Per un linguaggio biocentrico. Intervista a Chiara Grasso di EticoScienza
EticoScienza è un’associazione che promuove un rapporto più etico con gli animali. L’idea nasce quando Chiara Grasso, insieme a Christian Lenzi, sente la necessità di creare un progetto che scardina la visione antropocentrica per cui la natura e tutti gli esseri viventi sono concepiti solo in funzione ai bisogni umani. Tra eventi, libri, stage e corsi di formazione, ci facciamo raccontare da Chiara cosa vuol dire promuovere una Etologia Etica.
L’essere umano tende a porsi da sempre al centro del mondo e al di sopra di ogni altra specie: questa visione antropocentrica porta spesso a interpretare la natura solo in funzione dei nostri bisogni, ignorando il valore e la complessità – comunicativa e non solo – degli altri esseri viventi.
L’Associazione EticoScienza è nata nel 2018 per volontà di Chiara Grasso e Christian Lenzi, entrambi etologi, proprio per promuovere un approccio che sia invece “cosciente, sostenibile e biocentrico”.
Chiara, questo mese stiamo esplorando il tema della comunicazione non umana in tutte le sue sfaccettature. Nella tua esperienza da etologa, quali specie ti hanno particolarmente colpita per il modo di interagire e comunicare tra loro?
Prima di specializzarmi in etologia, la mia prima laurea è stata in psicologia, proprio perché ciò che da sempre mi affascina è la comunicazione: umana e non umana, verbale e non verbale. Durante il percorso universitario in psicologia è iniziata a fiorire in me la passione per il comportamento degli altri animali e in particolare, da buona psicologa, per i primati.
Vedere che spesso gli altri primati comunicano proprio come noi mi ha sempre emozionato: rimetteva in discussione l’idea dell’essere umano come animale superiore, più intelligente e più degno di rispetto. Vedere che altri animali potevano fare quello che crediamo appartenga solo a noi, distruggeva l’antropocentrismo che sentivo non mi appartenesse.
Dopo la laurea ho viaggiato, conosciuto altri campi di studio etologico e approfondito il mondo di molte specie animali e ad oggi, nel mio lavoro di etologa, credo che siano molte le specie che mi hanno colpita per la complessità della comunicazione: non solo quelle necessariamente “simili a noi”.
Partendo dai canidi e i loro rituali comunicativi, passando alle giraffe, che ho studiato per 9 mesi nella loro dinamica sociale, arrivando ai corvidi che utilizzano vocalizzazioni, gesti, memoria sociale e apprendimento culturale, e agli insetti sociali come api e formiche che ci dimostrano come una comunicazione efficiente possa esistere senza nulla di umano, ma con una precisione evolutiva incredibile. E anzi, oggi siamo proprio noi umani a prendere spunto dalla comunicazione delle formiche per creare sistemi informatici e di trasmissione dati sempre più efficaci!
Tra le diverse cose, ti occupi di benessere e comportamento animale anche in condizioni ex-situ, quindi nei bioparchi, zoo e santuari: è un tema molto complesso su cui anche la ricerca universitaria si interroga da molto tempo. Possiamo partire intanto da una riflessione che hai fatto in più occasioni, ovvero la differenza tra il benessere basico e il benessere totale degli animali: ce la spieghi brevemente? E per chi vuole visitare queste strutture, come si riconoscono quelle che hanno raggiunto un equilibrio tra ricerca, benessere animale e intrattenimento?
Il benessere degli animali in condizioni ex-situ, cioè al di fuori del loro contesto naturale, non è un concetto unico e spesso si fa di tutta l’erba un fascio, credendo che tutti gli zoo siano prigioni. In realtà non è sempre così e ci sono molte variabili da tenere in considerazione. Gli zoo che fanno parte di EAZA (European Association of Zoos and Aquaria), ad esempio, non sono semplici luoghi di esposizione, ma nodi di una rete scientifica internazionale che lavora sulla conservazione delle specie minacciate, attraverso programmi coordinati di riproduzione, gestione genetica e ricerca. In molti casi contribuiscono in modo concreto alla tutela in situ, finanziando progetti sul campo e lavorando per la reintroduzione di animali in natura.
