Una buona idea va condivisa. Intervista ad Andrea Gaiardo di Hackability
Hackability è un'associazione non profit, ma assomiglia a una tech-hub sociale. Nata a Torino nel 2016, unisce designer, artigiani digitali e persone con disabilità, che insieme progettano soluzioni personalizzate per superare qualsiasi tipo di barriera. Ogni progetto sviluppato, che sia un accessorio, un tutore o un software, viene rilasciato in open source e resta accessibile a chiunque. Anche le idee quindi possono essere donate? Ne parliamo con Andrea Gairdo, vicepresidente e coordinatore dell’Academy di Hackability.
Andrea, il cuore della vostra attività si basa sull'Hackability Thinking, un metodo che trasforma la progettazione in un processo creativo aperto e generativo. Come funziona e in che modo questo approccio riesce a far emergere bisogni che spesso restano invisibili?
L’Hackability Thinking nasce da un’idea molto semplice: le persone che vivono un problema di accessibilità non sono soltanto portatrici di un bisogno, ma anche di una conoscenza preziosa per immaginare e progettare soluzioni. Per questo ribaltiamo un approccio ancora molto diffuso, in cui qualcuno progetta per qualcun altro. Noi progettiamo insieme.
Mettiamo attorno allo stesso tavolo persone con disabilità, caregiver, designer, tecnici e studenti e costruiamo un percorso di co-design in cui ogni partecipante porta competenze diverse ma ugualmente importanti.
Questo metodo ci permette di far emergere bisogni che spesso restano invisibili perché sono troppo specifici, troppo personali o semplicemente considerati “normali” da chi li vive ogni giorno. Molte delle difficoltà quotidiane non compaiono nelle statistiche e raramente entrano nei processi tradizionali di innovazione. Eppure incidono profondamente sulla qualità della vita. Quando le persone hanno lo spazio per raccontare la propria esperienza e trasformarla in un progetto concreto, quei bisogni diventano visibili e si trasformano in opportunità di innovazione. Spesso scopriamo che una soluzione nata per rispondere a una necessità individuale contiene intuizioni utili per molte altre persone.
L’aspetto più interessante è che il risultato non è soltanto un oggetto o un ausilio. Durante il processo si costruiscono relazioni, si sviluppano competenze, cresce la consapevolezza sull’accessibilità e si formano piccole comunità capaci di continuare a generare valore anche dopo la conclusione del progetto. È per questo che parliamo di un processo aperto e generativo: perché produce soluzioni, ma soprattutto “produce” persone che imparano a progettare insieme.
Tutti i vostri progetti vengono rilasciati in modalità open source. In un momento in cui ci si chiede come proteggere la proprietà intellettuale, voi avete scelto la strada della condivisione totale. Cosa significa donare un'idea e perché questa filosofia è così centrale per la vostra missione?
In realtà non parliamo di condivisione totale, ma di condivisione responsabile.
Tutti i progetti sviluppati all'interno di Hackability vengono rilasciati in open source per usi personali, di ricerca e di studio, mentre gli eventuali diritti commerciali restano in capo alle persone che hanno partecipato alla co-progettazione.
È un equilibrio che tutela il lavoro svolto e, allo stesso tempo, permette alle soluzioni di circolare. Per noi l'accessibilità è un bene che cresce quando viene condiviso. Molti dei problemi che affrontiamo sono estremamente specifici e riguardano comunità relativamente piccole. Se ogni soluzione rimanesse chiusa all'interno di un cassetto, di un brevetto o di un singolo territorio, migliaia di persone sarebbero costrette a reinventare continuamente le stesse risposte.
Donare un'idea, in questo contesto, significa mettere a disposizione di altri la possibilità di partire da un'esperienza già maturata.
Significa permettere a una persona, a una famiglia, a un terapista dall'altra parte del mondo di adattare, migliorare e personalizzare una soluzione senza dover ricominciare da zero. C'è anche una ragione culturale. Le idee che nascono nei nostri laboratori sono quasi sempre il risultato di un'intelligenza collettiva: persone con disabilità, caregiver, designer, tecnici, studenti e volontari che lavorano insieme. Sarebbe difficile attribuirne il merito a un singolo individuo. L'open source riconosce questa natura collaborativa e restituisce alla comunità il valore che la comunità stessa ha contribuito a creare. In fondo, il nostro obiettivo non è accumulare proprietà intellettuale, ma generare impatto. Se una buona idea rimane chiusa, aiuta poche persone. Se viene condivisa, può migliorare la vita di molte. E per un'organizzazione come la nostra, è questo il vero indicatore di successo.
L’approccio alla condivisione delle conoscenze è un valore che accomuna Hackability con il mondo della ricerca universitaria. Quali sono invece le differenze e i possibili punti di scambio reciproco per migliorare il modo di fare innovazione sociale?
Condividiamo con il mondo della ricerca universitaria l'idea che la conoscenza produca il massimo valore quando circola e può essere riutilizzata da altri.
