Storie di ricerca

Sete globale: alla ricerca d’acqua nel sud del Madagascar

Questo contenuto fa parte del tema del mese: Acqua

La crisi idrica colpisce milioni di persone in tutto il mondo ed è perciò una delle sfide più urgenti del nostro tempo. Ma cosa significa davvero vivere senza accesso sicuro all’acqua? A partire da una prospettiva globale, questo articolo racconta il caso del Madagascar meridionale e del remoto villaggio di Jangany. Attraverso un progetto che unisce ricerca geofisica e cooperazione internazionale, con il mio gruppo di lavoro esploriamo come sia possibile individuare risorse idriche sotterranee e trasformare i risultati scientifici in interventi concreti.

Aprire un rubinetto e vedere scorrere acqua è un gesto quotidiano, quasi invisibile. Ma non è così ovunque. Ci vogliono quattro giorni di viaggio, lungo strade che a tratti scompaiono nella polvere rossa, per raggiungere Jangany, nel sud del Madagascar. Qui l’acqua si cerca, si aspetta, si condivide. E a volte non basta. Quella che a Jangany è una realtà quotidiana è una condizione sempre più diffusa, anche se in forme diverse, a livello globale

L’acqua è una risorsa essenziale per la vita, ma la sua disponibilità è sempre meno garantita. In molte regioni del mondo, la crisi idrica è già una realtà concreta e simultanea.

Il report della United Nations Convention to Combat Desertification (UNCCD), Drought Hotspots Around the World, evidenzia come, tra il 2023 e il 2025, episodi di siccità estrema abbiano colpito contemporaneamente diverse aree del pianeta: nel Corno d’Africa, anni consecutivi senza piogge hanno compromesso raccolti e allevamenti, mentre in America Latina la riduzione dei livelli dei fiumi ha avuto ripercussioni sulla produzione energetica e sui trasporti.
 

Locale che porta la legna a casa per la stufa, passando sul fiume effimero che circonda Jangany


Anche nel bacino del Mediterraneo, inclusa l’Europa meridionale, la scarsità d’acqua ha messo sotto pressione agricoltura e risorse idriche (WMO, 2024). In questi contesti, la crisi idrica non è solo una questione ambientale ma anche un fattore che amplifica disuguaglianze, insicurezza alimentare e vulnerabilità sociale, in contrasto con quanto previsto dall’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile 6 delle Nazioni Unite.

Tra le aree più esposte a queste dinamiche c’è il Madagascar meridionale, e tra i tanti villaggi con scarsa disponibilità d’acqua c’è Jangany, situato nel remoto altopiano del Horombe. Qui l’accesso all’acqua dipende da un sistema fragile e disomogeneo alimentato dalle piogge stagionali e da piccoli ed effimeri corsi d’acqua.

La nostra ricerca, condotta nel 2023, si inserisce in un progetto di cooperazione internazionale volto a migliorare l’accesso all’acqua nel villaggio di Jangany.
Il progetto, intitolato“Madagascar Jangany ha sete: acqua per vivere”, è promosso dall’associazione SHALOM ONLUS in collaborazione con il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Torino. Ha coinvolto un gruppo di ricerca dell’Università, SHALOM ONLUS e l’organizzazione Help for Optimism, ed è stato coordinato dalla prof.ssa Sabrina Maria Rita Bonetto. 
 

Pozzo alimentato da falda superficiale al confine nord di Jangany


Questo progetto nasce con l’obiettivo di coniugare ricerca scientifica e interventi concreti sul territorio, cosa che nei progetti su scala globale non sempre si traduce in risultati immediati per le comunità locali. Il nostro ruolo era quello di cercare acqua nel sottosuolo. Per farlo abbiamo usato due tecniche complementari. 

La prima, il Time Domain Electromagnetic Method, misura come il terreno conduce l'elettricità. I terreni saturi d'acqua, infatti, conducono elettricità diversamente da quelli secchi, permettendoci di individuare zone potenzialmente ricche d'acqua. 

La seconda, l’Horizontal-to- Vertical Spectral Ratio, si basa sulla misura delle vibrazioni naturali del terreno e fornisce informazioni sulla struttura e la profondità dei vari strati di cui è composto. Queste tecniche sono relativamente economiche e utilizzano strumenti facilmente trasportabili: caratteristiche fondamentali in contesti remoti.
 

Padre Tonino Cogoni e Taddeo Fenoglio con un locale di fronte al suo pozzo a pedali


Grazie a tutto ciò, abbiamo potuto ottenere una sorta di mappa bidimensionale del sottosuolo di Jangany
Le informazioni ottenute dalle indagini geofisiche sono state poi integrate con un censimento dei pozzi esistenti, utile per comprendere lo stato delle infrastrutture idriche e, grazie alla profondità della superficie dell’acqua trovata, validare le interpretazioni dei dati. 


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Il progetto ha coinvolto attivamente anche la comunità locale, sia nella raccolta delle informazioni sia in attività di sensibilizzazione e formazione sulla gestione sostenibile delle risorse idriche, nell’ambito più ampio del progetto di cooperazione.

I risultati del nostro studio hanno evidenziato la presenza di due principali livelli acquiferi: un acquifero superficiale, più facilmente accessibile ma fortemente influenzato dalla stagionalità, e un acquifero più profondo, potenzialmente più stabile e meno vulnerabile alle variazioni climatiche ma più difficile da sfruttare. 

Queste informazioni hanno permesso di individuare le aree più idonee alla realizzazione di nuovi pozzi. Sulla base di queste evidenze, all’inizio del 2024 sono state avviate delle attività di perforazione per la costruzione di pozzi dotati di pompe elettriche.

La ricerca scientifica, quando integrata con progetti di cooperazione e con il coinvolgimento delle comunità locali, può tradursi in un miglioramento concreto delle condizioni di vita. Perciò, in un mondo sempre più segnato dalla crisi idrica, esperienze come quella di Jangany ricordano che le soluzioni non sono solo globali, ma possono nascere dall’incontro tra conoscenza scientifica, contesto locale e bisogni reali delle comunità.