Trovare la misura per comunicare la scienza. Intervista a Beatrice Mautino di Frame
Chi comunica la scienza per professione deve trovare il giusto equilibrio tra rigore e accessibilità, evitando le "certezze preconfezionate" che spesso caratterizzano il dibattito pubblico. Come si costruiscono contenuti efficaci? Come si misura il successo di un progetto divulgativo? E quale rapporto dovrebbe esserci tra università e chi fa comunicazione? Ne parliamo con Beatrice Mautino di Frame, con cui promuove un approccio che non si prende troppo sul serio rispettando la scienza.
Beatrice Mautino è una biotecnologa e divulgatrice scientifica. Dopo un dottorato in neuroscienze, ha scelto di dedicarsi alla comunicazione della scienza. Ha pubblicato diversi libri e nel 2016, con un gruppo affiatato di soci, ha fondato Frame – Divagazioni scientifiche, con cui organizza eventi come il Food&Science Festival, il CICAPFest e Folle di scienza. È anche co-conduttrice del podcast "Ci vuole una scienza", pubblicato da Il Post.
Beatrice, sei passata da un laboratorio di biologia al mondo della comunicazione scientifica. Cosa ti ha spinto verso le “divagazioni scientifiche”?
In laboratorio stavo bene, mi piaceva fare ricerca, ma durante il dottorato mi sono resa conto che quello che davvero mi interessava era raccontare la scienza, far vedere quanto fosse intrecciata con la vita quotidiana e con la società. All’epoca la comunicazione scientifica in Italia era ancora un settore piccolo, poco riconosciuto, e mi sembrava un terreno fertile nel quale costruire cose nuove. Le "divagazioni" non sono un caso, né un semplice gioco di parole: per me comunicare la scienza significa anche permettersi di uscire un po’ dal tracciato, intrecciare discipline, linguaggi e pubblici diversi.
Il tema di questo mese su Frida è "Le misure contano". Nella comunicazione della scienza, spesso si prova a trasmettere l’idea che la scienza è fatta di strumenti rigorosi e capacità, appunto, di misura – intesa anche come giudizio critico su idee e risultati. Come si fa a comunicare tutto questo?
Noi che facciamo questo mestiere ci scontriamo con una comunicazione pubblica della scienza fatta di tante certezze, spesso contrapposte. Un giorno leggiamo che un alimento fa bene, quello dopo che fa male, e questo porta a non capirci niente.
Comunicare la “misura” significa invece mostrare il processo, non solo il risultato finale: come si fanno gli esperimenti, perché serve un campione ampio, cosa vuol dire che un dato è significativo o meno. Non è facile perché richiede di rallentare il ritmo e di prenderla sempre molto alla lontana, ma penso sia necessario, oltre che utile.
Nel podcast “Ci vuole una scienza”, per esempio, ci siamo imposti di dare sempre il contesto, quindi non parliamo mai del singolo studio di per sé, ma lo mettiamo sempre all’interno del racconto dello stato dell’arte della ricerca su quello stesso tema.
Tu hai un passato nella ricerca accademica e ora ti occupi di comunicazione. A volte questi due mondi sembrano parlare lingue diverse. Cosa dovrebbe cambiare, secondo te, perché università e divulgazione dialoghino meglio? Come immagini l'evoluzione della comunicazione scientifica, soprattutto nel rapporto con l'accademia?
Le cose stanno cambiando, lentamente. Oggi molti ricercatori e ricercatrici capiscono l’importanza di comunicare, e ci sono anche iniziative istituzionali che spingono in quella direzione.
Mi sembra che manchi un vero riconoscimento della comunicazione della scienza, come professione. Per chi fa ricerca in accademia spesso è un hobby, a volte un obbligo, ma c’è poca consapevolezza che la comunicazione della scienza è parte integrante del lavoro scientifico. L’evoluzione che immagino va proprio nella direzione di una collaborazione più stretta, dove i comunicatori portano competenze specifiche e i ricercatori portano i contenuti.
