Storie di ricerca

“La mia vagina”, poesia e voci femministe nella Russia contemporanea

.

L’’antologia “La mia vagina” raccoglie opere di 19 autrici russofone, molte delle quali legate al progetto di scrittura femminista “F-pis’mo”. Attraverso poesie e liriche che mettono al centro il corpo, l’identità e il dissenso, emerge un movimento diventato una delle realtà culturali più interessanti della Russia degli ultimi 15 anni. L’invasione dell’Ucraina nel 2022 ha disperso molte di queste voci e creato barriere per uno sviluppo naturale del discorso femminista in Russia, che tuttavia continua ancora oggi, coraggiosamente deciso a far valere le proprie convinzioni e rivendicazioni.

L’antologia “La mia vagina” nasce prima di tutto da un’esigenza: la Russia e la sua cultura sono state non soltanto un interesse scientifico, ma soprattutto una scoperta, personale e intima, di persone, scrittori e scrittrici, registi e registe, artiste e artisti, critici e critiche, che mi hanno accompagnato nei decenni di frequentazione di quel Paese difficile, sconosciuto e strano, che spesso opera secondo dinamiche lontanissime da quelle a cui siamo abituati in Occidente. 

Un paese che custodisce un tesoro culturale che, proprio in virtù di un potere per lo più autoritario e spesso repressivo, emerge con una forza inedita per noi e acquista un’importanza capitale.

Se “cultura” è spesso sinonimo di resistenza all’imbarbarimento, credo che in Paesi in cui le libertà personali e civili non sono mai date per scontate, questa idea acquisti una forza ancora maggiore. In contesti come quello russo la cultura diventa uno spazio in cui costruire microcosmi personali, composti da sodali, alleate e alleati che condividono ideali e relazioni, per le quali la rozzezza del mondo esterno resta, per principio, estranea.

L’aver conosciuto quel Paese per vent’anni mi ha dato la possibilità di registrarne i cambiamenti, di essere testimone della parabola, rigorosamente discendente, che corre sull’asse del tempo a partire dal 2001. E mi ha permesso di osservare nuove generazioni di scrittrici e attiviste – le prime nate e cresciute dopo la fine dell’URSS e del suo esperimento sociale – affacciarsi, per la prima volta nella storia recente, alla scena della Storia e di rivendicare un ruolo da protagoniste, come parte attiva di una società che si voleva più giusta, aperta, plurale e inclusiva.

Le proteste dell’inverno 2011-2012 contro le falsificazioni elettorali e la prevista rielezione di Putin ha decretato la nascita di un sentimento di rivalsa e la diffusione di un movimento protestatario femminista, di cui la celebre performance delle Pussy Riot del 2012 non è che una delle manifestazioni.

Gli anni ‘10 hanno visto il consolidamento di queste posizioni e la formazione di un movimento che coinvolgeva per lo più giovani poetesse e artiste, per le quali l’attività intellettuale era indissolubilmente legata alle rivendicazioni politiche. Il confronto, spesso aspro e violento, con un potere profondamente machista ha contribuito a diffondere questo discorso ben oltre i confini della Federazione Russa, raggiungendo molti Paesi dell’area ex-sovietica, comprese, per esempio, le repubbliche musulmane del Caucaso.

Una delle prime avvisaglie di una recrudescenza delle reazioni del potere a questo movimento si ha avuto nel momento in cui l’artista Julija Cvetkova ha prodotto delle illustrazioni per I monologhi della vagina - opera teatrale del 1996 di Eve Ensler - ed è stata per questo arrestata. In risposta, Galina Rymbu ha composto il poema che dà il titolo all’antologia e che è diventato uno dei testi più rappresentativi del movimento femminista russo.

L’antologia si apre proprio con questo componimento, che rappresenta una sorta di manifesto di riappropriazione del corpo, inteso come strumento di definizione di un’identità personale, slegata da costrizioni e sovrastrutture sociali che tentano, in un’ottica maschile, di renderlo un tabù nel contesto della cultura russa del XXI secolo. 

Molte delle poesie presenti nell’antologia trattano di parti del corpo femminile tradizionalmente sessualizzate, al fine di sottrarle alla visione «fallogocentrica» socialmente accettata e diffusa. Tale sottrazione rende queste parti - e per estensione il corpo femminile nel suo insieme - oggetti di analisi anatomica e biologica, cioè realtà corporee osservate nella loro dimensione materiale, al di fuori degli stereotipi che le sessualizzano. In questo modo, nel contesto della cultura russa contemporanea, si apre la possibilità di ripensare l’identità femminile al di fuori di una visione maschilizzata, e di costruire un linguaggio più adeguato per raccontarla.


LEGGI ANCHE
L’ultima parola. La guerra delle idee in Russia tra ideologia ufficiale e opposizione

L’antologia include le opere di tre autrici (Marina Temkina, Lida Jusupova ed Elena Fanajlova) che, pur precedendo temporalmente le scrittrici femministe contemporanee, possono essere viste come precorritrici del discorso de “La mia vagina”. Di ognuna delle autrici sono presentati testi che affrontano uno dei temi pregnanti della cultura femminista contemporanea: il rapporto con il proprio corpo tabuizzato e la demolizione di quegli stessi tabù, l’esperienza omoerotica e la violenza istituzionalizzata della società di oggi. 

Accanto a queste, l’antologia raccoglie anche una scelta di liriche di 15 autrici provenienti dalla Russia (alcune delle quali pubblicate sotto pseudonimo), da altre aree dell’ex impero sovietico o emigrate, che in maniera diversa e originale hanno contribuito ad ampliare il discorso femminista, fino a farlo diventare uno dei pilastri di una cultura “altra”, parallela e oppositiva a quella egemonica nel Paese.

L’invasione su larga scala dell’Ucraina, il 24 febbraio 2022, ha posto fine alle flebili speranze di un dialogo con il potere, ma soprattutto ha certificato un cambiamento di rotta che era in atto da tempo nel Paese: non soltanto in senso autoritario e revanscista, ma lungo una traiettoria diametralmente opposta rispetto alla visione del movimento femminista. 

Questo nuovo corso, tra le tante cose, ha silenziato molte voci, lasciando come unica forma di resistenza la scrittura, spesso esercitata a rischio del carcere, come avvenuto per alcune di queste autrici.

Nei primi mesi di guerra, anche in Italia la narrazione generale diffondeva l’immagine di una Russia silente e prona alla volontà del Presidente e dell’esercito. Quest’antologia nasce quindi come tentativo di dimostrare l’inconsistenza di queste affermazioni, come gesto di ringraziamento e sostegno a quelle voci, nel tentativo di restituire la complessità di una stagione della storia russa particolarmente florida e prolifica.