Perché giochiamo? Il gioco spontaneo come patrimonio comune dei mammiferi
I gorilla, gli elefanti e un molteplice numero di mammiferi (e non solo) giocano per limitare i contrasti a favore di una maggiore coesione sociale. Grazie ad alcuni segnali, come ad esempio la “faccia da gioco” che include anche la risata umana, gli animali umani e non umani competono senza aggredire, creando un circolo virtuoso che alimenta la tolleranza tra gli individui e una convivenza più pacifica. Il gioco è un patrimonio evolutivo condiviso che permette di preservare gli equilibri interni dei gruppi animali.
Sappiamo che per l’essere umano il gioco ha un ruolo fondamentale per lo sviluppo cognitivo e sociale fin dall’infanzia e ha un’importanza tale da essere stato riconosciuto come patrimonio culturale immateriale dell’umanità dalla Convenzione UNESCO del 2003, poiché rappresenta un comportamento nato dall’equilibrio tra il riconoscimento della diversità culturale e gli elementi comuni che permettono di superare le differenze (Berti e Zingari, 2019).
Perché permette di superare le differenze?
Una possibile risposta è che il gioco, in particolare quello spontaneo, che in inglese viene definito ‘play’ (contrapposto al ‘game’, strutturato e governato da regole prestabilite, come una partita di pallacanestro) ha radici biologiche profonde. Il gioco spontaneo si ritrova in maniera ubiquitaria nei piccoli di uno svariato numero di specie, inclusi gli umani.
Quando si è piccoli, il primo gioco avviene con la mamma e, se ci sono, con fratellini e sorelline. Questo rappresenta il primo nucleo sociale per i nuovi nati e le nuove nate e, talvolta, anche l’unico, come nelle specie in cui gli adulti conducono vita solitaria.
Un esempio interessante riguarda il gatto.
Nel suo sviluppo si osserva un passaggio graduale da comportamenti sociali a comportamenti solitari, e il gioco riflette bene questa transizione. Una nostra ricerca ha mostrato che i gattini giocano tra loro, poi con la crescita il gioco si orienta sempre più verso oggetti e attività individuali e, da adulti, il gioco sociale di lotta viene progressivamente rimpiazzato dalla lotta vera e propria (Demuru et al., 2025).
Nelle specie sociali, invece, una funzione importante del gioco è quella di mantenere un equilibrio tra gli individui per limitare i comportamenti aggressivi.
A questo punto sorge una domanda: giocare, invece di aggredirsi, promuove la tolleranza o, viceversa, è la tolleranza che favorisce il gioco e non l’aggressione?
Come accade in tutti i sistemi complessi, inclusi quelli biologici, la risposta non è né semplice, né lineare. Vediamo perché e come possiamo rispondere.
Vivere in gruppo richiede un equilibrio costante tra cooperazione e competizione: la prima rafforza la coesione e porta benefici collettivi – come difesa dai predatori, protezione del territorio o cura condivisa dei piccoli – mentre la seconda stimola l’iniziativa individuale per ottenere vantaggi personali, come l’accesso ai partner o alle risorse. Questa tensione tra interessi del singolo e del gruppo ha avuto ripercussioni sull’evoluzione del gioco e delle sue modalità.
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Ad esempio, studiando il comportamento degli elefanti africani, abbiamo osservato che il gioco può essere utilizzato per competere in modo non aggressivo, favorendo la tolleranza. Nei maschi, che competono per le femmine, il gioco di lotta non scompare in età adulta, e serve probabilmente per gestire le relazioni sociali in maniera più pacifica.
Tuttavia, occorre fare una distinzione: il gioco non è necessariamente un comportamento amichevole, come potremmo pensare in un’ottica antropocentrica, perché esso può anche agevolare la gestione della competizione (Norscia et al., 2024a). Il gioco inoltre è contagioso: si propaga nel gruppo (solo guardando gli altri giocare si inizia a giocare), specialmente tra individui che sono ‘più amici’, cioè quelli che si scambiano più contatti amichevoli (Norscia et al., 2024b).
Un altro aspetto da tenere in considerazione è la gestione delle sessioni più competitive e, di conseguenza, più rischiose, in cui sono cruciali i cosiddetti segnali di gioco.
Negli umani il segnale di gioco più importante è la risata, che nelle scimmie ha un suo corrispondente: la faccia da gioco.
I gorilla, così come le altre scimmie antropomorfe, durante il gioco aprono la bocca in maniera più o meno evidente, scoprendo solo l’arcata dentaria inferiore (faccia da gioco) o entrambe le arcate (faccia da gioco ‘piena’).
Studiando i giovani di questa specie abbiamo osservato che se un giocatore esegue la faccia da gioco ‘piena’ e l’altro la replica immediatamente (fenomeno noto come mimica rapida), i due non solo giocano più a lungo, ma possono ingaggiare sessioni più rischiose, in cui effettuano più azioni di tipo offensivo (spinta, morso giocoso, etc.). In assenza di chiari segnali che indicano un intento ludico, queste sessioni di gioco sfocerebbero più facilmente in aggressioni.
Quindi, se da un lato il gioco permette di mantenere la tolleranza, dall’altra è proprio la tolleranza a favorire il gioco, un circolo virtuoso che la selezione naturale ha favorito nei mammiferi e forse anche in altri gruppi animali, per promuovere la convivenza non conflittuale. Un patrimonio comune, per favorire la pace ed esplorare un tipo di società che potrebbe permetterci di coesistere con più equilibrio.
Questa storia di ricerca è stata editata da Silvia Cussotto e Federica Rachetto, studentesse del corso di Laurea in Biologia dell'Ambiente, nell'ambito del tirocinio presso la Redazione di Frida. La supervisione è a cura della Redazione.
Bibliografia
Berti, F., & Zingari, V. L. (2019). Between similarities and cultural diversities: Intangible cultural heritage meets intercultural education. The example of traditional sports and games. In Proceedings of the 1st International Conference of the Journal Scuola Democratica: Education and post-democracy. Volume III: Governance, values, work and future (pp. 70–75).
Norscia, I., Hecker, M., Caselli, M., Collarini, E., Gallego Aldama, B., Borragán Santos, S., & Cordoni, G. (2024a). Social play in African savannah elephants may inform selection against aggression. Current Zoology, 70(6), 765–779.
Norscia, I., Hecker, M., Gallego Aldama, B., Borragán Santos, S., & Cordoni, G. (2024b). Play contagion in African elephants: The closest, the better. Behavioural Processes, 221, 105092.
Demuru, E., Collarini, E., Menon, A., Cesarano, G., Catinaud, J., Norscia, I., & Cordoni, G. (2025). Are you serious? Relaxed open mouth may unveil the competitive/cooperative nature of play fighting in two feline species. Animal Behaviour, 220, 123042.
Cordoni, G., Brescini, M., Pirarba, L., Giaretto, F., & Norscia, I. (2025). Functional and morphological differences in the play face and full play face in lowland gorillas, a hominid species: Implications for the evolutionary roots of smile and laugh face. American Journal of Biological Anthropology, 187(1), e70061.
Cordoni, G., & Norscia, I. (2024). Nuancing “emotional” social play: Does play behaviour always underlie a positive emotional state? Animals, 14(19), 2769.