Storie di ricerca

Indossare forme nel tempo. Perché la moda non vive solo nel presente

Questo contenuto fa parte del tema del mese: Tempo

La moda sembra vivere nel presente, ma è sempre attraversata da passato e futuro. Tra ritorni ciclici, accelerazioni e riletture degli archivi, ciò che indossiamo racconta una dimensione complessa e non lineare. Dalle intuizioni di Simmel e Bourdieu fino alle pratiche della fast fashion e delle collaborazioni d’autore, la moda si rivela come uno spazio in cui cambiamento, memoria e innovazione si intrecciano continuamente. Vestirsi diventa un modo per prendere posizione in questo flusso.

Quante volte, ripescando una vecchia rivista, gli shooting di moda ci sono sembrati incredibilmente attuali? E in quante altre occasioni le immagini un po’ sbiadite dei nostri genitori hanno svelato un insospettabile dettaglio à la page? Per non parlare poi dei nativi digitali che, scrollando, s’imbattono in jeans a zampa di elefante riproposti come novità. Moda e tempo, del resto, hanno una relazione complicata.

Dal punto di vista teorico, è il tempo a differenziare la moda dal costume che, derivando dal latino consueto-consuetudinis, si contrappone al fashion proprio perché richiama una dimensione stabile, lenta, ripetuta

La moda, al contrario, è definita dal suo ritmo concitato nel quale risulta praticamente impossibile parlare di un vero “adesso”. 

Anche quando una tendenza sembra nuova, infatti, sta già guardando altrove, talvolta a ieri (il famoso “eterno ritorno del nuovo” per dirla con Walter Benjamin), talaltra a domani.

Proprio questo scarto rende il fenomeno realmente interessante. Se è vero che non esiste un “tempo senza moda” è però altrettanto vero che non esiste una “moda senza tempo”. Questo continuo movimento ha a che fare con i cambiamenti sociali che, da una parte, recepiscono le innovazioni (si pensi alle innovazioni tecnologiche dell’industria tessile) e che, dall’altra parte, contribuiscono a crearle: mai sentito parlare della cosiddetta “rivoluzione del casual”? 

Si tratta di quel processo, affermatosi tra la seconda metà del Novecento e l’inizio del nuovo millennio, che ha progressivamente sostituito l’abbigliamento formale con capi più informali, funzionali e quotidiani – dai jeans alle sneakers – ridefinendo i codici del vestire in ambito lavorativo e sociale.

“La moda – dice una famosa citazione attribuita a Coco Chanel – non è un qualcosa che esiste solo sotto forma di abiti. La moda è nel cielo, nelle strade, la moda ha a che fare con le idee, il modo in cui viviamo, ciò che accade”. È proprio da questa dimensione diffusa e immateriale che la moda prende forma anche negli oggetti concreti del vestire, trasformando idee e cambiamenti sociali in segni visibili. Gli esempi che lo dimostrano sono praticamente infiniti: dai jeans alla minigonna, passando per piercing, leather jackets, spille da balia, tailleur femminili, pantaloni da donna, tacchi alti, sneakers e molto altro ancora. Perché la moda è così mutevole? 

Certamente i vestiti cambiano perché cambiano le condizioni di vita, ma la loro rapida caducità è legata – allo stesso tempo – al mutamento dei valori, delle ambizioni, delle circostanze culturali. 

Lo suggerisce già Pierre Bourdieu nel lontano 1979 quando, riflettendo sul gusto, ci dice che lo stile non è mai solo una scelta individuale ma è sempre inserito in un contesto. Accade così che nei momenti di crisi si diffondano pratiche come il riuso o il minimalismo. Emblematico è il caso dello zaino in nylon nero che Miuccia Prada presenta all’inizio degli anni Novanta: un materiale tecnico, povero e funzionale, lontano dall’idea tradizionale di lusso, che intercetta perfettamente il clima di incertezza legato anche allo scoppio della Guerra del Golfo. 

Nelle fasi di espansione, al contrario, prevalgono l’eccesso e la sperimentazione: basti pensare alle spalline oversize degli anni Ottanta, volumi accentuati e silhouette strutturate che riflettono l’energia e l’ottimismo del boom economico, oltre a una nuova visibilità sociale e professionale del corpo, in particolare femminile. Insomma: il cambiamento nella moda non è mai scontato né prevedibile e soprattutto non è mai lineare.


LEGGI ANCHE
Il tempo circolare dei vestiti. Intervista a Elena Ferrero di Atelier Riforma


E oggi a che punto siamo? Senz’altro qualcosa sembra essersi ulteriormente accelerato. I cicli si accorciano, le tendenze simoltiplicano, i social amplificano la diffusione e la fugacità. Se un tempo la moda seguiva il ritmo delle stagioni, ora procede con i tempi dei feed: ciò che è nuovo dura poco e il confine tra passato e presente si fa meno netto. 

Forse è proprio qui che la moda contemporanea mostra il suo tratto più interessante: non corre soltanto veloce, ma rielabora, riusa, rimescola. Non è un caso che John Galliano – fra i più influenti e visionari stilisti britannici –  dopo due anni di distanza dalle passerelle, abbia recentemente scelto di tornare avviando una collaborazione biennale con il colosso di fast fashion Zara che – ha anticipato – lavorerà al 100% sugli archivi del brand proiettati nel presente. D’altra parte “la moda – era solito dire il designer – è prima di tutto l’arte del cambiamento”.

In questo intreccio continuo di ritorni e accelerazioni, vestirsi smette di essere solo una questione estetica e diventa un modo di prendere posizione nel tempo: aderire a un ritmo, riattivare un passato, anticipare un futuro. In fondo non indossiamo solo vestiti ma forme del tempo. Sta a noi decidere quali.