Ci sono esempi virtuosi in questo senso, ovviamente, ma la speranza è che diventino sempre più la norma che l’eccezione.
Con Frame, l'associazione che hai fondato insieme ai tuoi soci, vi occupate di attività diverse: organizzate eventi, progettate laboratori e attività di formazione, curate mostre e create contenuti... Qual è il vostro approccio alla comunicazione scientifica? E come "misurate" la bontà dei vostri progetti?
Il nostro approccio parte sempre dai pubblici. Non pensiamo mai a un evento “per noi”, ma per chi lo vivrà: quali sono i suoi interessi, quali linguaggi conosce, quali domande porta con sé, che cosa si porterà a casa.
Poi c’è un’altra dimensione che per noi è fondamentale: la cura. Cura nei contenuti, nella forma, nei dettagli organizzativi. Ci piace lasciare la nostra impronta un po’ leggera, quella del prendere sul serio la scienza e i temi che affrontiamo senza però prenderci noi troppo sul serio.
La bontà di un progetto la misuriamo in tanti modi: con i numeri, certo, ma soprattutto con i feedback, le relazioni create, la capacità di lasciare tracce che restino anche dopo l’evento e, da qualche tempo e su alcuni progetti, anche con un lavoro specifico di valutazione dell’impatto in collaborazione con enti che si occupano specificamente di questo, come Fondazione Fitzcarraldo.
Tu sei anche autrice del podcast Ci vuole una scienza, dove ogni settimana vengono affrontati temi scientifici partendo spesso da domande comuni o notizie che circolano online. Farlo è anche un esercizio di misura: scegliere i temi, le parole giuste, il tono, la durata. Come si costruisce un podcast scientifico?
Si costruisce lavorandoci sempre, senza pause. Con Emanuele Menietti, il mio co-conduttore, monitoriamo quotidianamente la produzione scientifica e il dibattito pubblico. Abbiamo una platea di ascoltatori molto ampia e fedele che usiamo come termometro. Se ci arrivano tante richieste su un determinato tema significa che dobbiamo occuparcene. Cerchiamo di individuare ogni settimana le notizie più rilevanti, a prescindere che si tratti di un nuovo studio particolarmente importante o del dibattito politico scaturito da qualche evento. Poi c’è un lavoro di selezione: non tutto funziona in formato audio, bisogna trovare il giusto equilibrio tra approfondimento e ritmo narrativo. La nostra misura l’abbiamo trovata man mano, usando un tono molto leggero e amichevole tra noi, ma senza mai cedere sul rigore o sul rispetto per chi ci ascolta.
Ogni anno Frame organizza a Strambino (TO) Folle di Scienza, un raduno di professioniste e professionisti della comunicazione scientifica. Quest’anno si terrà dal 17 al 19 ottobre. Chi sono le persone che partecipano a questo evento? E quali sono le cose migliori che nascono da questo appuntamento?
A Folle di Scienza partecipano comunicatori e comunicatrici che lavorano nei contesti più diversi: giornalisti, scrittori, podcaster, operatori museali, divulgatori sul web, ma anche ricercatori o insegnanti. È un luogo per confrontarsi tra pari, con discussioni aperte e laboratori di idee. Ogni anno emergono riflessioni molto concrete – come affrontare la disinformazione, come lavorare in rete, come gestire la sostenibilità economica dei progetti – ma anche più ampie. Uno su tutti: che ruolo vogliamo avere nella società di oggi? Insieme a Folle di Scienza, però, organizziamo sempre anche Strambinaria, un mini-festival scientifico gratuito con laboratori e spettacoli a cura delle persone che partecipano a Folle di Scienza. È aperto a tutte e tutti, una maniera per restituire qualcosa al luogo che ci ospita e per essere sempre a contatto con le persone, anche a Strambino.