Si può fare filosofia giocando ai videogame?
Quando pensiamo alla filosofia, la mente potrebbe correre a una persona che legge o scrive un libro. E se in un mondo sempre più costellato dall’utilizzo di media diversi da quelli tradizionali, cominciassimo a pensare anche a una persona che gioca o realizza un videogame? Affrontare un quesito del genere sollecita la filosofia a un profondo esercizio di auto-riflessione, da condurre tanto sul piano teorico quanto su quello pratico: non basta scrivere della possibilità che esista una “filosofia videogiocabile”, bisogna anche cominciare a costruirla.
Se già giocare e pensare sembrano due attività lontane, videogiocare e pensare sembrano ancora più agli antipodi, a maggior ragione quando si parla di filosofia. Perché la filosofia richiede la massima serietà e il massimo rigore, dunque non può avere nulla a che fare con forme di intrattenimento, figuriamoci legate ai videogame!
Eppure, basta un minimo di dimestichezza con il gaming per sapere che giocare richiede di pensare: si pianifica, si riflette, si decide, si prova, si sbaglia, si ripete, si immagina, si ragiona e così via, poi da capo. Certo, ciò non succede nello stesso modo con tutti i videogiochi, ma è proprio qui che entra in causa il game designer, con le sue intenzioni e il suo pensiero.
Infatti, anche chi progetta un gioco pensa ludicamente, ma questa volta stando dall’altro lato dello schermo: il designer deve tradurre idee, valori o dilemmi in sistemi di azioni, regole e conseguenze.
Realizzare un gioco consiste nel comunicare attraverso interazioni, nel fare agire un’idea anziché semplicemente spiegarla, nell’esprimere un pensiero sotto forma di esperienza anziché di proposizione.
È una forma di scrittura diversa, che non usa frasi ma meccaniche di gioco e spazi di possibilità, cioè dinamiche di azione – senza con ciò smettere di essere scrittura.
Perché tutto ciò non può riguardare anche la filosofia?
Le ricerche che ho condotto e coordinato negli ultimi anni hanno proprio cominciato a indagare a quali condizioni sia possibile fare filosofia anche attraverso media diversi dal testo scritto. Tra questi spicca appunto il videogioco, che costringe la filosofia a fare uno sforzo auto-riflessivo non indifferente,
per mettere in discussione un’apparente ovvietà: l’idea per cui i concetti filosofici sono entità puramente astratte, sganciate da ogni tipo di scenario d’azione
che raggiungono il proprio apice allontanandosi da ogni rimando all’esperienza sensomotoria, per essere infine contemplate con gli occhi della mente.
Una simile convinzione sembra scontata fin quando il medium prevalente della conoscenza rimane il testo, che allena a ragionare in forma astratta, universale, indipendente dall’esperienza, dato che i suoi contenuti non fanno vedere niente e non si lasciano modificare.
Ma che cosa succede quando gli esseri umani si esprimono e pensano sempre più attraverso media che invece mostrano e permettono di interagire? Che cosa succede, cioè, quando abbiamo la possibilità di scegliere tra forme espressive e riflessive diverse?
Penso a Platone: all’epoca, per delineare i contorni della propria città ideale, non poteva che avvalersi di un testo scritto; eppure, se avesse potuto scegliere, chissà che non avrebbe preferito dar vita a una simulazione interattiva. Per esempio, la sua Repubblica, videogiocata avrebbe potuto sviluppare in maniera più dettagliata le dinamiche sociali ipotizzate e risultare più efficace sul piano formativo, cioè nell’educare gli individui allenandoli a comportarsi secondo il Bene. Una città ideale da giocare.
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Non è detto che ci sarebbero stati soltanto vantaggi, beninteso, ma il punto è proprio che questioni del genere bisogna porsele e affrontarle in maniera esplicita e scientifica!
E bisogna farlo non soltanto attraverso lavori teorici, ma anche mettendo le mani in pasta. Per questo, oltre alla canonica attività di ricerca sotto forma di scrittura di testi individuali o a quattro mani, ho condotto e preso parte a forme di sperimentazione pratica, principalmente di tre tipi.
In primo luogo, la costruzione di spazi laboratoriali all’interno degli insegnamenti universitari, in cui hanno preso forma elaborati d’esame sotto forma di progetti o piccoli prototipi di videogiochi o giochi da tavolo. In secondo luogo, la supervisione di tesi di laurea che consistono nella progettazione e realizzazione di “concetti giocabili”, come nel caso di un videogame che riflette criticamente sul rischio di stereotipizzazione della vita di studentesse e studenti: dalla trasformazione della carriera in un accumulo di CFU allo scivolamento in routine comportamentali meccaniche.
Infine, la partecipazione ad alcuni progetti di ricerca del laboratorio LIFE del Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione, che hanno coinvolto bambine e bambini di scuola primaria nell’ideazione e nella costruzione di giochi in ambienti di realtà virtuale.
Oggi, quando pensiamo alla filosofia, la mente va immediatamente a una persona che legge o scrive un libro. Forse, in futuro, andrà anche a una persona che sta giocando o realizzando un videogame.