Storie di ricerca

Quando dire il falso costa troppo poco: come contrastare la disinformazione online

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Perché troviamo tanta disinformazione sui social? In molti puntano il dito su algoritmi progettati male, sulle “bolle” che si creano online, o sulla crescente polarizzazione della politica. Ma c'è un’ipotesi che non ha ancora ricevuto l’attenzione che merita: affermare il falso sui social “costa” meno che dal vivo.  Questa ipotesi è alla base di un progetto multidisciplinare e internazionale che vuole capire come le architetture della comunicazione digitale alterino gli incentivi che ci spingono a essere sinceri.

Il prezzo della menzogna

Immagina di essere colto in fallo a mentire durante una cena tra amici: la tua reputazione ne uscirà danneggiata e i tuoi commensali ci penseranno due volte prima di bersi la tua prossima bufala. Di solito evitiamo di mentire (o di fare affermazioni imprecise o infondate) perché ci sembra giusto; ma quando la tentazione è forte, è il “costo sociale” del falso che ci motiva a essere sinceri.

Esistono però stratagemmi per evitare di pagare il prezzo delle nostre menzogne. Si pensi a chi diffonde gossip o pettegolezzi. Se affermo che «ho sentito dire che Lucia se la fa con Luca», faccio circolare il pettegolezzo proprio come se l’avessi affermato senza riserve. Ma se vengo colto in fallo, posso far notare: «non ho mai detto che fosse vero; ho solo riferito ciò che ho sentito dire!». Ambasciator non porta pena: riferire menzogne come se fossero di seconda mano è conveniente perché ci permette di far passare il messaggio senza pagarne le conseguenze.

Ci sono molte tecniche per non assumersi la responsabilità di ciò che si dice, e sono molto diffuse in contesti legali e nel discorso pubblico, dove la posta in gioco è più alta. 

Donald Trump fa spesso affidamento a questi stratagemmi. Frasi come «a lot of people are saying» («molta gente dice che») o «everybody's talking about» («tutti parlano di») sono cavalli di battaglia dei suoi interventi pubblici. Sono dei paraventi dietro ai quali Trump si nasconde per non assumersi la responsabilità di accuse infondate, teorie del complotto e menzogne gratuite.

L’idea alla base della mia ricerca è che le piattaforme social integrino, a livello strutturale, strumenti simili, che consentono di evadere i costi del falso. 

Per esempio, i repost schermano dai costi sociali del falso. Possiamo servirci ancora di Trump come esempio. Accusato di aver ritwittato statistiche inventate sui crimini commessi dagli afroamericani (postate in origine, peraltro, da un account neonazista), Trump ha risposto «È solo un retweet, non l'ho scritto io». La risposta può non convincere, ma illustra un punto importante: anche se repost e reazioni come il “mi piace” contribuiscono a diffondere un messaggio, hanno un costo sociale ridotto rispetto alle affermazioni vere e proprie, perché (come nell’esempio del gossip su Luca e Lucia) l’emittente può insistere che stava solo riferendo ciò che ha sentito dire.

Oltre a diminuire i costi sociali della disinformazione, questi strumenti ne semplificano la diffusione. Nella vita reale, far correre una voce falsa richiede un certo sforzo: servono tempo, energie, e capacità di mantenere viva l’attenzione dell’interlocutore. I social permettono a chiunque di evadere questi ostacoli. Un repost è sufficiente a inoltrare un contenuto a centinaia di followers, senza alcuno sforzo cognitivo o pratico. Proprio perché sono così rapidi e logisticamente convenienti, i repost hanno soppiantato altre forme di comunicazione online. Già nel 2014, un quarto dei contenuti su Twitter erano retweet; dal 2021 superano la metà. 

Questo ha un effetto sull’economia dell’informazione digitale: sui social la maggior parte del contenuto è materiale “a responsabilità limitata”.

Mappare l'infrastruttura della comunicazione veritiera

Il progetto europeo “COST-X: The epistemology of costly communication: offline and online” si propone di studiare questo fenomeno in modo sistematico. L'obiettivo è comprendere come le piattaforme digitali alterino l’«infrastruttura reputazionale» della comunicazione: l'insieme dei meccanismi sociali (costi, benefici, norme) che ci spingono a fare affermazioni veritiere.

Il progetto combina filosofia, psicologia sperimentale, sociologia e linguistica. La parte empirica è centrale: i nostri esperimenti misureranno i costi reputazionali delle diverse forme di comunicazione online e la loro rispettiva efficacia a livello di persuasione. Questo ci permetterà di studiare come circola la disinformazione e come ostacolarla.

Ovviamente, i repost sono solo un pezzo del puzzle: altri atti comunicativi tipici dei social (i “mi piace”, gli hashtag, i commenti) hanno i propri profili di costi e responsabilità. Ci sono inoltre account anonimi e bot, che possono diffondere disinformazione senza soffrire veri danni reputazionali. Per esplorare questa realtà complessa, il progetto inaugurerà un nuovo campo di studi: l'epistemologia delle infrastrutture digitali, che si occuperà di studiare empiricamente come diverse caratteristiche delle piattaforme digitali ﹣ repost, anonimato, bot, algoritmi ﹣ alterino gli incentivi sociali che ci spingono a dire il vero.

Perché conta

Durante il COVID, le teorie del complotto sui vaccini hanno avuto conseguenze importanti sulla salute pubblica. In generale, la disinformazione mina le basi della democrazia contemporanea: se i cittadini non possono formarsi opinioni informate, non può esserci un vero confronto democratico. Se comprendiamo quali meccanismi abbassano i costi della comunicazione insincera, però, possiamo identificare interventi più efficaci per introdurre correzioni. 

Ad esempio, prima che Musk ne prendesse il controllo, gli ingegneri di Twitter avevano introdotto alcune misure per aumentare i costi, come rendere il quote-tweet (il repost commentato) l'opzione standard, o aggiungere un passaggio per chi condivide contenuto senza averlo letto. Questi piccoli cambiamenti vanno nella giusta direzione: introdurre costi laddove mancano, cercando di stabilire un nuovo equilibrio a favore della comunicazione veritiera.

Il progetto durerà cinque anni e si avvarrà di una collaborazione internazionale che coinvolgerà ricercatori da cinque continenti diversi. I risultati verranno diffusi tramite un sito web, pubblicazioni, conferenze e attraverso documenti destinati a chi fa politica.

Tutti produciamo e consumiamo informazione online. Riuscire a capire meglio come funziona l'infrastruttura sociale della comunicazione veritiera (e come viene stravolta online) è importante per identificare soluzioni concrete e limitare la circolazione della disinformazione.