Storie di ricerca

La fertilità ha un passaporto? Migrazioni e disuguaglianze nell’accesso alla procreazione medicalmente assistita

Questo contenuto fa parte del tema del mese: Salute sessuale

La procreazione medicalmente assistita (PMA) è spesso raccontata come una conquista della scienza. Ma chi può davvero accedervi? E cosa accade quando il desiderio di genitorialità si intreccia con la migrazione e le disuguaglianze sociali? A queste domande prova a rispondere il nostro progetto di ricerca, che adotta un approccio intersezionale per far sì che il successo della PMA si misuri non solo in base al numero di gravidanze ottenute, ma anche in termini di accesso ai servizi e qualità del sostegno ricevuto. 

Negli ultimi anni la procreazione medicalmente assistita (PMA) è diventata un fenomeno globale. Sempre più persone attraversano i confini per accedere a trattamenti troppo costosi, soggetti a lunghe liste d’attesa o vietati nel proprio Paese: un fenomeno definito cross-border reproductive care o, provocatoriamente, “turismo riproduttivo”.

Cliniche e cicli di fecondazione in vitro sono ormai in crescita costante a livello mondiale, con un mercato globale che da un lato offre più opportunità, mentre dall’altro trasforma coppie e individui in clienti/consumatori, forzandoli a scegliere, e provare, tutto. Ma le normative variano profondamente per requisiti di accesso (coppia eterosessuale o meno), limiti di età, regole su donazione di gameti e diagnosi genetica preimpianto. 

Oltre la metà dei Paesi non regolamenta i flussi transfrontalieri e, inoltre, i costi differiscono enormemente da Paese a Paese. Tutto ciò rende la mobilità riproduttiva non solo una scelta, ma spesso una necessità imposta da vincoli giuridici ed economici. Di conseguenza, i percorsi della fertilità seguono le linee delle disuguaglianze globali.

In Italia l’accesso alla PMA è disciplinato dalla legge 40/2004, ancora in vigore ma più volte modificata in direzione meno restrittiva e a tutela della salute della donna e della coppia – principalmente attraverso sentenze della Corte Costituzionale che hanno rimosso i divieti di fecondazione eterologa, crioconservazione degli embrioni e diagnosi preimpianto. 

Da gennaio 2025, la PMA è stata inserita nei Livelli Essenziali di Assistenza, i LEA, che stabiliscono quantità e qualità minime di servizi e prestazioni che lo Stato deve garantire su tutto il territorio nazionale; in pratica corrispondono ai nostri diritti sociali e civili sul piano medico

In tal modo la si è resa più accessibile ed economica, pur con dei limiti (massimo di sei cicli di trattamento, il “reato universale” della gestazione per altri ecc.), escludendo single e coppie omosessuali, e con profonde disomogeneità territoriali. Secondo i dati più recenti, oltre 4 nascite su 100 derivano da queste tecniche. L’accesso è più frequente tra donne oltre i 35 anni, con un picco sopra i 40, e con scolarità medio-alta. Questi dati mostrano come la PMA sia socialmente selettiva.


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La nostra ricerca “Controversial Bodies and Parenthood. Donne immigrate, maternità e ricorso alla procreazione medicalmente assistita: un’indagine esplorativa sulle prospettive, le sfide e le opportunità” – sviluppata nell’ambito della rete internazionale UNITA Controversial Bodies, con la collaborazione di Ester Micalizzi e fondi GIF dell’Università di Torino – si concentra su un nodo ancora poco esplorato: l’accesso alle tecnologie riproduttive delle donne migranti in Italia.

Lo studio combina analisi teorica, dati quantitativi e metodi partecipativi, e guarda alla PMA da tre prospettive: la riproduzione sociale globale, che evidenzia le asimmetrie di potere nella distribuzione delle pratiche di cura (gravidanza, accudimento, sostegno familiare ecc.); le culture della genitorialità, cioè il ruolo delle aspettative sociali e della medicina nel modo in cui si vive il desiderio di avere figli; e la giustizia riproduttiva, che sostiene il diritto di tutte le persone a decidere liberamente, in condizioni di uguaglianza e senza discriminazioni.

Ma in che modo status giuridico, precarietà lavorativa, barriere linguistiche, aspettative di genere e differenze culturali si combinano producendo forme di “riproduzione marginalizzata”? 

Indagare come età, origine, classe sociale e cittadinanza si intrecciano generando vincoli cumulativi significa fare ricerca applicando una lente intersezionale. 

Tuttavia, i dati sono limitati. In Piemonte le donne migranti rappresentano circa il 12-15% delle utenti PMA ma a livello nazionale mancano dati disaggregati per Paese di origine e, soprattutto, non esistono informazioni sugli accessi mancati, cioè su chi rinuncia prima di iniziare. 

L’infertilità delle donne migranti resta in gran parte invisibile.

Per superare i limiti delle sole statistiche, la ricerca utilizza interviste con personale sanitario e, grazie a mediatrici culturali, anche il body mapping storytelling: una tecnica partecipativa che invita le partecipanti a rappresentare su una sagoma del corpo la propria esperienza nel percorso di PMA, attraverso disegni, parole e simboli. 

Questa “mappa del corpo” diventa uno strumento per raccontare aspettative, paure, barriere economiche e culturali, reti di supporto presenti o desiderate. Il corpo diventa così uno spazio politico e narrativo, in cui si intrecciano biografia, migrazione e diritti, superando una visione puramente clinica della fertilità. Le interviste mostrano il ruolo cruciale della mediazione linguistico-culturale e delle professioniste dei servizi nel rendere i percorsi comprensibili e accessibili alle pazienti migranti.

Tuttavia, emergono ostacoli significativi: precarietà economica, difficoltà ad assentarsi dal lavoro, status migratorio instabile, una formazione interculturale ancora limitata nei servizi e nelle strutture. Inoltre in alcuni contesti l’infertilità è ancora un tabù e può essere accompagnata da forti pressioni familiari e di genere, mentre l’adozione è un percorso complicato. Nonostante queste difficoltà, molti servizi pubblici italiani vengono comunque percepiti come punti di riferimento affidabili.

Un paradosso rispetto ai dati, che non riguarda solo le donne migranti, è che sappiamo molto sui flussi di gameti e sul materiale biologico che attraversa i confini, ma molto meno sulle esperienze, le rinunce e i vissuti delle persone

La dimensione tecnica è monitorata, ma quella sociale resta in ombra.

La nostra ricerca propone quindi di ripensare la PMA in chiave intersezionale, collegando mobilità, welfare e salute riproduttiva. La PMA infatti non è solo una procedura medica, ma uno spazio in cui si intrecciano mercato globale, diritti e aspettative sulla genitorialità. In un’epoca di confini irrigiditi, misurare il successo della PMA non significa solo contare cicli e gravidanze, ma valutare anche equità e benessere delle persone.