Storie di ricerca

Quando la pietà divenne pianificazione: la ruota degli esposti e l’economia nascosta dell’abbandono dei neonati

Questo contenuto fa parte del tema del mese: Salute sessuale

In tutta Europa spuntano le cosiddette “culle per la vita”: versioni moderne della ruota degli esposti, pensate come risorsa in extremis per madri in difficoltà. I suoi sostenitori le difendono come strumenti salvavita. Gli oppositori - dalle Nazioni Unite ai gruppi per il diritto all’identità - rispondono che non salvano vite e che violano i diritti del neonato. Chi ha ragione? La storia ci offre qualche indizio.

«Ho visto piangere Garibaldi solo due volte.
La prima quando visitammo il brefotrofio di Palermo.
La seconda quando visitammo il brefotrofio di Napoli.»
Jessie White Mario (1897), scrittrice, filantropa e infermiera di Garibaldi in quattro guerre.

In origine, la ruota degli esposti non era un semplice rifugio salvavita. Era un cilindro rotante incassato nel muro di un brefotrofio, istituto adibito all’accoglienza di neonati abbandonati, o di una chiesa: si posava il neonato dal lato della strada, si faceva girare il meccanismo e il bambino spariva dentro l’edificio. Nessun nome, nessuna domanda. 

Nell’Italia del XIX secolo, questo dispositivo serviva ufficialmente a risolvere il “problema” delle nascite illegittime. In una società che giudicava le madri non sposate indegne e pericolose per l’ordine morale, la ruota permetteva di far scomparire il bambino e con lui lo scandalo. 

Ma dietro questa funzione di controllo sociale si nascondeva una realtà economica precisa. 
Presenti in tutte le province italiane al tempo dell’Unificazione, la loro chiusura non fu un processo indolore. Nel corso dell'Ottocento si consumò un dibattito pubblico aspro. 

Da un lato, i favorevoli all'abolizione denunciavano l'effetto perverso dell'anonimato: la ruota non si limitava ad accogliere i figli delle madri in difficoltà, ma funzionava da vero e proprio fattore di attrazione, incentivando l'abbandono anche di figli legittimi che senza il sistema anonimo non sarebbero mai finiti in un brefotrofio. Il risultato era un sovraffollamento cronico delle istituzioni, una mortalità infantile spaventosa - perennemente saturi, quei luoghi si trasformavano in focolai di malattie - e un costo finanziario crescente per province e comuni, sui quali gravava il mantenimento dei brefotrofi. 

Dall'altro lato, i difensori della ruota sostenevano che l'anonimato fosse l'unica alternativa all'infanticidio e all'aborto clandestino: eliminata la possibilità di abbandonare il neonato in segreto, le madri disperate avrebbero scelto vie ancora più tragiche oppure avrebbero lasciato i bambini per strada. Le statistiche dell'epoca, in realtà, non confermarono questi timori: infanticidi e aborti registrati diminuirono negli anni successivi alla chiusura.

Figura 1. Numero di ruote nel 1863 e anno di abolizione nelle province italiane.
Figura 1. Numero di ruote nel 1863 e anno di abolizione nelle province italiane.

La mappa temporale dell’abolizione della ruota ci racconta già molto. Nel 1863 la ruota era ovunque, dalla Sicilia al Piemonte. Il movimento abolizionista partì dal Nord — più industrializzato e meno legato ai quadri morali tradizionali — e si propagò verso sud nell’arco di due decenni (Figura 1). Ferrara fu la prima provincia a chiudere la ruota nel 1867; dieci anni dopo, il numero di ruote attive in Italia si era già dimezzato. Questa disomogeneità temporale è preziosa: ci permette di osservare, provincia per provincia, le conseguenze concrete della chiusura.

La nostra ricerca, pubblicata sulla rivista Explorations in Economic History (Freschi e Molteni, 2025), si basa su un nuovo dataset di dati provinciali italiani per il periodo 1863–1882 ed esamina che cosa accadde davvero quando le ruote vennero abolite. Le province chiusero le proprie ruote in anni diversi, il che ci consente di confrontare ciò che avvenne nelle province che avevano già abolito la ruota con ciò che accadeva nelle altre: usando queste ultime come “gruppo di controllo”, abbiamo potuto isolare l’impatto reale della riforma dai normali mutamenti dell’epoca.


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I risultati sono netti. I critici ottocenteschi della ruota avevano ragione, e su più fronti.
Il primo effetto riguarda l’abbandono. Con la chiusura della ruota, il numero di bambini abbandonati crollò di oltre il 50%. L’effetto fu immediato: a Milano, dopo l’abolizione del 1868, gli esposti scesero quasi a zero da un anno all’altro (Figura 2). In parallelo, il numero di “nascite illegittime” registrate salì. Non si trattava di un’esplosione di concepimenti fuori dal matrimonio, ma di un effetto contabile: senza l’anonimato della ruota, i neonati abbandonati venivano ora identificati e registrati come illegittimi.

