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Quando la mente torna indietro: perché il tempo non basta a guarire il trauma

Questo contenuto fa parte del tema del mese: Tempo

Si dice che il tempo guarisca tutte le ferite, ma è davvero così? Questo contributo esplora come le persone tornano con la mente agli eventi traumatici attraverso processi di ruminazione, e come questi influiscano sul loro benessere. I risultati mostrano che non è il semplice trascorrere del tempo a fare la differenza, ma il modo in cui diamo significato a ciò che abbiamo vissuto: i pensieri intrusivi possono mantenere viva la sofferenza, mentre una riflessione più consapevole può aiutare a darle un senso e favorire il recupero.

“Passerà, vedrai, il tempo guarisce tutte le ferite”, “Con il tempo si supera”, “Devi solo darti tempo”. Ma è proprio così che funziona? Dalla diffusa convinzione che la guarigione delle proprie ferite sia una mera questione di tempo nasce l’interesse alla base della nostra ricerca sugli eventi traumatici e sui sintomi post-traumatici, con l’obiettivo di verificare empiricamente questa credenza piuttosto radicata nel senso comune.

Il concetto di tempo è da sempre centrale nella riflessione filosofica e psicologica, soprattutto quando si tratta di comprendere e affrontare la sofferenza psichica. 

La cura può essere intesa come un processo che coinvolge un Sé narrativo, impegnato a intrecciare passato, presente e futuro nel tentativo di rielaborare il vissuto in un nuovo orizzonte di senso. Tuttavia, la percezione del tempo è essa stessa un’esperienza soggettiva, influenzata da fattori cognitivi (attenzione, memoria), emotivi (nostalgia, noia, gioia) e psicopatologici (depressione, ansia, sintomi post-traumatici).

In questo quadro, diventa centrale comprendere quali processi cognitivi mediano il rapporto tra il tempo e la sofferenza psichica. Tra questi, la ruminazione occupa un ruolo chiave. Essa consiste in pensieri ripetitivi legati a eventi passati e può assumere due forme: la ruminazione intrusiva, caratterizzata da pensieri involontari e disturbanti - come domande iterative e prive di risposta (es. "perché non riesco a non pensare a quello che è successo?") - e la ruminazione deliberata, più intenzionale e orientata alla comprensione e rielaborazione dell’accaduto, con domande più riflessive (es. “che cosa significa questa esperienza per me?”).

Per valutare questi processi viene spesso utilizzato l’Event-Related Rumination Inventory (ERRI), un questionario composto da 20 domande, di cui 10 esplorano la ruminazione intrusiva (es. “Ho pensato all’evento anche quando non avevo intenzione di farlo”) e 10 quella deliberata (es. “Mi sono chiesto se fossi in grado di trarre un significato dalla mia esperienza”). Inoltre, l’ERRI  valuta entrambe queste forme di ruminazione distinguendo tra due intervalli temporali: una fase immediata (subito dopo l’evento) e una fase recente (nelle due settimane precedenti la compilazione). 

Nel nostro studio abbiamo coinvolto partecipanti che avevano vissuto un trauma da meno o più di un anno  e i risultati mostrano che, sebbene l’ERRI misuri efficacemente entrambe le forme di ruminazione, il riferimento a un periodo “recente” fornisce una valutazione più valida e precisa.

Questa differenza tra i due intervalli di riferimento può essere associata ai limiti degli strumenti usati per la ricerca. Infatti, gli strumenti standardizzati si basano su valutazioni retrospettive che possono essere influenzate da distorsioni della memoria, stati emotivi attuali e strategie di regolazione psicologica.

Nelle fasi immediatamente successive all’evento traumatico, in particolare, può risultare difficile per i partecipanti distinguere con chiarezza i diversi momenti temporali, poiché questi possono sovrapporsi nella memoria. La valutazione retrospettiva di un evento stressante può inoltre attivare meccanismi di difesa in grado di influenzare le risposte, ad esempio attraverso la tendenza a rimuovere dettagli dell’esperienza traumatica.

Il tempo trascorso dal trauma appare però cruciale nel modulare sia l’elaborazione dell’esperienza sia la gravità dei sintomi. In genere, i sintomi post-traumatici (es. flashback, incubi, evitamento di luoghi/persone legati all'evento, umore negativo, ipervigilanza) tendono a ridursi nel tempo, tuttavia, la ruminazione può contribuire al loro mantenimento, interferendo con questo processo.

Si pone allora una domanda: la ruminazione intrusiva e quella deliberata svolgono lo stesso ruolo nel tempo?

Uno studio recente , condotto su 601 partecipanti che avevano vissuto un trauma in due intervalli temporali diversi (0-2 anni; 2-10 anni), ha indagato la relazione tra ruminazione e sintomi post-traumatici, considerando il tempo come possibile mediatore

I risultati indicano che la ruminazione intrusiva è associata a elevati livelli di sintomi indipendentemente dal tempo trascorso: chi continua a sperimentare pensieri che emergono in modo involontario e disturbante riporta un disagio persistente. La ruminazione deliberata, invece, mostra un andamento variabile: è maggiormente associata ai sintomi nelle fasi più recenti del trauma, mentre il suo impatto diminuisce con il passare del tempo.

Questi risultati sono coerenti con il modello di Tedeschi e Calhoun (2004), secondo cui la capacità di passare da una ruminazione intrusiva a una ruminazione deliberata e costruttiva è fondamentale. Chi non riesce a compiere questo passaggio tende a mantenere sintomi post-traumatici nel tempo; al contrario, chi vi riesce può sperimentare una riduzione del disagio e persino una crescita post-traumatica.

In sintesi, entrambe le forme di ruminazione sono rilevanti, ma solo quella intrusiva sembra contribuire al mantenimento dei sintomi post-traumatici nel tempo. Le conclusioni del nostro studio possono avere delle ricadute applicative in ambito psicologico e psicoterapeutico.


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Infatti, intraprendere un percorso psicologico, a seguito di un evento traumatico, potrebbe aiutare a favorire il passaggio verso forme di ruminazione più deliberate, per prevenire la cronicizzazione dei sintomi post-traumatici e promuovere processi di elaborazione più adattivi.

Si dice che il tempo guarisca le ferite, tuttavia, ciò avviene solo quando è un tempo che consente alla persona di svincolarsi da processi cognitivi intrusivi e di costruire un significato personale dell’esperienza vissuta aprendo così la possibilità non solo di una riduzione del disagio, ma anche di una crescita post-traumatica.