Quando le dimensioni (non) contano: la ricerca sulle malattie rare
Le malattie rare e ultrarare colpiscono, singolarmente, poche persone ma nel complesso interessano milioni di individui in tutto il mondo e per il 95% di queste patologie non esistono ancora terapie. Come si fa ricerca quando i pazienti sono pochissimi? All'Università di Torino creiamo reti di collaborazione globali per condividere dati e campioni, trasformando la rarità da ostacolo in opportunità. Ma la ricerca in questo campo non è solo questione di giustizia sociale: apre finestre preziose sulla biologia umana, con ricadute inaspettate anche su malattie comuni.
Il paradosso della rarità
Nel mondo della ricerca medica, di solito le conoscenze procedono grazie a grandi numeri: studi da migliaia di partecipanti, analisi su popolazioni numerose, trial clinici che coinvolgono centinaia di pazienti e così via. Esiste, però, un universo di patologie dove le dimensioni contano, sì, ma in modo completamente diverso: le malattie rare.
In Europa, una malattia è definita "rara" se colpisce meno di 5 persone ogni 10.000. Cifre che sembrano minuscole, eppure esistono tra le 7000 e le 10.000 malattie rare diverse. Messe insieme, queste condizioni riguardano circa 30 milioni di persone solo in Europa ﹣ oltre il 6% della popolazione ﹣e oltre 300 milioni a livello globale. Una moltitudine, spesso invisibile ai più, di pazienti e caregiver (chi assiste una persona non autosufficiente), che affronta quotidianamente diagnosi difficili, percorsi terapeutici complessi e una ricerca che fatica a decollare.
Qui però nasce un paradosso: pur essendo di per sé molto rare, collettivamente queste malattie rappresentano un problema di salute pubblica gigantesco. Non a caso, nel 2021 l'ONU ha promulgato una risoluzione dedicata a chi convive con una malattia rara, seguita nel 2025 dall'OMS che ha riconosciuto le malattie rare come una priorità di salute globale.
Al lavoro con la rarità
In questo scenario, una delle sfide maggiori è riuscire a raccogliere un numero sufficiente di pazienti per testare l'efficacia di un nuovo farmaco. È un rompicapo, che richiede creatività e collaborazione internazionale.
Il nostro lavoro, infatti, consiste anche nel creare network globali che mettano in comune dati e materiale biologico (come tessuti, DNA o campioni di sangue). Questo ci permette di costruire banche dati sempre più ampie anche per patologie estremamente rare come la sindrome da anticorpi antifosfolipidi, una malattia che aumenta il rischio di trombosi e di problemi durante la gravidanza e su cui il nostro gruppo di ricerca lavora da oltre vent'anni.
Per le malattie ultrarare, invece, il reclutamento è quasi impossibile. In più le aziende farmaceutiche non hanno interesse a investire nella ricerca, data l'assenza di un mercato.
Perciò oltre il 95% delle malattie rare – e la quasi totalità delle ultrarare – non ha ancora una terapia specifica. Pazienti e famiglie spesso possono contare solo su terapie limitate alla gestione dei sintomi, ma non su un trattamento in grado di modificare il decorso della malattia e avere un impatto significativo sulla qualità della vita.
In alcuni casi non esiste neppure una diagnosi. Per questo il nostro gruppo ha contribuito alla nascita dell’Undiagnosed Diseases Network International (UDNI), una rete che analizza i dati genetici di singoli pazienti o piccole coorti, cercando le mutazioni genetiche alla base della malattia non diagnosticata. Grazie a queste informazioni, possiamo poi progettare esperimenti su modelli cellulari o animali, tentando di replicare la patologia in laboratorio e, soprattutto, di individuare potenziali bersagli terapeutici.
È un lavoro quasi artigianale, dove ogni singolo caso rappresenta una miniera di informazioni e dove la piccola dimensione del campione impone non solo un rigore metodologico elevato ma la costruzione di una narrazione scientifica attorno a ogni paziente.
Perché occuparsi di ricerca sulle malattie rare?
La risposta a questa domanda va ben oltre il numero di persone direttamente coinvolte. Innanzitutto, è una questione di equità e giustizia sociale. In secondo luogo, da una prospettiva più strettamente scientifica, le malattie rare sono delle vere e proprie finestre sulla biologia umana. Molte sono dei modelli per studiare la funzione di un singolo gene o delle molecole bersaglio di un particolare anticorpo, o dei meccanismi biochimici associati.
In sintesi, le scoperte fatte studiando una malattia ultrarara possono rivelare meccanismi biologici comuni anche a patologie più diffuse.
Un esempio sono le sindromi autoinfiammatorie, dove la mutazione di alcuni geni determina una regolazione alterata del processo infiammatorio, che causa sintomi simili all’influenza.
Le ricerche in questo ambito hanno portato allo sviluppo di farmaci che oggi sono usati anche per patologie più comuni come la gotta, o al trattamento delle forme più gravi di Covid.
La rarità, in questo senso, è un laboratorio per la ricerca di base con ricadute tanto inattese quanto preziose.
Guardare al futuro
I risultati ottenuti finora, seppur su piccola scala, sono incoraggianti: siamo sempre più capaci di diagnosticare precocemente le malattie rare, identificare biomarcatori e sviluppare terapie personalizzate. Il futuro è sempre più legato alla collaborazione e alla condivisione di informazioni tra chi si occupa di ricerca, chi di clinica e, soprattutto, le associazioni di pazienti. Queste ultime sono fondamentali perché ci incoraggiano, ci supportano nella raccolta fondi e ci aiutano a dare una direzione alla ricerca. La sfida è ancora enorme, ma ogni piccola scoperta, rappresenta una vittoria per l'intera scienza e una speranza per chi vive con una malattia rara.
In fondo le dimensioni contano, sì, ma è il valore della ricerca, non il numero dei pazienti, a determinare il suo impatto.
Componenti del gruppo:
Simone Baldovino, Irene Cecchi, Massimo Radin, Elisa Menegatti