Ospite del mese
Giuliano Antoniciello, CEO e co-fondatore di CarpeCarbon
Giuliano Antoniciello, CEO e co-fondatore di CarpeCarbon

La start-up “acchiappaCO₂”. Intervista a Giuliano Antoniciello di CarpeCarbon

Questo contenuto fa parte del tema del mese: Aria pulita

Anche se oggi stesso riducessimo drasticamente le emissioni di anidride carbonica, non basterebbe: dobbiamo rimuovere quella già accumulata nell’atmosfera. A Torino c’è una start-up che sta costruendo il primo impianto in Italia per catturare CO₂ direttamente dall’aria. Si chiama CarpeCarbon e ci facciamo raccontare la sua ambiziosa missione da uno dei suoi fondatori, Giuliano Antoniciello.

Se vogliamo limitare i danni della crisi climatica e respirare aria pulita dobbiamo ridurre drasticamente le emissioni di anidride carbonica, ma anche se smettessimo domani non sarebbe sufficiente. Occorre rimuovere le decine di miliardi di tonnellate di CO₂ che si accumulano nell’atmosfera ogni anno.
Sembra una missione impossibile, ma Giuliano Antoniciello e il team di CarpeCarbon stanno dimostrando che si può fare.

Giuliano, sveliamo subito la tecnologia: cos’è, come funziona un impianto DAC (Direct Air Capture) e che fine fa l’anidride carbonica catturata? 
Un impianto DAC è sostanzialmente un depuratore d’aria: viene indotto un flusso d’aria attraverso speciali filtri, composti da materiali capaci di legarsi selettivamente alla CO2. Una volta saturati, i filtri vengono rigenerati mentre la CO2 catturata viene concentrata in un serbatoio. È importante sottolineare che la DAC non cattura CO2 da una ciminiera o da uno scarico, ma rimuove CO2 che era già stata emessa in passato e che sta già contribuendo al cambiamento climatico. Per assicurarsi che la rimozione sia permanente, la CO2 viene destinata allo stoccaggio. Questo processo avviene facendo legare la CO2 ad alcuni minerali, presenti in particolari rocce, tramite reazioni di carbonatazione. I minerali prodotti, detti carbonati, sono stabili e inerti: si chiude effettivamente il ciclo del carbonio che era stato aperto e alterato bruciando i combustibili fossili.

Adesso ci racconti com'è nata CarpeCarbon e da chi è fatta? 
CarpeCarbon è nata dalla necessità di fornire una soluzione tecnologica efficiente e scalabile per una sfida così ardua da sembrare impossibile. Per rispettare gli obiettivi di mitigazione previsti dagli Accordi di Parigi ed evitare gli effetti più disastrosi dei cambiamenti climatici, la decarbonizzazione è necessaria ma ormai non più sufficiente: oltre a ridurre il più possibile le emissioni, è cruciale sviluppare gli strumenti per rimuovere dall’atmosfera immense quantità di CO2, un gas che purtroppo è molto diluito nella nostra atmosfera. Riflettendo su questo  problema, ho avuto l’intuizione del processo DAC di CarpeCarbon. A quel punto ho cercato le persone giuste per dare vita al progetto con me e i primi investitori per finanziare lo sviluppo dei prototipi. Dai quattro fondatori iniziali siamo passati oggi a un team di 13 persone con background diversi, dall’ingegneria alla chimica, passando per la fisica.

Team di CarpeCarbon
Team di CarpeCarbon

L’impianto pilota dovrebbe essere inaugurato nell’estate del 2027: dove verrà installato? Qual è il passaggio più delicato, quello che vi preoccupa di più?
L’impianto pilota sorgerà in Piemonte, sfruttando terreni industriali inutilizzati, e i passaggi delicati sono molti. Di fatto, stiamo avviando un nuovo settore industriale ad alto valore aggiunto, quindi è tutto da costruire, dai percorsi autorizzativi a tutta la catena di approvigionamento che prefiguri il vasto indotto industriale necessario per sostenere gli sforzi di espansione di CarpeCarbon. Naturalmente, essere i primi comporta anche l’onere di assumersi la responsabilità di convincere investitori, clienti e partner industriali della solidità del progetto e soprattutto del team. Questo significa che c’è poco margine per gli errori, per i ripensamenti e soprattutto per i ritardi: non basta lavorare bene, ma bisogna mantenere costantemente un livello di esecuzione eccellente, e questa è forse la sfida più grande.

La vostra ambizione è che la rimozione della CO₂ diventi un vero e proprio servizio di gestione e smaltimento rifiuti. Perché ciò sia possibile chi - secondo te - gioca il ruolo più strategico: le industrie, le istituzioni o la ricerca?
Le istituzioni, senza alcun dubbio. La ricerca di base ha impostato le basi teoriche dei materiali di cattura e l’industria è pronta ad accogliere la nostra innovazione e a dotarsi di questo nuovo servizio ambientale, la rimozione della CO2. Tuttavia, perché la DAC diventi l’essenziale servizio di rimozione e smaltimento dell’eccesso di CO2 fossile in atmosfera che sta causando i cambiamenti climatici, è necessario che la politica si occupi finalmente di noi e fornisca un chiaro inquadramento normativo alle attività di rimozione della CO2 atmosferica. Lo scopo è duplice: assicurare che i progetti siano certificati e affidabili, senza rischio di greenwashing, e creare una base stabile per rendere possibile un mercato di questi servizi, quantificati dai carbon credit. Già oggi, e ancora di più in futuro, i carbon credit sono lo strumento legale e finanziario con cui conteggiare le emissioni negative (1 carbon credit equivale a una tonnellata di CO2 non emessa o assorbita) per poterle inserire in modo coerente e accurato nei bilanci di emissioni.