Per comprendere il benessere degli animali ex situ, in etologia, si distingue spesso tra benessere basico e benessere totale (wellbeing). Il primo riguarda ciò che possiamo definire il minimo indispensabile: salute fisica, assenza di sofferenze evitabili, cibo adeguato, spazio sufficiente e possibilità di esprimere alcuni comportamenti naturali fondamentali. Ma questo livello, pur necessario, non è sufficiente. Il benessere totale include anche aspetti più complessi e meno visibili, come la possibilità di scelta, relazioni sociali coerenti con la specie, stimolazione cognitiva, arricchimento ambientale e controllo sull’ambiente. Per il visitatore, le strutture che cercano questo equilibrio sono quelle che mettono al centro la conservazione, la ricerca e l’educazione, limitano l’intrattenimento spettacolare, evitano le interazioni forzate e rendono trasparenti gli obiettivi e le pratiche di gestione.
Quest’anno avete accolto il primo stage universitario in collaborazione con il Campus telematico HETG. È la prima volta che la vostra attività si intreccia con il mondo accademico? Avete altre collaborazioni con università o enti di ricerca?
Lo stage universitario con il Campus telematico HETG è stato un passo importante. Non è la prima volta che collaboriamo con il mondo della ricerca, ma è la prima collaborazione strutturata di questo tipo. Abbiamo avuto più di 100 persone iscritte ed è stata la vera dimostrazione che l’etologia e il benessere animale interessano sempre di più le nuove generazioni. Da tempo dialoghiamo con il mondo della formazione e della divulgazione scientifica, e l’obiettivo è creare un ponte reale tra ricerca, etologia applicata e lavoro sul campo. Per questo, assolutamente, ci saranno altre collaborazioni future con altre università per nuovi corsi e stage formativi!
Non solo cani e gatti, ma anche iguane, furetti, pappagalli e molti altri vanno fortissimo sui social. Tra le tendenze che non passano mai di moda c’è quella di ostentare i propri animali e di presentarli come se comunicassero con noi da esseri umani. Quanto può essere dannoso questo comportamento? Qual è il modo migliore per rispettare gli animali?
La rappresentazione degli animali come piccoli umani, soprattutto quando riguarda specie esotiche o selvatiche, non è solo fuorviante, ma potenzialmente dannosa. Iguane, pappagalli, furetti e altri animali non sono pet adatti alla vita domestica, perché hanno bisogni etologici, sociali e ambientali complessi che difficilmente possono essere soddisfatti in casa.
Tenerli come animali da compagnia significa spesso comprometterne il benessere e, a livello più ampio, alimentare traffici, prelievi illegali e una domanda che ha effetti diretti sulla conservazione delle specie in natura. Anche la diffusione sui social, nei film o nei cartoni, di immagini e video che mostrano animali selvatici a stretto contatto con gli esseri umani contribuisce a normalizzare comportamenti sbagliati.
Questi contenuti trasmettono l’idea che i selvatici possano essere gestiti, toccati o posseduti senza conseguenze, aumentando il rischio di imitazione, stress per gli animali e incidenti. Il modo migliore per rispettarli è riconoscerli per quello che sono, esseri con una propria alterità, osservabili a distanza, nel loro ambiente o in contesti educativi seri, senza forzarli dentro una narrazione umana che non gli appartiene.
Secondo te, le persone sono più sensibili di prima rispetto ai problemi che riguardano gli animali? Hai qualche esempio positivo da raccontarci che possa essere di ispirazione?
Credo di sì, anche se in modo disomogeneo e a tratti faticoso. Rispetto a qualche anno fa percepisco una sensibilità più diffusa e meno superficiale, che non si ferma all’emozione del momento ma prova a tradursi in scelte concrete. Sicuramente quello che percepisco io è una “bolla” di speranza, dalla mia community, dai miei megafoni. Ma lo vedo: nei messaggi che ricevo, nelle domande, nei dubbi sinceri di chi sta ripensando il proprio rapporto con gli altri animali, dal turismo che decide di non fare più, all’alimentazione sempre più vegetale ed etica, fino al desiderio di informarsi prima di agire.
È un cambiamento che non fa rumore ma è profondo… come una foresta che cresce. Un segnale forte per me, ad esempio, è stata anche la risposta compatta e trasversale che associazioni, professionisti e opinione pubblica hanno dato contro il DDL “Caccia Selvaggia”, dimostrando che, quando l’informazione è chiara e rispettosa, le persone sanno riconoscere ciò che non è più accettabile e scegliere, insieme, di stare dalla parte degli animali. E sapete… se non avessi speranza che ci possa essere un cambiamento, non farei questo lavoro di educazione, divulgazione e sensibilizzazione, ogni giorno da 10 anni. Ci credo, ci spero. Per mia figlia, per voi giovani, per le future generazioni. Non smettiamo di crederci e lottare, insieme!