Tra smalto e ceramica: storie nascoste nelle statuette Tang
C’è qualcosa che è in grado di unire arte, storia… e raggi X: si tratta delle statuette in terracotta dell’antica dinastia Tang (618-907 A.D.), spesso ricoperte da brillanti smalti colorati a base di piombo. Ma come distinguere un’antica statuetta Tang da una copia o da un esemplare recentemente restaurato? A volte l’osservazione a occhio nudo non basta. Qui vi racconto come arte e scienza si incontrano per cercare di svelare i segreti del passato, strato dopo strato. In questo caso, la risposta potrebbe trovarsi proprio nella sottilissima zona di contatto tra lo smalto superficiale e la ceramica sottostante: un’area microscopica dove, durante la cottura, smalto e ceramica interagiscono e reagiscono tra loro, lasciando piccole tracce chimiche e strutturali della loro storia.
Oggi scaviamo, letteralmente, dentro un tema di ricerca affascinante. Parliamo di antiche statuette cinesi, dei loro smalti colorati e di come la scienza dei materiali ci aiuta a rispondere a una domanda che interessa musei, collezioniste, collezionisti, studiose e studiosi: come possiamo capire se un’opera è autentica?
Io sono Benedetta Vitale, chimica e dottoranda presso il corso Technologies for Cultural Heritage dell'Università di Torino. Con il mio gruppo di ricerca studiamo proprio i materiali che compongono queste statuine museali per raccogliere informazioni utili nella ricostruzione della storia e dei processi di manifattura.
Il caso di studio riguarda le statuette funerarie della dinastia Tang dell’antica Cina imperiale (618-907 A.D.). Si tratta di figurine in terracotta, spesso raffiguranti cavallini e cammelli, che popolano le vetrine dei musei e, talvolta, anche le aste internazionali. Alcune autentiche. Altre… non si sa.
Molte di queste statuette sono decorate con smalti piombiferi, vetri colorati applicati sulla superficie della ceramica, che durante la cottura fondono e formano dei rivestimenti brillanti. Gli smalti piombiferi hanno caratteristiche particolari: i composti a base di piombo permettono di abbassare la temperatura di fusione del vetro e ne riducono la viscosità, facilitando la formazione di rivestimenti brillanti e ben aderenti alla superficie ceramica.
Quando lo smalto fonde nel forno, però, non resta semplicemente appoggiato sulla superficie: può reagire con la ceramica sottostante. Durante la cottura alcuni elementi chimici si diffondono tra smalto e ceramica e nuovi cristalli possono formarsi nella zona di contatto. Il risultato è una sottile regione chiamata “interfaccia vetro-ceramica”.
Si tratta di una sorta di archivio microscopico: lo spessore e i piccoli cristalli che contiene dipendono strettamente sia dalle materie prime impiegate sia dal modo in cui l’oggetto è stato cotto nel forno.
Confrontare questa interfaccia in campioni moderni realizzati in stile Tang e in oggetti attribuibili alle produzioni Tang originali consente di mettere in evidenza eventuali differenze tra i due gruppi. Alcune di queste caratteristiche possono diventare indizi utili per capire se un oggetto è davvero antico oppure una produzione più recente.
Nel corso della ricerca, abbiamo quindi prelevato dei micro-campioni dagli strati ceramici smaltati di alcune figurine di stile Tang conservate nei depositi del Museo delle Culture di Milano (Mudec) e del Museo delle Civiltà di Roma (MUCIV).
È poi iniziata la fase di indagini scientifiche, basata su un approccio che combina diverse tecniche di analisi dei materiali. Tra queste ci sono la microscopia ottica, che permette di osservare i dettagli più piccoli, la spettroscopia micro-Raman, la micro- e nano-fluorescenza e la micro-diffrazione a raggi X, utilizzate per identificare i minerali presenti e gli elementi chimici che compongono i campioni.
Alcune analisi sono state condotte usando raggi X ad altissima brillanza, generati dall’European Synchrotron Radiation Facility (ESRF) a Grenoble, in Francia. Questi raggi X possono essere concentrati su porzioni estremamente piccole dei campioni, mantenendo un fascio molto intenso. Questo permette di studiare con grande precisione come sono distribuiti gli elementi chimici e quali minerali sono presenti nella sottile zona di contatto tra smalto e ceramica.
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Preparando sottili sezioni trasversali dei piccoli campioni prelevati dalle statuine, abbiamo osservato da vicino la zona di contatto tra lo smalto e la ceramica. Proprio in questa regione, durante la cottura del manufatto, avvengono scambi e reazioni tra i due materiali. Studiando questa sottile fascia con tecniche ad alta risoluzione è stato quindi possibile ricostruire i processi chimico-fisici che si verificano durante la produzione delle ceramiche smaltate in stile Tang.
I risultati? Un mix interessante. Sono state trovate differenze nel modo in cui alcuni elementi chimici si distribuiscono tra ceramica e smalto. Tra questi ci sono il silicio, che costituisce l’ossatura del vetro, l’alluminio, che contribuisce a stabilizzarne la struttura, e il piombo, che abbassa la temperatura di fusione dello smalto. Sono stati inoltre individuati elementi come rame, manganese e ferro, responsabili delle diverse colorazioni.
Oltre alla composizione chimica, cambiano anche la forma e lo spessore della sottilissima zona di contatto tra smalto e ceramica. Analizzando i minuscoli cristalli presenti in questa regione, dal corpo ceramico fino allo smalto al piombo, abbiamo ricostruito i processi di diffusione e di ricristallizzazione avvenuti durante la cottura, e stimato le temperature raggiunte nel forno.
Per chi lavora nei musei, per collezioniste e collezionisti, la ricerca archeometrica – ovvero lo studio scientifico dei reperti archeologici per determinarne composizione e tecniche di produzione – può fornire informazioni preziose anche nell’ambito di studi di autenticazione.
Gli smalti e la loro zona di contatto con la ceramica conservano infatti tracce dei processi che li hanno formati. Queste caratteristiche dipendono da molti fattori: la composizione del corpo ceramico, la ricetta dello smalto, le temperature raggiunte nel forno, l’atmosfera di cottura e la velocità con cui l’oggetto si è raffreddato.
In effetti il senso della ricerca dell’autenticità non è tanto voler rispondere al quesito “è vero o falso”, ma un modo per avvicinarci alla complessità dei fenomeni, processo che richiede un approccio il più possibile interdisciplinare. Ogni statuetta silenziosa, dentro una teca o su uno scaffale – antica o moderna che sia – ha una storia da raccontare!
Bibliografia
Un esempio di questo tipo di approccio scientifico applicato allo studio delle statuette Tang è descritto nell’articolo: “A multi-analytical synchrotron approach to investigate ancient Chinese ochres for authentication purposes”