Tuttavia, partiamo spesso da punti di osservazione differenti. L'università tende a generare conoscenza attraverso metodi rigorosi, validazione scientifica e una prospettiva che cerca di essere generalizzabile. Hackability, invece, nasce dai problemi concreti delle persone e lavora su bisogni molto specifici, spesso invisibili ai grandi processi di ricerca e innovazione. Noi partiamo da una domanda pratica: cosa impedisce oggi a questa persona di vivere meglio la propria quotidianità?
Questa differenza è anche una grande opportunità. Il mondo accademico può aiutarci a misurare meglio l'impatto sociale delle nostre attività, a sistematizzare le conoscenze che emergono dai percorsi di co-design e a trasformare intuizioni locali in modelli replicabili. Noi, al contrario, possiamo offrire a ricercatori e ricercatrici un accesso diretto ai contesti reali, ai bisogni emergenti e a processi di sperimentazione rapidi, dove le persone non sono oggetto di studio ma protagoniste dell'innovazione. Crediamo che la sfida dell'innovazione sociale oggi sia proprio questa: avvicinare la capacità dell'università di produrre conoscenza alla capacità delle comunità di generare cambiamento concreto. Quando ricerca scientifica e conoscenza esperienziale riescono a dialogare alla pari, le soluzioni diventano non solo più innovative, ma anche più utili, accessibili e sostenibili.
In dieci anni di vita avete co-progettato oltre 400 soluzioni e distribuito migliaia di ausili a persone anziane o con disabilità. Guardando indietro, qual è stata la sfida tecnologica più complessa che avete affrontato?
Può sembrare una risposta controintuitiva da parte di un'organizzazione che lavora con stampanti 3D, elettronica e fabbricazione digitale, ma in dieci anni le sfide più difficili non sono mai state tecnologiche. In Hackability pratichiamo quella che viene spesso definita frugal innovation: partire da risorse limitate, tecnologie accessibili e bisogni concreti per costruire soluzioni semplici, efficaci e personalizzabili. Oggi gli strumenti tecnologici sono relativamente accessibili; La sfida più complessa è capire cosa costruire, per chi e insieme a chi. I problemi di accessibilità sono profondamente legati alle persone, ai loro contesti di vita, alle relazioni familiari, alle abitudini e persino alle emozioni. Una soluzione tecnicamente perfetta può fallire completamente se non tiene conto di questi aspetti.
Per questo il lavoro più difficile è creare le condizioni affinché persone con disabilità, caregiver, e designer riescano a capirsi, a fidarsi reciprocamente e a trasformare un bisogno spesso implicito in un progetto condiviso.
Le innovazioni che ricordiamo con più orgoglio non sono necessariamente quelle più sofisticate dal punto di vista tecnico. Sono quelle che hanno richiesto di mettere in discussione punti di vista diversi e di costruire una comunità attorno a un problema. In questi casi la tecnologia è stata un’abilitatrice, non la protagonista.
Se dovessi sintetizzare una lezione imparata in questi anni direi che l'innovazione sociale non è difficile perché mancano le tecnologie. È difficile perché richiede di progettare contemporaneamente oggetti, relazioni e fiducia. E quest'ultima, a oggi, non siamo ancora riusciti a stamparla in 3D.
Dietro ogni oggetto ci sono storie personali, dalla forchetta di Ivan al software per Alice: ce n’è una che più di tutte può restituire a chi ci legge il valore del vostro lavoro?
Paradossalmente, le soluzioni che raccontano meglio il valore di Hackability sono spesso anche le meno spettacolari. Quando si pensa all'innovazione si immaginano robot, intelligenza artificiale o tecnologie futuristiche. In realtà molte delle soluzioni che hanno avuto il maggiore impatto sulla vita delle persone sono supporti per impugnare una forchetta, joystick personalizzati, ortesi - cioè dispositivi che aiutano una parte del corpo a compiere o recuperare una funzione - o piccoli adattamenti che consentono di scrivere, mangiare, usare un computer, aprire una porta o svolgere in autonomia gesti quotidiani. Sono oggetti apparentemente semplici, ma dietro quella semplicità c'è spesso un enorme lavoro di ascolto, osservazione e co-progettazione.
Per una persona, riuscire a firmare un documento da sola o mangiare senza assistenza può significare recuperare autonomia, dignità e libertà. È difficile immaginare un impatto più grande di questo.
Purtroppo queste innovazioni hanno anche una caratteristica che le rende poco visibili: non sono particolarmente fotogeniche e raramente finiscono sulle copertine delle riviste di design. Il sistema mainstream dell'innovazione tende a premiare ciò che è sorprendente, complesso o tecnologicamente avanzato.
Noi abbiamo imparato che il vero progresso spesso consiste nel rendere semplice qualcosa che prima era impossibile.
Per questo consideriamo un grande successo il fatto che, negli anni, il mondo del design e dell’innovazione abbia iniziato a riconoscere il valore di queste soluzioni. Non perché siano belle o tecnologicamente sofisticate, ma perché riescono a migliorare concretamente la vita delle persone. In fondo, il miglior design non è quello che si fa notare. È quello che permette a qualcuno di fare qualcosa che prima non riusciva a fare.