Storie di ricerca

L’acqua che non vediamo: come il nostro cibo sposta la crisi idrica altrove

Questo contenuto fa parte del tema del mese: Acqua

Grazie a politiche di sostenibilità e tecnologie sempre più efficienti, i Paesi ricchi stanno progressivamente riducendo la pressione sulle risorse idriche interne. Tuttavia, cresce l’acqua virtuale dei prodotti importati, cioè l’acqua che non vediamo ma che è stata utilizzata per la realizzazione del prodotto in un altro Paese. Attraverso il commercio internazionale, i Paesi ad alto reddito quindi delocalizzano il consumo di acqua verso regioni già vulnerabili. La crescita economica non basta a salvare il pianeta: serve ripensare le politiche agricole, commerciali e alimentari in una prospettiva globale per fermare disuguaglianze ormai insostenibili.

La crescita della popolazione, il cambiamento climatico e le trasformazioni delle diete verso un maggior consumo di carne e cibi processati, stanno aumentando la pressione sulle risorse idriche, rendendo la loro gestione una delle principali sfide della sostenibilità globale.

Secondo l’UNICEF, circa 4 miliardi di persone, quasi due terzi della popolazione mondiale, affrontano scarsità d’acqua per almeno un mese ogni anno. Il sistema alimentare gioca un ruolo centrale in questo contesto: l’agricoltura utilizza infatti circa il 70% dell’acqua dolce prelevata a livello mondiale, rendendola uno dei principali fattori di pressione sulle risorse idriche del pianeta. In molte regioni del mondo, inoltre, la disponibilità di acqua pro capite è in calo per effetto della crescente competizione tra usi produttivi e domestici

Alcune teorie economiche suggeriscono che la crescita economica possa contribuire a ridurre la pressione sull’ambiente: una volta superata una certa soglia di ricchezza, i Paesi avrebbero maggiori possibilità di diminuire il proprio impatto grazie a tecnologie più efficienti, politiche di conservazione e modelli di gestione più efficaci. Ma questo vale anche per le risorse idriche?

Per rispondere a questa domanda, con il mio gruppo di ricerca abbiamo analizzato i dati di 21 Paesi nell’arco di 24 anni relativi all’impronta idrica, cioè la quantità totale di acqua necessaria per produrre il cibo consumato da una popolazione o esportato


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Ogni volta che mettiamo nel piatto un alimento, infatti, insieme alle calorie e ai nutrienti stiamo “consumando” anche acqua: non solo quella visibile nei campi irrigati o nei fiumi che attraversano le campagne, ma anche quella cosiddetta virtuale. Grazie ai dati contenuti nel database CWASI, è stato possibile distinguere tra impronta idrica di produzione – l’acqua utilizzata all’interno di un Paese per produrre beni alimentari – e impronta idrica di consumo, che include l’acqua virtuale incorporata nei prodotti importati. 

Il database CWASI, sviluppato dal Politecnico di Torino, fornisce infatti informazioni dettagliate sui flussi di acqua virtuale legati al commercio internazionale e sull’uso delle risorse idriche lungo le filiere agroalimentari, consentendo un’analisi integrata dei consumi idrici interni e quelli oltre confine. Attraverso modelli econometrici avanzati, capaci di confrontare Paesi con caratteristiche molto diverse tra loro, la ricerca evidenzia un risultato rilevante dal punto di vista economico e sociale. 

Nei Paesi più ricchi, l’impronta idrica della produzione - cioè l’acqua utilizzata all’interno del paese per produrre beni alimentari - tende a stabilizzarsi e in alcuni casi a diminuire oltre una certa soglia di ricchezza. Questo andamento può riflettere maggiore efficienza tecnologica o politiche più efficaci per la gestione delle risorse. 

Tuttavia, l’impronta idrica di consumo, cioè l’acqua complessivamente associata ai beni e servizi consumati in un paese - quella interna e quella “importata” tramite il commercio - continua ad aumentare con la crescita economica, senza mostrare segnali di inversione. 

In altre parole, anche quando un Paese riduce l’acqua utilizzata sul proprio territorio, può aumentare la quantità di acqua necessaria per sostenere i propri consumi importando cibo dall’estero. 

In questo modo, la pressione sulle risorse idriche viene semplicemente spostata verso altre regioni del mondo. Il caso dell’Italia è emblematico: negli ultimi decenni, la water footprint interna è diminuita di circa il 20%. Ma questa riduzione è stata accompagnata da un marcato incremento della dipendenza da acqua virtuale estera, principalmente associata all’importazione di prodotti zootecnici, cereali e commodities tropicali, quali caffè e cacao.

L’apparente miglioramento ambientale dei Paesi ad alto reddito non equivale necessariamente a una riduzione complessiva dello sfruttamento delle risorse idriche alla scala globale. 

Al contrario, il commercio internazionale di prodotti alimentari tende a redistribuire l’uso dell’acqua, spesso a carico di regioni già vulnerabili alla scarsità idrica. 

Questo meccanismo rischia di accentuare le disuguaglianze tra Nord e Sud del mondo e di rendere insostenibile, nel lungo periodo, l’attuale modello di consumo alimentare. Se la crescita economica da sola non garantisce un uso sostenibile dell’acqua, diventa quindi fondamentale ripensare le politiche agricole, commerciali e alimentari in una prospettiva globale, soprattutto in un contesto di cambiamento climatico. Comprendere dove e come viene utilizzata l’acqua per soddisfare i nostri consumi è il primo passo per costruire un sistema alimentare più equo e sostenibile.