Incontri, parole e sguardi dentro e fuori dal carcere: l’esperienza del progetto A.L.I.C.E.
A.L.I.C.E. è un progetto di Public Engagement che, come in Attraverso lo specchio, crea occasioni di incontro e confronto tra mondi percepiti come distanti: la comunità carceraria femminile e la società libera. Nasce con un duplice obiettivo: promuovere la partecipazione attiva delle detenute alla vita pubblica, stimolando l’interesse per la scienza e i temi d’attualità, e sensibilizzare studenti e cittadinanza sulla realtà della detenzione femminile. Un percorso che, attraverso l'arte e il dialogo, riesce a creare connessioni, porre domande e aprire nuovi sguardi.
Com’è nata l’idea di ALICE?
L’impegno in attività di ricerca, didattica e Terza Missione in carcere e sul carcere caratterizza da tempo la cattedra di Sociologia del diritto del Dipartimento di Giurisprudenza di UniTo, coordinata dal Prof. Claudio Sarzotti, e conta sulla collaborazione di un’ampia e consolidata rete di istituzioni, enti locali e associazioni del settore, in particolare l’associazione Antigone. A partire dall’esperienza maturata sul campo penitenziario, l’idea del progetto è nata dall’esigenza di colmare alcune lacune e di rivolgersi a destinatari considerati “residuali”, in questo caso le donne detenute. Ma in che senso residuali?
Al 31 dicembre 2025, secondo i dati del Ministero della Giustizia, le donne in carcere erano 2.754, contro 60.745 uomini, pari a circa il 4,5% della popolazione carceraria totale, una percentuale rimasta pressoché invariata negli ultimi decenni. Le carceri interamente femminili sono oggi solo tre e ospitano meno di un quinto delle detenute; tutte le altre donne si trovano in sezioni femminili all’interno di istituti a prevalenza maschile. Quali sono le conseguenze di questa situazione?
Gli interventi in ambito penitenziario sono rivolti prevalentemente alla popolazione maschile e le poche attività formative e culturali offerte alle donne riproducono spesso gli stereotipi di genere, come corsi di cucito, cucina o cura della persona.
Il carcere italiano risulta quindi pensato soprattutto per gli uomini e, quando si rivolge alle donne, veicola una cultura patriarcale che le concepisce principalmente in relazione alla funzione di cura: della casa, degli altri e di sé.
Per questi motivi abbiamo ritenuto urgente coinvolgere le detenute in attività non gender biased, ma realmente utili e di qualità. Nasce da qui l’idea di portare il Public Engagement in carcere.
Il progetto, scandito da occasioni di confronto e riflessione, si è sviluppato attraverso laboratori svolti nella sezione femminile della Casa Circondariale Lorusso e Cutugno di Torino, che hanno coinvolto detenute, studenti della Clinica Legale “Carcere, diritti fondamentali e vulnerabilità sociale” del Dipartimento di Giurisprudenza, personale docente e ricercatore dell’Università di Torino, artiste e artisti.
Nell’ambito di un laboratorio interdisciplinare a cui hanno collaborato vari dipartimenti (Giurisprudenza, Culture, Politica e Società, Lingue e letterature straniere e Culture moderne, Psicologia, Scienze Cliniche e Biologiche, Studi Storici), nonché il Sistema Museale di Ateneo e, in particolare, il Museo di Antropologia criminale “Cesare Lombroso”, alle partecipanti è stata offerta la possibilità di scegliere i temi di approfondimento.
Hanno così avuto l’occasione di spaziare dallo studio del loro DNA al ruolo delle donne nel mondo dell’arte, dal plurilinguismo alla giustizia minorile, dalle teorie lombrosiane alle disuguaglianze di genere, fino all’evoluzione del concetto di famiglia e, nei giorni in cui gli occhi di tutto il mondo erano puntati sulla Global Sumud Flotilla, alla relazione tra diritto e rapporti di forza.
Parallelamente alle attività svolte in carcere, il progetto A.L.I.C.E. ha promosso fin dall’inizio un dialogo costante con l’esterno, valorizzando il Public Engagement sul tema del carcere. In questa prospettiva le edizioni 2024 e 2025 della rassegna cinematografica e teatrale eVisioni hanno indagato l’umanità femminile nelle istituzioni totali – come carceri, conventi, caserme, ospedali psichiatrici – attraverso proiezioni, spettacoli e incontri con registi e registe, attrici e attori. Gli eventi si sono svolti sia al Campus Luigi Einaudi, sia presso la Casa Circondariale Lorusso e Cutugno di Torino e hanno coinvolto anche la popolazione detenuta maschile.
Studenti e studentesse utilizzano i visori per la visione del cortometraggio in realtà virtuale “Affiorare” di Rossella Schillaci.
