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L’universo dei bisogni negati: che fine fanno sessualità e affettività nel contesto carcerario?

Questo contenuto fa parte del tema del mese: Prigioni

In carcere la dimensione affettiva e sessuale viene sempre relegata ai margini, come se non fosse un bisogno essenziale. Il controllo dei corpi diventa così uno strumento centrale di disciplina che incide non solo su chi è recluso, ma anche sui legami con l’esterno. Le rivendicazioni dei e delle militanti di Prima Linea negli anni Ottanta, ancora oggi attuali, mostrano come la negazione dell’intimità rafforzi gerarchie sociali e stereotipi di genere, invitando a riconoscere una continuità tra dentro e fuori il carcere e a ripensare la detenzione come una responsabilità collettiva.

Quando si parla di carcere, l’attenzione si concentra quasi sempre sul tema della punizione e della pena da scontare, ma non ci si sofferma mai abbastanza sulla quotidianità che vivono le persone detenute. Le tematiche che passano maggiormente sotto silenzio sono soprattutto legate alla sfera della sessualità e dell’affettività, spesso ignorate o considerate secondarie, come se non fossero bisogni essenziali. 

Parlare di sessualità e di affettività significa, prima di tutto, ragionare sui corpi e sul controllo esercitato su di essi. Le persone detenute lottano quotidianamente per il controllo dei propri corpi contro l’istituzione carceraria che tende a farli diventare “corpi docili” attraverso la negazione di ogni specificità rendendoli il più possibile neutri e conformi a uno standard

Il carcere agisce così come un dispositivo che disciplina i corpi regolando tempi, spazi, comportamenti e desideri.

A partire dagli anni Ottanta, i militanti e le militanti dell’organizzazione Prima Linea hanno elaborato riflessioni e rivendicazioni radicali sul tema dell’affettività all’interno del carcere, parlando di un vero e proprio “universo di bisogni negati”

Di fronte alla privazione sistematica di ogni possibilità di intimità, rivendicavano il diritto – delle persone recluse e delle persone a loro vicine – ad avere spazi e momenti adeguati per coltivare i propri legami. Una presa di posizione che metteva in discussione l’idea stessa di pena come annullamento totale della dimensione relazionale.

Infatti, la negazione della vita affettiva e sessuale non colpisce mai solo chi è detenuto. Coinvolge anche le famiglie, le compagne, i compagni e le persone care che si trovano all’esterno del carcere, producendo una catena di lacerazioni e sofferenze che va oltre le mura dell’istituzione penitenziaria. In questo senso, il carcere non punisce mai un individuo isolato, ma incide su legami, relazioni e reti affettive più ampie.

Parlare di sessualità e affettività significa scontrarsi con numerosi tabù, soprattutto in una società che continua a negare l’importanza di un’educazione sessuale e affettiva. Riconoscendo questi aspetti come bisogni fondamentali si inizia a considerarli diritti, e non concessioni. Significa anche prendere atto che non esistono corpi neutri: ogni corpo è sessuato, portatore di specificità, desideri e identità che non possono essere cancellati in nome di una presunta omologazione. Le riflessioni di Prima Linea mettevano in luce proprio questo punto, insistendo sulla necessità di slegare la sessualità dalla sola funzione riproduttiva e di riconoscerne soprattutto la dimensione affettiva, relazionale e politica.

Riflettere su questi argomenti nel contesto detentivo ci obbliga a rimettere in discussione lo sguardo con cui osserviamo chi vive una condizione diversa dalla nostra.

Significa rifiutare l’idea che la detenzione riguardi solamente chi è altro da noi e che per questo motivo sia meno meritevole di attenzione, diritti o empatia. Al contrario, invita a riconoscere una continuità tra dentro e fuori, tra le vite recluse e quelle che si svolgono all’esterno.

Queste riflessioni dei militanti e delle militanti di Prima Linea, pur risalendo a oltre quarant’anni fa, risultano ancora oggi molto attuali. L’istituzione carceraria e lo Stato continuano a non riconoscere questo “universo di bisogni negati” e anzi rivendicano un controllo sempre più stringente sui corpi delle persone detenute


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Questo meccanismo è particolarmente evidente sui corpi delle donne, che non vengono punite solo per il reato loro ascritto, ma anche per una colpa simbolica: non aver corrisposto ai modelli di femminilità imposti dalla società, non essere state miti, obbedienti, “buone”.

La detenzione diventa così uno strumento che contribuisce a rafforzare stereotipi di genere e gerarchie sociali già esistenti. Il sistema carcerario agisce come un dispositivo che riproduce norme sociali e culturali, utilizzando anche la privazione dell’affettività e della sessualità come strumenti di disciplina e controllo.