Isole che affondano nel Pacifico, resistenza e attivismo eco-poetico
I cambiamenti climatici hanno avuto conseguenze tragiche nel Pacifico, mettendo a rischio i delicati ecosistemi degli atolli e le civiltà sorte in quelle aree. Artisti e artiste della parola partecipano con le nuove tecnologie alla lotta per la sopravvivenza dei loro popoli, utilizzando la poesia performativa come strumento militante per “far sapere” ciò che è già una realtà nel Pacifico e che potrebbe accadere ai litorali di molti paesi se non si interviene prontamente sul riscaldamento globale.
Acqua, bene comune, elemento necessario alla vita e diritto inalienabile per l’umanità. Ma quando l’acqua del mare si infiltra in lembi di terra la cui maggiore altezza è di 2 metri sul livello del mare fino a sommergerli, diventa un nemico. È ciò che sta accadendo agli atolli in tutto il mondo.
Queste formazioni madreporiche si sono consolidate in migliaia di anni grazie a colonie di coralli cresciute sopra antichi vulcani sommersi. Si tratta di ecosistemi fragilissimi che oggi rischiano di scomparire a causa del riscaldamento globale: l’aumento delle temperature scalda i mari, fa espandere l’acqua e contribuisce anche allo scioglimento dei ghiacci polari. Con gli atolli verrebbero distrutte anche abitazioni, infrastrutture, coltivazioni, necropoli: in altre parole, andrebbero perduti sia l’ambiente che la cultura delle popolazioni locali.
In Polinesia e Micronesia questo fenomeno non è solo una minaccia futura, ma una realtà del presente per una miriade di isolotti.
Si tratta di posti così piccoli che non appaiono sulle mappe digitali – bisogna ripetutamente usare lo zoom per farli affiorare nell’azzurro dello schermo, come se in fondo non esistessero neanche per la cartografia!
È questo il dramma di chi abita in stati insulari come Tuvalu, Kiribati, le Isole Marhsall o l’arcipelago delle Tuamotu, nella Polinesia Francese, noti per essere le “isole che affondano”, secondo una dicitura comune che inverte il punto di vista: dal mare che si alza alla terra che sprofonda.
I leader politici di tali stati denunciano da anni nelle sedi istituzionali, sia regionali che internazionali come il Pacific Islands Forum e le varie COP (Conferenze annuali dell’ONU sui cambiamenti climatici), le conseguenze di questo fenomeno sui loro territori. L’innalzamento del mare sta infatti costringendo molte persone a spostarsi: dalle piccole isole periferiche a quelle centrali più grandi, oppure all’estero verso Nuova Zelanda, Australia e le coste occidentali degli USA.
In questa lotta per portare le grandi potenze mondiali a limitare le emissioni di CO2, responsabili del riscaldamento globale, e sensibilizzare l’opinione pubblica è apparsa una nuova “arma” di attivismo militante sotto forma di arte. Si tratta di “artivism”, che si serve del web e dei nuovi media per “far sapere”: la environmental performance poetry o poesia ambientale performativa, oggetto della mia ricerca.
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Tra i tanti cosiddetti spoken word artists, artisti e artiste della parola recitata, la prima e più famosa è senz’altro la marshallese Kathy Jetñil-Kijiner. Nel 2014, durante la cerimonia di apertura del summit ONU sull’ambiente a New York, dopo aver illustrato brevemente l’emergenza che grava sul suo paese, ha recitato con grande passione la poesia “Dear Matafele Peinam” dedicata alla figlioletta di pochi anni: un manifesto di resilienza, coraggio e militanza per il futuro delle Isole Marshall, seguito dalla standing ovation di delegati e pubblico.
A performance finita, si sono uniti a lei marito e figlia, a ricordare che dietro le statistiche ci sono esseri in carne ed ossa. Jetñil-Kijiner ha pubblicato finora una raccolta di poesie, Iep Jāltok: Poems from a Marshallese Daughter, che l’autrice offre al pubblico in diversi modi: le recita durante eventi e letture, le diffonde attraverso video e registrazioni audio e le inserisce in video artistici che mostrano i luoghi e le persone protagoniste delle poesie usando anche musica e immagini di archivio. Molti di questi contenuti si trovano su YouTube e sul suo sito, dove pubblica i testi delle poesie, foto, materiali di approfondimento e un blog per comunicare direttamente con il pubblico.
Le nuove tecnologie contribuiscono a far conoscere a tutto il mondo problemi che riguardano luoghi lontani e apparentemente marginali.
In realtà, come insegna Jetñil-Kijiner, la Terra è un unico grande ecosistema: ciò che accade a quelle isole potrebbe riguardare in futuro anche le nostre coste.
Inoltre, queste tecnologie permettono di unire la scrittura con la tradizione orale indigena, mettendo insieme modernità e tradizione. I testi diventano così forme espressive “multimodali”, che possono cambiare nel tempo, proprio come accadeva alla poesia orale del passato, recitata in molteplici versioni, sempre diverse.
L’esempio di Jetñil-Kijiner è stato seguito da molte altre persone che praticano la performance poetry, tutte appartenenti a un movimento trans-pacifico e accomunate dalla volontà di denunciare in modo diretto, comprensibile ed emotivamente coinvolgente gli effetti devastanti del cambiamento climatico nei loro paesi.
Tra queste ci sono la poetessa delle isole Samoa Americane Terisa Siagatonu, il rapper filippino originario di Guam Meta Sarmiento, la filippino-americana Isabella Avila Borgeson, e la filippina naturalizzata australiana Eunice Andrada, che si esprimono attraverso più arti e tramite il web.
Alcuni di loro si definiscono anche “educatori ed educatrici” nelle proprie pagine online, per dimostrare come letteratura, arte performativa e attivismo militante possano unirsi per agire e sensibilizzare le persone. Non lo fanno con i numeri delle scienze “dure”, ma raccontando esperienze di vita reale che diventano anche espressione artistica.