Restituire valore all’acqua reflua
Le acque reflue urbane, dopo essere state trattate dagli impianti, possono offrire grandi opportunità. Possono aumentare la disponibilità di acqua potabile, aumentare la capacità di irrigazione in un territorio e fornire alternative sostenibili ai fertilizzanti sintetici. Ma la tecnologia e le normative non bastano, c’è bisogno che la popolazione percepisca il riutilizzo di queste risorse come sicuro e affidabile. Per questo è utile un approccio integrato tra scienze naturali, scienze sociali e comunicazione.
La gestione dell’acqua è una delle grandi sfide del nostro tempo, oggi aggravata dalla crisi climatica. Negli anni, il mio lavoro di didattica e ricerca mi ha portato a realizzare quanto la scarsità idrica renda necessario cambiare il modo in cui utilizziamo le risorse.
In un contesto in cui è di grande attualità la necessità di trasformare i rifiuti in risorse secondo i principi dell’economia circolare, irrompe il riuso in agricoltura delle acque reflue e la valorizzazione dei fanghi di depurazione.
Un tempo, ciò che restava dopo il trattamento delle acque veniva smaltito. Ora invece si cerca di recuperare acqua, nutrienti (azoto, fosforo) e materiale organico, riducendo il consumo di risorse naturali e fertilizzanti chimici.
In Europa, infatti, il riuso irriguo è regolato da un quadro normativo armonizzato, mentre la direttiva sull’utilizzo dei fanghi lascia spazio a normative nazionali e regionali. In molti Paesi extra-UE, invece, il tema resta fortemente legato alla percezione sociale del rischio per la salute e le regole sono ancora in evoluzione.
La mia attività di ricerca si colloca qui: lo studio della qualità delle acque depurate e dei fanghi, con particolare attenzione alla presenza di contaminanti residui e ai possibili effetti sull’ambiente e la salute. Nel corso degli anni ho coordinato diversi progetti sul riuso in agricoltura delle acque trattate, valutando l’impatto di questa pratica sulle colture e sulla salute di consumatori e consumatrici.
Più recentemente, in collaborazione con colleghe e colleghi dell’Università di Djelfa, in Algeria, abbiamo analizzato un caso studio relativo a un impianto di depurazione a Medea, in Algeria, valutando il potenziale dell’acqua recuperata - attraverso il monitoraggio dei nutrienti contenuti in essa - per l’irrigazione e il contributo dei fanghi, opportunamente trattati, per migliorare il suolo agricolo.
I risultati mostrano un potenziale significativo: l’acqua trattata può irrigare circa 665 ettari di coltivazioni arboricole, mentre i fanghi, se adeguatamente controllati e trattati, possono contribuire a restituire sostanza organica ai suoli e a ridurre la dipendenza dai fertilizzanti di sintesi.
Tuttavia, anche quando i requisiti normativi sono rispettati, permangono diffidenze nella popolazione e timori legati alla sicurezza alimentare, alla qualità dei prodotti agricoli e alla presenza di contaminanti “invisibili”.
Per questo abbiamo deciso di guardare al riuso non solo dal punto di vista tecnico, ma anche sociale: abbiamo infatti realizzato un sondaggio tra cittadini e cittadine, agricoltori e agricoltrici per comprendere il livello di accettazione di queste pratiche, da cui è emerso che, sebbene ci sia apertura per irrigare i foraggi, preferirebbero usare l'acqua riciclata per le fabbriche o i giardini piuttosto che per ciò che finisce a tavola.
È un aspetto che emerge con forza non solo nei Paesi del Nord Africa, ma anche in Europa, dove il dibattito sui fanghi è diventato negli ultimi anni più di attualità e oggetto di numerose normative.
Promuovere il riuso sicuro delle acque depurate significa aumentare la resilienza dei sistemi agricoli, soprattutto in aree soggette a carenze strutturali d'acqua destinata alle colture.
Valorizzare i fanghi recuperando nutrienti utili per l’agricoltura, nel rispetto di limiti rigorosi e controlli trasparenti, significa chiudere il ciclo di gestione integrata e ridurre l’impronta ambientale della produzione agricola. Ma significa anche investire nella comunicazione scientifica e nel dialogo con la società, per una transizione consapevole verso modelli più circolari.
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Sono temi che porto anche in aula, discutendone con le mie studentesse e i miei studenti, perché credo sia fondamentale che le nuove generazioni comprendano l’intreccio tra complessità tecniche, normative e accettazione sociale.
Guardando al futuro, la sfida sarà integrare sempre più le valutazioni chimiche con analisi di rischio dedicate ai contaminanti emergenti e studi socio-economici.
Solo un approccio interdisciplinare, capace di unire chimica ambientale, agronomia e scienze sociali, potrà rendere il riuso una pratica diffusa, sicura e condivisa.
In questo percorso ho imparato che la ricerca non è produzione di dati, ma corretta interpretazione e condivisione: non solo fra chi fa ricerca ma anche e soprattutto al di fuori del mondo accademico.