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Relazioni industriali: come far crescere i salari e ridurre le diseguaglianze

Questo contenuto fa parte del tema del mese: Lavoro

Quando si parla di lavoro, tornano al centro del dibattito pubblico i temi urgenti della crescita salariale e della riduzione delle diseguaglianze. Studiare il sistema di relazioni industriali e i suoi effetti ci aiuta a identificare gli interventi più efficaci per raggiungere questi importanti obiettivi. 

Nell’attuale dibattito pubblico, la questione salariale viene spesso citata come una delle priorità da affrontare attraverso politiche e interventi efficaci. In Italia, i redditi da lavoro annuali a parità di potere d’acquisto hanno infatti avuto un andamento piatto negli ultimi decenni e addirittura negativo nel caso delle lavoratrici e dei lavoratori più poveri.

In questo contesto, ci sono varie proposte di interventi normativi, come l’introduzione di un salario minimo, di una legge sulla rappresentanza delle parti sociali (sindacati e organizzazioni industriali), oltre che di varie forme di incentivi fiscali. 
Il sistema di relazioni industriali, ovvero quell’insieme di attori, istituzioni e norme che formano e regolano i rapporti tra imprese e mondo del lavoro, è quindi spesso al centro di proposte di riforma. Come anche in altri ambiti, la conoscenza del funzionamento di questo sistema e dei suoi effetti sul mercato del lavoro è un’importante base di partenza per poter formulare proposte più efficaci.

Il rapporto tra il livello e la struttura dei salari italiani e le caratteristiche del sistema di relazioni industriali, con particolare riferimento alla contrattazione collettiva, sono al centro di numerosi contributi recenti che ho scritto insieme a diversi ricercatori e ricercatrici, oltre che di vari progetti attualmente in corso. Si tratta di progetti che hanno spesso potuto beneficiare dell’accesso a banche dati di tipo amministrativo. Ad esempio, grazie alla partecipazione ai bandi Visitinps scholars, abbiamo analizzato i dati dell'INPS sulla storia contributiva di lavoratrici e lavoratori dipendenti italiani. Abbiamo inoltre lavorato per arricchire questi dati con informazioni in parte ricostruite autonomamente da fonti aperte, come i livelli salariali minimi fissati dalla contrattazione collettiva, ampliando il quadro di fonti a disposizione della ricerca. Questo tipo di dati ci permette di misurare con estrema precisione fenomeni come il livello e l’evoluzione temporale delle diseguaglianze salariali.

I nostri studi rivelano diverse evidenze interessanti. In primo luogo, se i redditi complessivi hanno avuto un declino negli ultimi decenni tra i lavoratori più poveri, ciò non è tanto legato ad una riduzione dei salari per giornata di lavoro a tempo pieno. 

Questa misura della retribuzione, che possiamo definire come “salario unitario”, è rimasta abbastanza costante nel tempo a parità di potere d’acquisto. Il potere d’acquisto dei salari unitari è stato tutelato grazie alla contrattazione collettiva e ciò è in parte confermato da una associazione positiva tra la crescita dei minimi fissati nei contratti collettivi e la crescita dei salari giornalieri effettivi.

Allora perché si guadagna di meno? Il declino dei redditi annuali che osserviamo negli ultimi due-tre decenni, in particolare tra le lavoratrici e i lavoratori più poveri, è legato principalmente ad una progressiva riduzione della quantità di giornate lavorate nell’anno. Interruzioni nelle carriere, contratti part-time, riduzioni dell’orario, spesso accompagnate dal ricorso alla cassa integrazione, sono fenomeni che si sono accentuati nel tempo.

I risultati delle nostre ricerche ci suggeriscono quindi possibili interventi per affrontare i bassi salari e le diseguaglianze. Un primo passo riguarda interventi a favore della domanda di lavoro e della formazione del personale, in modo da aumentare le opportunità di impiego. Occorrono poi misure per incoraggiare la crescita della produttività, che consente di migliorare la qualità del lavoro. Infine, un maggior legame tra salari e produttività incentiverebbe i lavoratori e lavoratrici a spostarsi verso le occupazioni più redditizie, innescando un meccanismo che potrebbe progressivamente rendere più efficiente e dinamico il nostro sistema di relazioni industriali. 


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Questi e altri risultati saranno presentati e discussi durante un workshop internazionale organizzato come parte delle iniziative del LABORatorio R. Revelli, un centro di ricerca nato all’Università di Torino che si occupa di promuovere la ricerca scientifica sul mercato del lavoro.
Il workshop tematico dal titolo “Industrial relations in a changing world” si svolgerà presso il Collegio Carlo Alberto il 19 e 20 febbraio 2026. Una sessione speciale dell’evento vedrà la partecipazione di David Card, premio Nobel per l’Economia nel 2021, e celebrerà la figura di Bruno Contini, professore emerito dell’Università di Torino e fondatore del LABORatorio R. Revelli. Bruno Contini è stato un pioniere dell’analisi del mercato del lavoro attraverso dati di fonte amministrativa, un approccio che è ormai diventato la norma in quasi tutti i recenti studi di più alto livello su questi temi.

Il workshop rappresenta un virtuoso esempio di collaborazione tra vari dipartimenti dell’Università di Torino (il Dipartimento di Scienze Economico-Sociali e Matematico Statistiche e il Dipartimento di Economia e Statistica) e il Collegio Carlo Alberto. Si tratta di un evento che contribuirà ad arricchire la nostra conoscenza sul funzionamento dei sistemi di relazioni industriali anche in ottica comparata, fornendo delle solide basi per progettare politiche pubbliche più efficaci.