Figura 2. Nascite illegittime ed “esposti” a Milano, 1863–1882.
Figura 2. Nascite illegittime ed “esposti” a Milano, 1863–1882.

Il secondo effetto riguarda la mortalità infantile, che diminuì di circa il 10%. Meno bambini abbandonati significò istituzioni meno congestionate e cure migliori, con benefici che si estesero anche ai neonati che continuavano ad essere affidati ai brefotrofi.
Il terzo effetto tocca una dimensione meno nota ma altrettanto significativa: la discriminazione di genere nell’abbandono. 

Storicamente, quando erano coppie sposate a ricorrere alla ruota per ragioni economiche, tendevano a trattenere i maschi — considerati una risorsa produttiva — e ad abbandonare le femmine, gravate dal futuro onere della dote. L’abbandono illegittimo, al contrario, era indifferente al sesso del neonato. Beltrán Tapia e Cappelli (2024) hanno recentemente mostrato come questa selettività abbia contribuito al fenomeno delle “bambine mancanti” (missing girls) nell’Italia liberale, data l’elevatissima mortalità tra gli esposti. La nostra analisi mostra che la chiusura della ruota attenua questa distorsione: venendo meno l’anonimato, l’abbandono legittimo — quello più sbilanciato verso le femmine — divenne impraticabile, riducendo la sovra-rappresentazione delle bambine tra gli esposti.

Ma perché l’abbandono crollò in modo così vistoso? Se per le madri non sposate la ruota era uno strumento di controllo sociale, per le coppie sposate svolgeva una funzione del tutto diversa: quella di un meccanismo finanziato pubblicamente per regolare le dimensioni della famiglia. Dopo l’abolizione, le nascite diminuirono di circa il 4%. Le coppie sposate, private della possibilità di abbandonare anonimamente i figli indesiderati, cominciarono a fare scelte diverse prima del concepimento.

Per capire la portata di questo cambiamento, occorre ricordare quanto fossero limitati gli strumenti contraccettivi a disposizione. Nell’Italia del XIX secolo, prima della diffusione della contraccezione scientifica, le coppie potevano ricorrere essenzialmente all’astinenza, al coito interrotto e al prolungamento dell’allattamento al seno, che aveva l’effetto fisiologico di distanziare le nascite riducendo la fecondità della madre (Guinnane, 2011). 

Erano metodi rudimentali, ma non per questo inefficaci. Studi recenti confermano che anche in assenza di tecnologie contraccettive moderne le coppie esercitavano un certo grado di controllo sulla propria fecondità, soprattutto attraverso il distanziamento delle nascite. Quando questi metodi fallivano, rimaneva la ruota: non un metodo contraccettivo, ma un sistema di regolazione della natalità ex post. L’abolizione, dunque, non solo eliminò un canale di abbandono, ma contribuì a spingere le famiglie verso pratiche contraccettive più consapevoli.

Qui sta la peculiarità più rilevante del caso italiano. Nella letteratura economica, il declino della fecondità viene tradizionalmente spiegato con il modello quantità-qualità elaborato da Gary Becker nell’ambito della New Home Economics: l’industrializzazione fa crescere il costo-opportunità dei figli e le coppie rispondono riducendone il numero per investire di più nella loro istruzione e salute. Ma in Italia la chiusura della ruota anticipò questi effetti. Eliminò un meccanismo anonimo e a basso costo per disfarsi del carico di figli indesiderati, aumentando di fatto il costo dell’accudimento prima che il Paese si industrializzasse pienamente e prima di quello che è comunemente considerato l’avvio della transizione demografica. 

Non fu solo la crescita economica moderna a modificare le strategie riproduttive delle famiglie, ma un cambiamento istituzionale e culturale, quindi l’evoluzione delle norme sull’abbandono, sulla legittimità e sulla responsabilità genitoriale. 

Usando il linguaggio del quadro interpretativo “Ready, Willing, Able” della demografia (Coale, 1973; Hacker, 2016), possiamo dire che la chiusura della ruota modificò la propensione (“willingness”) delle coppie: rese, cioè, eticamente e socialmente accettabile il controllo della fecondità, in un contesto in cui gli incentivi economici da soli non bastavano a spiegare il cambiamento.

Questa lezione dimenticata dell’Italia ottocentesca parla ai dibattiti di oggi. Una politica di abbandono anonimo, concepita come rete di sicurezza compassionevole, finiva per incentivare l’abbandono stesso, alimentare la mortalità infantile e perpetuare la discriminazione di genere. La sua abolizione non peggiorò la condizione di bambini e bambine vulnerabili. Al contrario: spinse le famiglie verso una pianificazione più consapevole, ridusse gli abbandoni e salvò vite. È una storia che vale la pena conoscere, mentre l’Europa torna a interrogarsi sul valore e il senso delle culle della vita.