Quando una lingua trova posto. La diversità linguistica tra mercati, teatro e vita quotidiana.
Le lingue non abitano solo nei dizionari, nelle scuole o nei documenti ufficiali. Vivono nei luoghi in cui le persone si incontrano, come dietro il bancone di una macelleria halal, tra i rumori di un mercato o nei corpi che prendono spazio su un palco. Tra Torino e Genova, i progetti MultiLX e ALPHABETICA raccontano la diversità linguistica come ascolto, riconoscimento e possibilità di trovare posto nella vita comune.
Quando si parla di diversità linguistica, immaginiamo spesso parole antiche, dialetti familiari, accenti che raccontano un’origine, voci minoritarie che chiedono di non essere dimenticate. È un’immagine importante, ma rischia di farci vedere le lingue come oggetti dentro una teca, più che come presenze che attraversano la vita quotidiana.
Le lingue, invece, vivono passando di bocca in bocca, mescolandosi e cambiando forma. Vivono nei gesti, negli sguardi, nei silenzi, nei corpi, nelle attese. Vivono quando trovano un banco su cui appoggiarsi, una strada da attraversare, una stanza in cui risuonare.
Una lingua non vive solo perché qualcuno la parla. Vive quando trova posto.
Per capire cosa significa, siamo entrati in due luoghi molto diversi tra loro: una macelleria halal, nel quartiere multilingue di Porta Palazzo a Torino, e alcuni laboratori artistico-teatrali realizzati con giovani con esperienze migratorie presso il Teatro della Tosse di Genova.
La macelleria di Porta Palazzo è uno dei luoghi osservati nell'ambito di Multisemiotic Turin, un caso di studio del progetto MultiLX, finanziato dal programma Horizon Europe. Qui abbiamo svolto una ricerca attraverso l’etnografia linguistica, seguendo da vicino per oltre un anno le interazioni quotidiane tramite osservazione partecipante e registrazioni audio e video, per capire come le persone costruiscono relazioni e significati usando lingue, gesti, oggetti.
Il secondo contesto nasce invece nell’ambito di ALPHABETICA, progetto Horizon Europe dedicato all’educazione artistica partecipativa e inclusiva. Qui abbiamo realizzato From the Back to the Stage, un percorso di dieci laboratori teatrali realizzato insieme a giovani con esperienze migratorie. Attraverso il teatro, la progettazione condivisa e momenti di confronto, i laboratori hanno trasformato le pratiche artistiche in strumenti di espressione, relazione e partecipazione.
In entrambi i casi, la domanda resta la stessa: che cosa accade alle lingue quando trovano un luogo in cui essere usate, ascoltate, condivise?
Davanti al bancone della macelleria di Porta Palazzo qualcuno ordina in italiano, qualcun altro passa all’arabo marocchino, una parola francese entra nella conversazione. Un gesto chiarisce il taglio della carne, uno sguardo conferma che ci si è capiti. Intorno ci sono prodotti, etichette, telefoni, ricette, saluti, battute, richieste di consiglio. Si compra carne, certo. Ma la macelleria non è solo un’attività commerciale. È un punto di incontro, un luogo in cui circolano informazioni, relazioni e memorie. Si parla di lavoro, casa, documenti, famiglia, viaggi, feste, lutti. Le parole contano, ma non sono mai sole: il significato passa anche dalle mani, dagli oggetti sul bancone, dai movimenti del corpo, dai tempi dell’attesa.
In questo spazio, la lingua si impara facendo. Non sempre si arriva con una competenza già pronta, ordinata, misurabile. A volte si impara ascoltando la clientela, osservando chi lavora, ripetendo una formula, sbagliando una parola, ridendo, ricominciando. È un apprendimento che non somiglia a una lezione, ma a una forma di partecipazione.
Non sempre si parte dalla lingua per entrare in uno spazio. A volte è entrando nello spazio che la lingua arriva, cambia e prende valore.
Il teatro racconta qualcosa di simile da un’altra prospettiva. Nei laboratori di From Back to Stage, al Teatro della Tosse di Genova, comunicare non significa soltanto parlare bene o costruire frasi corrette. Significa guardarsi, aspettarsi, muoversi insieme, occupare uno spazio, trovare un ritmo comune. Il corpo diventa una lingua possibile. Per dieci settimane, artisti, educatori e ricercatrici hanno costruito un percorso fatto sulla fiducia e sull’ascolto, improvvisazione, narrazioni autobiografiche, memorie linguistiche e scrittura collettiva, fino alla costruzione di una performance. La ricerca ha accompagnato ogni fase attraverso l’osservazione partecipante, interviste, focus group e la documentazione audiovisiva, non per misurare chi parlasse “meglio”, ma per comprendere come sono cambiate nel tempo le possibilità di esprimersi, entrare in relazione e prendere parte al lavoro comune.
Da questo lavoro è emersa un’espressione preziosa: “lingua storta”. Una lingua storta non è semplicemente una lingua sbagliata. È una lingua attraversata da altre lingue, da viaggi, memorie, esitazioni e tentativi. Porta i segni di chi si muove tra mondi diversi e cerca un modo per dire qualcosa di sé.
Questa non è una questione solo sociolinguistica. Riguarda il modo in cui viviamo insieme. Una lingua può essere presente in una città, in una famiglia, in un quartiere, eppure non avere spazio nei luoghi in cui si decide cosa conta come sapere, competenza o partecipazione. Può essere parlata al lavoro, nei messaggi, in strada, durante una prova teatrale, ma restare invisibile quando viene considerata solo un errore, un ostacolo, qualcosa da correggere prima possibile.
Studiare una macelleria o un laboratorio teatrale significa allora osservare qualcosa di più ampio: le condizioni concrete che permettono alle lingue di trovare posto. Perché una lingua può iniziare a scomparire molto prima di perdere le ultime persone che la parlano. Può indebolirsi quando non trova più luoghi in cui essere usata senza vergogna, quando viene tollerata ma non riconosciuta, quando resta fuori dagli spazi in cui si costruisce appartenenza.
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A Torino, le voci, i gesti e le immagini raccolti in macelleria continueranno a essere analizzati e potranno diventare materia per nuove forme di restituzione, anche artistiche. Questi materiali contribuiranno inoltre a uno degli obiettivi più ampi di MultiLX: promuovere una trasformazione delle politiche linguistiche europee, affinché diventino più eque e inclusive, e riconoscano anche le lingue e le risorse comunicative delle persone con esperienze migratorie. A Genova, ciò che è emerso nei dieci laboratori confluirà nella valutazione condivisa di From the Back to the Stage e servirà a comprendere come il teatro e la co-creazione artistica possano favorire inclusione, capacità di agire e partecipazione civica. L’obiettivo è costruire pratiche che possano essere riprese anche altrove, in altri spazi educativi e sociali.
In fondo, chiedersi dove abitano le lingue significa chiedersi dove possono abitare le persone con tutto ciò che portano con sé: parole, accenti, gesti, silenzi, corpi, memorie, relazioni. Una lingua trova posto quando anche chi la parla trova posto.
La ricerca presso il Teatro della Tosse di Genova è stata condotta da Gerardo Mazzaferro; la ricerca presso la macelleria halal di Porta Palazzo è stata condotta da Marta Lupica Spagnolo.