“Il maggior beneficio di queste attività è quello di affiancare ad uno studio universitario […] un’esperienza formativa più pratica [...]. La rassegna eVisioni, almeno dal mio punto di vista, riesce proprio a sovrapporre e a esplorare queste due dimensioni dell’apprendimento universitario, esplorando, anche tramite l’ausilio di nuove e innovative tecnologie, i meandri di tematiche non solo più “oscure” ma anche più delicate, le quali nell’ultimo decennio, stanno sempre più diventando il centro gravitazionale di tutti i dibattiti socio-politici e giuridici tenuti quotidianamente dalle più elevate istituzioni italiane.” (Dal questionario compilato da uno studente universitario che ha partecipato alla rassegna eVisioni).
Il dialogo con la città è stato ulteriormente rafforzato grazie all’installazione di due visori di realtà virtuale presso il Museo Lombroso di Torino e il Museo della Memoria carceraria di Saluzzo, che hanno permesso al pubblico di immergersi nella visione del cortometraggio Affiorare di Rossella Schillaci, un docu-film dedicato alla quotidianità delle madri detenute in carcere insieme ai propri figli.
La costruzione di un ponte tra il “dentro” e il “fuori” è stata resa possibile grazie anche al coinvolgimento diretto della comunità scolastica in un percorso di sensibilizzazione sui temi della privazione della libertà personale e della giustizia sociale. Studenti dell’Istituto di istruzione superiore Soleri Bertoni di Saluzzo hanno partecipato ad un laboratorio che ha previsto giochi di ruolo, la visita al Museo della Memoria carceraria e una ricerca d’archivio sulle lettere che le persone detenute hanno inviato negli anni Novanta e Duemila all’Associazione Antigone.
“La lettura delle lettere mi ha fatto capire quanto all’interno di questo ambiente ci siano mille realtà diverse, e quanto coloro che si ritrovano a scontare le pene sono persone tali e quali a noi, cosa che spesso ci si dimentica, pensando ai carcerati come a persone estranee in tutto e per tutto alla società”. (Dal diario riflessivo di uno studente).
“Mi hanno colpito le privazioni di alcuni diritti. Mi piacerebbe approfondire ulteriormente le difficoltà che i detenuti hanno in carcere, grazie a questo laboratorio ho compreso di non aver sufficienti conoscenze su problematiche molto attuali e importanti, di cui però si parla troppo poco”. (Dal diario riflessivo di una studente).
Al termine del laboratorio, gli e le studenti hanno scritto delle lettere alle donne detenute della Casa Circondariale di Torino. Lo scambio epistolare è poi proseguito nel laboratorio di scrittura creativa Lettere mai spedite, curato dall’antropologa visuale Rossella Schillaci, durante il quale le donne hanno risposto alle lettere a loro indirizzate. Quest’esperienza ha trasformato la scrittura in uno spazio di espressione e di ascolto che ha permesso alle detenute di raccontarsi e di dare voce ai propri pensieri, creando una connessione profonda con le giovani e i giovani coinvolti.
“Abbiamo potuto raccontare come è veramente il mondo carcerario e questo è importante per noi essendo che le persone fuori pensano che qua abbiamo tutto e non abbiamo pensieri, problemi.” (dalla scheda riflessiva compilata da A., una donna detenuta)
“Mi affascina pensare che queste parole viaggeranno fino ad arrivare non solo in un nuovo luogo, ma anche in un nuovo mondo. I nostri due mondi sono così distanti sia nelle abitudini che nelle giornate, eppure ora possono in qualche modo comunicare.” (dal diario riflessivo di una studente)
Il percorso di scrittura delle lettere è stato documentato in un cortometraggio realizzato da Rossella Schillaci in collaborazione con l’associazione Superottimisti, presentato in occasione dell’evento conclusivo del progetto. Il 12 dicembre, nel teatro del carcere torinese, le donne detenute e le studenti della Clinica legale hanno messo in scena lo spettacolo Io sono molto di più, al termine di un percorso teatrale curato dall’associazione Teatro e Società.
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Attraverso teatro, musica e momenti di confronto con il personale docente e ricercatore di UniTo sono state restituite al pubblico, composto in larga parte da persone che non avevano mai fatto ingresso in un istituto penitenziario, le esperienze vissute nell’ambito di A.L.I.C.E. In questa occasione, le detenute e gli e le studenti dell’Istituto Soleri Bertoni di Saluzzo hanno anche avuto la possibilità di incontrarsi di persona: un momento particolarmente intenso nel quale le prime hanno consegnato direttamente le loro lettere di risposta, dando continuità a una corrispondenza e a un percorso che non si intende interrompere.
Infatti, accogliendo una richiesta espressa direttamente dalle detenute, l’Università auspica di proseguire il cammino avviato con A.L.I.C.E., nella convinzione che sia proprio in questi spazi di relazione e di ascolto che, in virtù della sua responsabilità sociale, debba inserirsi e promuovere pratiche di valore.
Gruppo di ricerca:
Claudio Sarzotti
Chiara De Robertis
Donatella Mutti
Francesca Toffaldano