Storie di ricerca

La percezione del tempo che scorre, tra filosofia e realtà fisica

Questo contenuto fa parte del tema del mese: Tempo

Orazio invita a cogliere l’attimo prima che fugga, eppure la scienza oggi sfida questa intuizione. Dato che per la fisica di Einstein il tempo è una dimensione statica priva di un presente assoluto, la filosofia contemporanea si divide sulla natura della nostra percezione del tempo che scorre. Gli approcci principali sono tre: i sostenitori della realtà del divenire, che sfidano la fisica classica; gli illusionisti, che considerano lo scorrere del tempo un inganno sensoriale simile a un miraggio; e i deflazionisti, secondo cui tale sensazione è solo un equivoco linguistico o il riflesso di un errore cognitivo. 

«Dum loquimur, fugerit invida aetas: carpe diem quam minimum credula postero» («Mentre parliamo fugge il tempo astioso: cogli l’attimo, credi al domani quanto meno puoi»), diceva Quinto Orazio Flacco nella sua celeberrima Ode del Carpe Diem. Un invito a godersi quello che c’è ora, dato che non sappiamo cosa ci riserva il futuro, benché sentiamo che il futuro si avvicina e il passato si allontana da noi. Insomma, sentiamo che là fuori nel mondo il tempo scorre, ed è quindi importante – ci dice Orazio – assaporare il presente. Detta così sembra banale. Ma è qui che si apre il dibattito filosofico. Proprio la natura della nostra esperienza del tempo e del suo apparente scorrere è uno dei temi affrontati nel progetto HeaR – Hearing and Remembering, ospitato presso l’Università di Torino e condotto dalla prof.ssa Elvira Di Bona.

Di solito sensazioni di questo tipo hanno uno scopo preciso: quello di informarci di come stanno le cose là fuori di noi, effettivamente. Se sento il suono di un’ambulanza è perché, di solito, là fuori c’è un’ambulanza. Perfino le emozioni e gli stati d’animo ci danno informazioni sull’ambiente: se ho paura di affacciarmi da un dirupo, è perché acquisisco l'informazione che quel dirupo possa essere un pericolo. 

Tuttavia – e qui sta il problema – la maggior parte di chi studia filosofia (e fisica teorica) è convinta che non abbia senso parlare del tempo come di qualcosa che si muove. Una delle conseguenze della relatività speciale di Albert Einstein è proprio questa: non esiste un unico “adesso” valido per tutto l’universo. Quello che per qualcuno è presente, per qualcun altro può essere già passato o ancora futuro, a seconda del punto di osservazione. 

In altre parole, il presente non è universale, ma dipende da chi lo misura e da come si sta muovendo. 

Se non esiste quindi un “adesso” assoluto che avanza lungo il tempo, viene meno anche l’idea del tempo come qualcosa che fluisce. Per questo, in fisica, il tempo viene spesso descritto più come una dimensione “statica”.

Da queste osservazioni nascono una serie di domande: se il tempo là fuori non è come lo sento, allora qual è l’oggetto della mia sensazione? E questa sensazione del tempo che scorre è essa stessa reale?
Le risposte a domande come queste variano tra filosofe e filosofi contemporanei e si articolano in tre grandi approcci.
 

Il primo, seguito da studiosi come Arthur Prior e Scott Hestevold, considera la nostra sensazione dello scorrere del tempo in modo così serio da negare che il tempo sia statico.

Il principale limite di questo approccio è quello di contraddire la visione, oggi dominante, della temporalità come ci arriva dalla fisica teorica. Tuttavia, di recente coloro che condividono questo approccio hanno iniziato a mettere in discussione la natura del tempo della relatività speciale, spesso guardando ad altri settori della fisica teorica. Ad esempio il filosofo della fisica Michael Tooley ha sostenuto che la meccanica quantistica richiede l’“adesso assoluto”, anche se il suo approccio gode di poco consenso.
 

Simon Prosser, Barry Dainton e Laurie Paul hanno invece sostenuto che la nostra esperienza molto spesso ci inganna, guadagnandosi l’appellativo di illusionisti. Come nel caso in cui vediamo un bastone, che sappiamo essere dritto, piegato in acqua.

Qualcosa di simile accade anche nel caso della sensazione del tempo che scorre: abbiamo la sensazione che ci sia qualcosa di simile nella realtà benché ciò non corrisponda al vero. Il limite di questo approccio è che, in questo caso, l’illusione è perenne. Per cui mentre abbiamo poca difficoltà a descrivere l’esperienza del bastone piegato perché abbiamo familiarità con esso (possiamo incontrare sia bastoni dritti che piegati nel nostro mondo), lo stesso non accade con la nostra esperienza del tempo che scorre. Ci appare sempre scorrere benché esso non scorra mai. E se pensiamo che nel nostro mondo nulla si avvicina al tempo che scorre, come possiamo trovare il termine di paragone grazie a cui descrivere correttamente la nostra esperienza?

Infine l’approccio deflazionista, sostenuto per esempio da Christoph Hoerl, Natalja Deng e Kristie Miller, sostiene che la nostra esperienza del tempo che scorre non esista in primo luogo.

Secondo loro, saremmo portati a scambiare alcuni elementi della nostra percezione comune – ​​come la sensazione del dinamismo che abbiamo quando vediamo una palla muoversi rispetto a quando la vediamo stare ferma – con la sensazione dello scorrere del tempo. Oppure, potremmo essere influenzati dal nostro linguaggio e dai nostri modi di pensare: espressioni come quella di Orazio, «il tempo fugge», ci portano a credere erroneamente che ci sia un’esperienza del tempo che scorre, quando in realtà non c’è.


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Come in ogni dibattito filosofico, chi vi partecipa porta avanti argomenti in favore del proprio approccio preferito e per contrastare quello degli altri. In un paper recente pubblicato sulla rivista Analytic Philosophy, Giuliano Torrengo e il sottoscritto hanno argomentato che l’illusionismo è molto problematico. Perché il tentativo di descrivere l’impressione dello scorrere del tempo spesso coincide con il cambiamento delle nostre impressioni, che scambiamo appunto con l’esperienza del tempo in movimento. Ma questa, alla fine, è una posizione di stampo deflazionista. Per mantenere l’illusionismo l’unica strada è assumere che l’impressione dello scorrere del tempo sia un dato di fatto che non può essere spiegato. Perché alla fine, in filosofia, conta il dibattito più che la singola posizione.