industriale di Campi Bisenzio e in pochi anni fu acquistata da GKN e inglobata da Melrose. Questo è un passaggio importante, perché la nostra lotta parla soprattutto al territorio su cui insiste la fabbrica, e parla del suo futuro perché ne conosce la storia e l'importanza che ha avuto per chi ci ha lavorato. 

Come ex-FIAT siamo legati ad una fortissima tradizione sindacale: sono stati i vecchi sindacalisti a raccontarci dei comitati di fabbrica e degli scioperi in blocco. E noi stessi abbiamo portato avanti questo modo di lottare, tutti insieme, dipendenti e interinali, in modo collettivo e solidale anche verso le altre fabbriche; perché questi posti di lavoro non sono solo nostri e delle nostre famiglie, ma di tutta la piana fiorentina. 

Sono più o meno 4 anni che presidiate la fabbrica e che la tenete viva. Avete studiato e messo in atto un piano di 
re-industrializzazione dal basso iniziando a produrre la cargo-bike. Ci racconti cos’è e perché - come dite sul sito - è più di una bici?
Sì, abbiamo deciso di presidiare la fabbrica contro la speculazione immobiliare. L'assemblea permanente è iniziata proprio come "messa a disposizione" di lavoratori e lavoratrici alla ripresa della produzione, che fosse per merito di GKN, Melrose, del Governo o di un altro imprenditore. Dopo accordi mai rispettati, sentenze del tribunale del lavoro ignorate, tavoli ministeriali deserti, era chiaro che gli unici a voler reindustrializzare eravamo noi. Da qui il piano di re-industrializzazione dal basso: abbiamo elaborato 3 progetti, l'ultimo dei quali ha superato innumerevoli diligence tecniche industriali e di mercato. Questo progetto non è solo avanzato a livello industriale, ma anche sul piano della convergenza tra giustizia sociale e climatica, perché punta alla piena ri-occupazione delle persone licenziate prevedendo la transizione ecologica della fabbrica su due linee produttive: cargo bike e pannelli fotovoltaici custom. Le cargo bike segnano per noi il passaggio dalla mobilità fossile verso la mobilità urbana sostenibile. La linea del fotovoltaico comprende tutto il ciclo dei pannelli: produzione, installazione, rimozione e smaltimento. 

Attorno al Collettivo di fabbrica Gkn è nato un movimento di solidarietà che coinvolge il territorio, riunito sotto lo slogan Insorgiamo! Chi sono le persone che vi sostengono e cosa vi unisce, oltre alla preoccupazione per il destino dello stabilimento di Campi Bisenzio? 

La solidarietà che ci ha abbracciato fin dall’inizio è stata esplosiva e inaspettata, c’erano tutti: associazioni, cittadinanza, studenti, parrocchie, partiti di qualsiasi colore. In particolare è stato il territorio a stringerci a sé, a farci scudo contro la speculazione. 

Ad unire tutte queste persone sono stati vari fattori. Sicuramente molti si sono rivisti in noi, nella condizione di estrema precarietà che non garantisce il posto di lavoro nemmeno a chi ha un contratto indeterminato in una grande fabbrica storica e hanno visto che al centro della nostra lotta ci sono sempre stati gli operai e il territorio, senza spazio per il burocratismo. Chi è rimasto tutt'oggi non è qui solo per solidarietà, ma perché si riconosce in un immaginario collettivo che ha contribuito a costruire. 

Lungo il suo percorso, il Collettivo è mai venuto a contatto con il mondo della ricerca? Pensate possa essere utile alla causa aprire un dialogo anche con le Università? 
Certamente, lo stesso percorso di reindustrializzazione l’abbiamo sviluppato in dialogo con il mondo della ricerca. 

Il piano industriale è il prodotto delle intelligenze collettive di ricercatori e ricercatrici solidali di vari ambiti e dimostra come la conoscenza scientifica possa e anzi debba integrarsi con il sapere operaio, generando un modello produttivo sostenibile e democratico. 

Oggi più che mai tale cooperazione rappresenta la più concreta alternativa all’economia di guerra: una ricerca accademica che affronta i bisogni della società e del territorio, partecipando alla riconversione industriale orientata alla giustizia climatica e sociale.

Nell’ambito del movimento è nato anche il Festival della Letteratura Working Class, che conta già tre edizioni, tutte sostenute dal basso. In una situazione di crisi su tutti i fronti, perché incontrarsi e parlare di libri?
Il Festival della Letteratura Working Class è un presidio di cultura in tempi di crisi, che si tiene al presidio ex-GKN qui a Campi Bisenzio, grazie a case editrici (in particolare Alegre), autori e autrici indipendenti e internazionali. Incontrarsi e parlare di cultura significa resistere e contrapporsi a un sistema che licenzia in tronco centinaia di operai e che li guarda con sospetto perché “osano” avvicinarsi alla cultura. La lettura diventa spazio di contatto tra chi lavora in fabbrica e chi possiede altre competenze, rompendo la distanza sociale. In questo festival la working-class è al centro: è la classe operaia che scrive, è la classe operaia che legge. 

Scrivere e leggere libri che parlano delle nostre esperienze è la base di un immaginario culturale collettivo e alternativo, dove la cultura stessa viene ri-definita dalla classe operaia.