Il tempo circolare dei vestiti. Intervista a Elena Ferrero di Atelier Riforma
Qual è il tempo di vita di un abito? Per Atelier Riforma potrebbe essere anche infinito! Unendo economia circolare, tecnologia e formazione, la startup torinese è impegnata dal 2019 per accelerare la transizione ecologica nel settore della moda e per trasformarlo in un sistema che rigenera invece di distruggere. Ne parliamo con una delle fondatrici, Elena Ferrero.
Fondata a Torino nel 2019 da due giovani imprenditrici, in pochi anni Atelier Riforma si è evoluta da startup di upcycling ad azienda ad alta tecnologia con partner in tutta Italia. La sua missione è trasformare la moda in un motore positivo per persone e pianeta, a partire dal recupero di rifiuti tessili con l’obiettivo di allungare il loro tempo di vita. Ne parliamo con Elena Ferrero, co-fondatrice e amministratrice delegata dell’azienda.
Elena, voi avete iniziato raccogliendo abiti dismessi per affidarli a sartorie sociali, una ventina in tutta Italia. Questi venivano quindi trasformati, resi come nuovi e rimessi in vendita sulla vostra piattaforma di e-commerce. Poi con il progetto Re4Circular avete fatto il salto tecnologico. Ci racconti cos’è e come è scattata la scintilla?
È una storia curiosa, che c’entra anche con il mondo universitario. Dopo un paio d’anni dall’inizio del progetto, chiacchieravo con la mia ex-compagna di stanza del collegio in cui ho vissuto durante l’università, lamentandomi delle tante ore che passavo a catalogare i vestiti raccolti e registrarne tutte le caratteristiche su un caotico file Excel, per poterli abbinare allə giustə artigianə. La mia amica – che in quel momento stava facendo un dottorato sull’IA applicata alla linguistica – mi disse che secondo lei questo processo di catalogazione poteva essere automatizzato con l’Intelligenza Artificiale, velocizzando il lavoro noioso e lasciandoci più tempo per il lavoro più interessante. All’epoca l’IA era veramente avanguardia pura (non come ora!) quindi ci abbiamo messo anni e moltissimi fondi per sviluppare questa tecnologia da zero, ma alla fine è nato Re4Circular.
Oggi forniamo Re4Circular agli enti che raccolgono vestiti usati, consentendo loro di catalogare e digitalizzare in automatico qualunque indumento, identificando tutti i dati essenziali per la sua valorizzazione nel mercato dell’economia circolare.
Questi dati confluiscono su una piattaforma digitale, attraverso la quale le realtà utilizzatrici possono rivendere i materiali tessili a professionistə della moda circolare che li ricercano per la propria attività. In questo modo ciascun tessile può trovare più facilmente il suo reimpiego, ad esempio nel riutilizzo, nel riciclo o nell’upcycling.
Come dichiarate sul vostro sito, sognate un sistema moda che rigenera invece di distruggere. Che competenze servono per trasformare la moda? Com’è composto il team di Atelier Riforma?
Senz’altro sono importanti competenze imprenditoriali e di fundraising, perché ogni cambiamento, per essere continuativo, deve potersi auto-sostenere dal punto di vista economico; ma essenziali sono anche quelle di project management, di ricerca e analisi dei dati, nonché di comunicazione, per poter arrivare efficacemente a più persone e realtà possibili. Ovviamente servono competenze verticali sul settore moda – che noi abbiamo sviluppato da zero, non provenendo da questo mondo – ma anche tantissime altre competenze più trasversali: in primis la flessibilità e una buona dose di testardaggine.
Il nostro team è formato dallo zoccolo duro delle due cofondatrici (con il ruolo di CEO e COO, ma che alla fine sono le tuttofare, come in ogni startup) e poi è molto variabile come dimensioni in base al periodo: c’è quasi sempre una persona dedicata a comunicazione e marketing e una persona dedicata alle operazioni. Per la parte tecnologica, invece, ci affidiamo a risorse esterne, con cui collaboriamo da diversi anni.

Un altro aspetto a cui date molta importanza nel vostro lavoro sono le connessioni: quali attori coinvolgete e come lo fate? Tra questi c’è anche il mondo dell’università e della ricerca?
Fare rete è il nostro approccio da sempre; personalmente penso sia l’unico modo per costruire qualcosa di solido. La nostra attività ci porta ad avere a che fare con il mondo sia profit, che no-profit, sia pubblico che privato, nonché con la cittadinanza. Alcuni esempi: tutte le realtà impegnate nella raccolta dei vestiti usati (tra cui diversi enti caritatevoli, religiosi o meno), aziende, professionistə e studenti del settore moda, realtà impegnate nel riutilizzo o riciclo di materiali tessili (dai negozi dell’usato, allə upcyclers, alle aziende di riciclo), altre startup o aziende di vari settori (in particolare quello dell’economia circolare e della tecnologia), fino ad arrivare alle associazioni culturali, sia locali che non, alle reti di imprese e alla pubblica amministrazione. Anche con il mondo delle Università ci interfacciamo spesso, portando la nostra testimonianza in diversi corsi di laurea e master e ideando progetti di innovazione, spesso per partecipare congiuntamente a bandi.

Tra le tante cose che fate c’è anche una proficua attività di formazione, perché la lotta alla fast fashion è anche culturale A che punto siamo secondo te e qual è l’ostacolo più grande in questo momento?
L’ostacolo più grande su cui ci scontriamo più spesso quando parliamo di questi temi è la concezione che ormai si ha dei vestiti, come beni usa-e-getta a disponibilità illimitata, da pagare meno di un panino e da gettare senza pensieri. L’educazione di consumatori e consumatrici è una delle cose più importanti per ridurre l’impatto ambientale del settore moda perché buona parte della sorte di un capo a fine vita si decide proprio nel momento dell’acquisto.
Per questo spieghiamo quanto sia importante comprare solo il necessario, scegliendo capi di buona fattura e, quando possiamo, usati o fatti con materiali riciclati, ma anche ripararli (invece di buttarli al primo strappo), leggere bene le etichette e prendercene cura in base alle loro peculiarità… Insomma, concepirli come beni durevoli da utilizzare il più a lungo possibile.
L’ultima puntata del podcast Guarda(quanta)roba, che avete realizzato insieme a Mercato Circolare, s’intitola “Da armadi tomba ad armadi giardino”, che è un’immagine bellissima: ci racconti qui in breve cosa vuol dire?
Questa espressione davvero evocativa è stata inventata dalla designer torinese Alessandra Berardi, ideatrice della linea di abiti Sassi.
In questo mondo consumista fatto di accumulazione priva di significato, spesso i nostri armadi (ma anche le nostre case!) diventano “cimiteri” di indumenti e oggetti che un tempo ci rappresentavano, ma che adesso giacciono lì - né indossati né rimossi - in un limbo eterno. Un armadio giardino è l’opposto di un armadio tomba: non è un luogo in cui i vestiti vengono stipati e restano “mummificati” per l’eternità, ma uno spazio vivo, in cui ogni capo o accessorio è stato scelto con attenzione e di cui ci si prende cura nel tempo, proprio come si fa con delle piante da far fiorire.