Storie di ricerca

Partorire in pandemia: la cura alla prova, tra madri e professioniste della nascita

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La pandemia di Covid-19 ha trasformato profondamente l’esperienza della nascita, influenzando non solo le pratiche sanitarie, ma anche le relazioni di cura e l’esperienza vissuta dalle famiglie. Un nostro studio ha analizzato come le misure emergenziali abbiano amplificato criticità preesistenti, in particolare  l’isolamento, l’eccessiva medicalizzazione e le disuguaglianze nell’accesso all’assistenza.

La nascita è spesso pensata come un evento naturale e universale, ma è in realtà profondamente condizionata dal contesto storico e sociale. La pandemia di Covid-19 ha rappresentato un punto di rottura, modificando radicalmente il modo di vivere la gravidanza, il parto e i primi momenti della genitorialità.

Nel pieno dell’emergenza sanitaria, i sistemi di assistenza perinatale sono stati riorganizzati secondo logiche di urgenza e di contenimento del rischio.

Ciò ha comportato la riduzione dei servizi considerati non essenziali, la limitazione delle visite, la riduzione o l’esclusione della presenza del partner durante il parto e, in molti casi, la separazione tra madre e neonato. 

Tali misure, talvolta in contrasto con le raccomandazioni internazionali, hanno accentuato la medicalizzazione﹣la tendenza a considerare gravidanza e parto come condizioni mediche, da controllare e gestire quasi esclusivamente attraverso interventi sanitari  ﹣dell’esperienza e ridotto la dimensione relazionale della nascita.

Proprio per indagare questi aspetti, con la collaborazione delle dott.sse Ester Micalizzi e Cristina Tataru, ho coordinato i progetti “Controversial Bodies and Parenthood, The Impact of the Covid-19 Pandemic on the Practices and Experiences of Maternity and Perinatal Care” e “Cura e assistenza perinatale nella pandemia Covid-19: rappresentazioni, vissuti, pratiche e interazioni genitori-professionisti”, finanziati con fondi di ricerca locale e con il Grant for Internationalization (GFI) Programma triennale MUR 2024-2026 dell’Università degli Studi di Torino “TOgether beyond borders”. 


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Durante lo studio sono state realizzate 40 interviste soprattutto a madri, ma anche a padri e personale ostetrico e ginecologico (composto esclusivamente da donne). Il campione include sia donne alla prima maternità, sia madri con esperienze precedenti, consentendo un’analisi articolata e multidimensionale delle pratiche e dei vissuti legati alla nascita nel contesto pandemico e post-pandemico. Le interviste sono state progettate per ricostruire, attraverso le storie delle persone, l’esperienza della nascita e della genitorialità durante la pandemia, includendo sia il punto di vista di madri e padri sia quello di ostetriche e ginecologhe attive nei servizi sanitari durante l’emergenza Covid-19. 

Le persone intervistate sono state coinvolte tramite un campionamento “a palla di neve”, in cui le prime partecipanti, contattate tramite un volantino informativo, hanno progressivamente segnalato altre persone con esperienze simili. Sono state utilizzate tre tracce di intervista differenziate per madri, padri e professioniste della salute. 

Le interviste mettono in luce con forza il vissuto delle persone coinvolte. 

Le donne raccontano un’esperienza segnata da solitudine, incertezza e paura: la gravidanza, già momento di trasformazione, si è intrecciata con l’angoscia di una crisi sanitaria globale.

L’assenza di supporto familiare e la sospensione dei corsi preparto in presenza hanno lasciato molte future madri senza punti di riferimento, spingendole verso forme di autoformazione digitale, spesso percepite come insufficienti.

Il parto emerge come un momento di particolare criticità. L’impossibilità di avere accanto una persona di fiducia ha reso più difficile affrontare dolore e timore per l’esito del parto, mentre la pressione sui sistemi sanitari ha talvolta compromesso la qualità dell’assistenza. Alcune testimonianze evidenziano infatti carenze organizzative, difficoltà comunicative e una relazione con il personale sanitario più distante e in cui si ha minore possibilità di esprimersi, partecipare alle decisioni o sentirsi pienamente ascoltati.

Dalle interviste emerge che anche le professioniste sanitarie hanno vissuto una condizione di forte pressione e incertezza, dovendo adattare rapidamente pratiche e protocolli di emergenza, spesso in assenza di indicazioni chiare.

Le loro testimonianze restituiscono la complessità di un lavoro svolto tra responsabilità clinica e limiti strutturali, ed evidenziano la necessità di rafforzare il sistema nel suo insieme.

Anche il periodo post partum è stato segnato da fragilità. Le madri descrivono una mancanza di sostegno pratico ed emotivo proprio nel momento in cui sarebbe più necessario, con effetti sull’esperienza della genitorialità e sulla costruzione del legame con il neonato dalla gravidanza nei primi due anni di vita (i cosiddetti primi 1000 giorni), considerati fondamentali per lo sviluppo del cervello, delle capacità emotive e della salute futura della bambina o del bambino. In questo contesto emerge con forza il peso delle norme sociali: alle madri si richiede infatti di essere da subito competenti e autosufficienti, anche in condizioni straordinarie.

L’impatto della pandemia, tuttavia, non si è distribuito in modo uniforme. Le disuguaglianze territoriali e sociali, già presenti nei sistemi di cura, si sono amplificate: differenze tra regioni, carenze di personale, difficoltà di accesso ai servizi e la riduzione di servizi di mediazione linguistica per le persone migranti hanno contribuito – e contribuiscono ancora – a produrre esperienze molto diverse di nascita.

Questa ricerca mostra come la pandemia abbia agito da lente di ingrandimento, rendendo visibili le fragilità strutturali dell’assistenza perinatale e i limiti di un modello fortemente centrato sulla medicalizzazione. Allo stesso tempo, evidenzia la necessità di ripensare e potenziare politiche e servizi perinatali in una prospettiva più umana e inclusiva, capace di tenere insieme sicurezza, relazione e diritti.

Guardando al futuro, la sfida è costruire sistemi di cura più resilienti ed equi, in grado di garantire a tutte e tutti un’esperienza di nascita rispettosa e supportata anche nei momenti di crisi.