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Tra agende piene e ritmi imposti: i tempi dell’invecchiamento

Questo contenuto fa parte del tema del mese: Tempo

Lungo tutto il corso della vita, il tempo assume anche la forma di un insieme di regole e aspettative che determinano cosa dovremmo fare. Per chi invecchia, questo si traduce in modelli contrapposti: la Terza Età richiede di essere persone attive, produttive e autonome, mentre la Quarta Età impone passività e routine decise da altri. Il tempo può quindi diventare un dispositivo di controllo sociale che disciplina i corpi anziani, tracciando confini tra chi riesce a restare "nel tempo giusto" e chi ne viene escluso.

Orologi, calendari e agende sembrano strumenti neutri utili per organizzare le giornate, eppure il tempo non è solo una misura; è anche un insieme di regole, aspettative e giudizi che orientano quello che facciamo e il modo in cui veniamo percepite e percepiti. Questo diventa particolarmente evidente nelle fasi più avanzate della vita.

C’è un tempo della vita adulta e della Terza Età che possiamo definire produttivo e richiede ai soggetti di essere autonomi, intraprendenti, in salute e impegnati in attività utili alla società. Ce n’è poi un altro – quello della Quarta Età – associato a fragilità, passività e docilità. 

In un mio contributo, intitolato “In salute e in malattia. Tempi dell'invecchiamento e della cura", mi sono chiesta cosa succede al tempo e alle agende degli individui anziani: chi li gestisce e controlla? Chi decide quali attività contano e quali, invece, sono un segno di declino?
Per rispondere a tali domande ho consultato i materiali di tre precedenti studi qualitativi (uno dei quali realizzato con la sociologa Eugenia Mercuri) sui processi di invecchiamento e sulla non autosufficienza. I dati empirici raccolti in questi lavori si componevano di interviste discorsive rivolte a testimoni esperti, professionisti della salute e del servizio sociale, persone over 65 e caregiver. Il tempo e le temporalità emergevano come dimensioni rilevanti e per questo ho deciso di condurre un’analisi secondaria dei materiali a mia disposizione.
Rileggendo le interviste è stato così possibile cogliere la forza del tempo come principio ordinatore definito dalle attività che gli individui svolgono, che non solo scandisce le nostre esistenze, ma contribuisce altresì a disciplinarle. In questa cornice le politiche di welfare e i contesti che abitiamo contribuiscono a delineare vincoli e opportunità rispetto alle scelte che compiamo rispetto a come allocare e impiegare il nostro tempo.

Per chi vive la Terza Età, le politiche di invecchiamento attivo propongono un modello preciso: restare impegnati, coltivare interessi, partecipare, adottare stili di vita sani. Se il messaggio appare positivo è pur vero che può trasformarsi in un imperativo morale, sollecitando gli individui a mostrarsi adeguati, produttivi, autonomi e competenti nel gestire e scegliere le attività a cui dedicarsi. Agende piene di impegni e attività considerate “giuste” e adeguate all’età rappresentano così un modo per presentarsi come cittadini e cittadine abili, capaci e meritevoli, che rifuggono l’ozio. Tuttavia, per aderire a questo modello servono salute, risorse economiche, reti sociali, opportunità culturali.

Di conseguenza, l’invecchiamento attivo rischia di premiare solo una parte della popolazione anziana e di tracciare un confine netto tra chi risponde in modo adeguato alle sollecitazioni che provengono dal modello di “invecchiamento di successo” e chi invece è considerato “fuori tempo” perché non desidera - o non è nelle condizioni di - conformarvisi.

Dalle interviste è emerso anche un altro elemento: alcune persone rivendicano il diritto a usare il proprio tempo in modi diversi. Non vogliono impegni fissi, non sentono il bisogno di mostrarsi attive, preferiscono seguire desideri e ritmi mutevoli. È una forma di resistenza silenziosa ma significativa, perché mette in discussione l’idea di cronormatività, ovvero l’uso del tempo che organizza i corpi umani verso la massima produttività, rispondendo alle implicite richieste di un sistema neoliberista orientato da logiche economiciste.

I vincoli temporali diventano ancora più stringenti quando si entra nella Quarta Età, segnata dalla non autosufficienza e dal bisogno di cura. Qui il tempo è spesso deciso da altri: dai servizi di assistenza domiciliare, dalle strutture residenziali, dai turni e dalle routine organizzative. La logica dell’efficienza tende a prevalere sui desideri e sui bisogni quotidiani di persone che sono considerate non più autonome, ma anche su quelli di chi se ne prende cura. Le interviste mostrano bene questa tensione. La cura richiede attenzione, presenza, flessibilità, capacità di adattarsi all’imprevisto. Ma quando viene compressa entro i tempi rigidi delle organizzazioni e le risorse sono scarse, può trasformarsi in una corsa continua tra priorità concorrenti. A farne le spese sono coloro che ricevono le cure, che vedono ridotta la loro libertà e la possibilità di scegliere come vivere la propria quotidianità.


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La distinzione tra Terza e Quarta età, dunque, non riguarda solo lo stato di salute. È anche una distinzione tra temporalità considerate desiderabili e temporalità imposte. Da una parte i giovani anziani devono mostrarsi disciplinati e produttivi, allocando il proprio tempo in attività ritenute adeguate e volte a preservare la loro salute il più a lungo possibile per non pesare sul sistema di welfare; dall’altra i grandi anziani non autosufficienti, a prescindere da capacità cognitive o funzionali residue, si vedono impossibilitati a scegliere come gestire le attività della vita quotidiana dovendo assoggettarsi a decisioni di terzi.

Guardare all’invecchiamento da questa prospettiva ci aiuta a cogliere il farsi del tempo come dispositivo sociale grazie al quale si governa il riconoscimento, proprio e altrui, e si delineano possibilità di scelta diseguali in merito alla gestione della propria vita quotidiana.

Se l’attenzione si sposta sui servizi per la non autosufficienza, emergono poi gli approcci manageriali e la logica economicista che li orientano, generando tensioni tra efficienza organizzativa e cura personalizzata. L’esperienza degli hospice, con la maggiore flessibilità dei tempi di cura, suggerisce tuttavia la possibilità - e la necessità - di ripensare anche i servizi residenziali e domiciliari tenendo in maggior considerazione i desideri e le aspirazioni delle persone coinvolte

Restano aperte molte questioni sul ruolo del - e il significato attribuito al - tempo che necessiterebbero di ulteriori studi per meglio comprendere se e come i contesti, le politiche e le istituzioni contribuiscono a delineare un disallineamento tra i tempi imposti dai servizi orientati da logiche produttiviste ed economiciste e i tempi “desiderati” dagli individui.