Prigioni senza reato: la sospensione dei diritti delle persone migranti nel Regno Unito
A partire dagli anni Novanta, nel Regno Unito sono sorti i primi centri di detenzione destinati ad accogliere le persone immigrate definite “illegali”, cioè tutti coloro che, trovandosi sul suolo britannico senza una motivazione lecita, erano in attesa di essere rimpatriati. Nel giro di qualche anno i centri di detenzione si sono diffusi per tutto il paese e da alloggiamenti temporanei si sono trasformati progressivamente in forme di prigionia a lungo termine.
Credits: AFP/Getty - tratto da "Handcuffs, hallucinations and riot squads: Inside the UK’s most notorious immigration detention centre" Independent Uk Edition
Il passato coloniale del Regno Unito non è un capitolo a sé nella storia occidentale, ma qualcosa che continua a influenzare profondamente il presente. E per capire perché questo passato continui a farsi sentire, è necessario guardare alla sua lunga durata storica.
Il colonialismo britannico copre infatti un arco temporale molto ampio, che va dalla seconda metà del XVI secolo fino alla seconda decade del Novecento, il momento di massima espansione territoriale. In quel momento storico il Regno Unito controllava circa un quarto delle terre e della popolazione mondiale.
Diversamente dalla lenta ma progressiva configurazione, il declino e poi il collasso dell’Impero sono avvenuti rapidamente: nel giro di una cinquantina d’anni, a partire dal secondo dopoguerra fino al 1997 con la restituzione dei territori di Hong Kong alla Cina.
Ma cosa hanno ricevuto in eredità i territori delle ex colonie? La lingua, la cultura inglese e soprattutto una complessa realtà di assetti politici ed economici instabili, di sfruttamento e violenza, e di migrazioni di massa (Niall Ferguson).
In concomitanza con la caduta dell’impero, proprio quei continui flussi migratori hanno individuato nella cosiddetta “mother country” il proprio punto di arrivo. Tuttavia, le politiche di accoglienza e inclusione del Regno Unito non sono mai state umanitarie, equanime e neppure dignitose.
Verso la fine del XX secolo, sul territorio britannico sono cominciate a sorgere strutture denominate centri di detenzione. Inizialmente, questi centri dovevano ospitare temporaneamente le cosiddette persone immigrate “illegali”, cioè coloro che, trovandosi sul suolo britannico senza una motivazione lecita – ovvero con visto rilasciato per motivi di studio o di lavoro – dovevano essere rimpatriate.
In teoria provvisoria, questa forma di sistemazione si è progressivamente trasformata in una pratica stabile, priva di un orizzonte temporale definito, ed è tuttora utilizzata dal governo come parte della gestione dell’immigrazione.
Le persone immigrate “illegali”, senza aver commesso alcun crimine, vengono arrestate e rinchiuse nei centri di detenzione, dove restano in attesa di un provvedimento di espulsione o del riconoscimento di status di richiedenti asilo.
Tale provvedimento è, però, arbitrario e la decisione può essere raggiunta in un arco temporale di qualche mese o, come accade spesso, di anni. I centri di detenzione (gli Immigration Removal Centres situati nei pressi degli aeroporti internazionali, gli Short Term Holding Facilities e le Prisons) sono nati come istituzioni governative, ma quasi subito sono stati dati in gestione a compagnie private che per lucro hanno cominciato a convertire hotel, basi militari e chiatte in veri e propri luoghi di prigionia (David Herd).
Fondatore con Anna Pincus nel 2014 del “Refugee Tales Project”, David Herd - poeta, accademico e attivista britannico - ha delineato con accurata precisione lo sviluppo e la diffusione nel Regno Unito dei centri di detenzione nei suoi “Afterword” inclusi nei cinque volumi Refugee Tales, pubblicati dal 2016 al 2024 da Comma Press, una casa editrice non profit di Manchester (UK).
I volumi raccolgono esperienze di vita reale raccontate in forma anonima da persone migranti ai “contributors” (ovvero importanti scrittrici e scrittori postcoloniali, e persone influenti del mondo del giornalismo, dell’attivismo e del volontariato). Aneddoti, i motivi che hanno indotto alla migrazione verso un paese ritenuto “civile e accogliente”, gli abusi e le violenze subiti nel paese d’origine, il lungo viaggio fatto in condizioni disumane e le tappe obbligate in luoghi non sicuri. E ancora il trauma della perdita, il senso di alienazione e smarrimento, l’isolamento nei centri di detenzione sono i temi principali che accomunano le narrazioni dei Refugee Tales.
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All’interno dei centri gli ambienti sono angusti e le condizioni igieniche precarie, se non inesistenti. La vita di una persona immigrata “illegale” è quella di un prigioniero: lascia la cella solo per i pasti principali, consumati in un luogo comune e identici per tutti, e per i colloqui con la commissione che deve stabilire se il racconto biografico è conforme a “determinati parametri. [Solo così] la domanda di protezione avrà una possibilità di essere accolta; in caso contrario sarà respinta” (Lucio De Capitani e Elena Sbrojavacca).
La definizione di “non luogo” formulata da Marc Augé per i campi profughi può essere adattata ai centri di detenzione britannici. Si tratta di spazi anonimi, privi di identità e storia, dove le persone immigrate “illegali” si trovano in una condizione di doppia negazione: lontane dal luogo di origine, ma senza un luogo di arrivo e ancora in transito.
Come fa notare Herd nel quinto volume, questi spazi di anonimato e sospensione dei diritti umani diventano, allo stesso tempo, uno “stato di eccezione” – come teorizzato da Giorgio Agamben. La sospensione della legge e dei diritti umani, tradizionalmente atto straordinario, diventa invece la regola di governo.
La politica del momento si trasforma in una gestione permanente dell’emergenza, il confine tra legalità e illegalità si dissolve e dà origine a uno spazio di “nuda vita” che sospende i diritti umani e civili in nome di presunte necessità (David Herd).
In questo momento storico, per il Regno Unito sconfiggere l’immigrazione “illegale”, percepita come una piaga sociale, è una necessità. L’ingresso e l’inclusione sono garantiti solo a coloro che sono in grado di supportarsi finanziariamente e di contribuire attivamente alla crescita economica della cosiddetta “mother country”, che continua a negare il legame tra il passato coloniale con le migrazioni di massa del presente.
Bibliografia
Agamben, Giorgio, State of Exception, transl. by Kevin Attell, (Chicago and London: The University Press of Chicago, 2005 [2003])
Augé, Marc, Non-places Introduction to an Anthropology of Supermodernity, transl. by John Howe (London New York: Verso, 1995 [1992]
De Capitani, Lucio, and Elena Sbrojavacca, “Le Trappole Della Testimonianza La Rappresentazione dei rifugiati in Elvira Mujčić, Alessandro Leogrande e nei Refugee Tales” in Annali di Ca’ Foscari. Serie occidentale, vol. 54 pp. 22-45 (Venezia: Venice University Press, 2020)
Herd, David and Anna Pincus (eds.), Refugee Tales (Manchester: Comma Press, 2016)
Herd, David and Anna Pincus (eds.), Refugee Tales II (Manchester: Comma Press, 2017)
Herd, David and Anna Pincus (eds.), Refugee Tales III (Manchester: Comma Press, 2019)
Herd, David and Anna Pincus (eds.), Refugee Tales IV (Manchester: Comma Press, 2021)
Herd, David and Anna Pincus (eds.), Refugee Tales V (Manchester: Comma Press, 2024)
Ferguson, Niall, Empire: How Britain Made the Modern World (London: Penguin, 2009)