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Il nuovo welfare generativo e responsabile: stare bene significa essere parte del cambiamento

Questo contenuto fa parte del tema del mese: Lavoro

Un tempo welfare significava assistenza e sostegno dallo Stato a chi era in difficoltà. Ma oggi basta ancora questo? I nuovi modelli di welfare “generativo” e “responsabile” puntano su  partecipazione, comunità e innovazione, trasformando cittadine e cittadini da destinatari passivi a protagonisti attivi. Tramite nuove reti di solidarietà si costruiscono sistemi sostenibili, inclusivi e resilienti, rafforzando il senso di responsabilità e benessere collettivo, anche grazie all’uso del digitale.

Negli ultimi anni si sente parlare sempre più spesso di “welfare generativo” e “welfare responsabile”, ma cosa significano davvero queste parole?

Per lungo tempo, il welfare tradizionale è stato basato su un modello assistenzialista: lo Stato o le istituzioni fornivano servizi e sostegni economici a chi era in difficoltà. Un modello importante che ha tutelato diritti e dignità, ma che oggi mostra i suoi limiti. Trattare cittadini e cittadine come soggetti passivi, che ricevono aiuto senza essere coinvolti attivamente nella costruzione del proprio percorso di uscita dalla difficoltà, può generare dipendenza dai sussidi e ridurre la motivazione a cercare soluzioni autonome.

Le tecnologie digitali hanno inoltre cambiato tutto: il modo in cui comunichiamo, lavoriamo e perfino costruiamo relazioni. Un cambiamento al quale di rado le istituzioni tradizionali – scuola, famiglia, Stato – riescono a stare al passo. Da sole, non sono più in grado di darci quel senso di sicurezza che avevano in passato. Serve un approccio diverso, capace di valorizzare le risorse delle persone, delle comunità e dei territori

Qui entra in gioco il welfare generativo che si basa su un’idea semplice ma potente: ogni intervento sociale dovrebbe non solo “aiutare”, ma anche generare nuovo valore, mettendo le persone in condizione di attivarsi, partecipare e restituire. 

Per esempio, un progetto rivolto alle persone anziane non è solo un modo per offrire assistenza, ma può diventare un’opportunità per coinvolgerle e farle sentire utili. In questo modo il benessere non è solo “ricevuto”, ma anche “generato insieme”.

Accanto al welfare generativo si afferma il concetto di welfare responsabile: un modello che mette al centro la cura delle relazioni e la consapevolezza degli impatti sociali, promuovendo la responsabilità condivisa. Le istituzioni non possono agire da sole. Anche cittadine e cittadini, imprese, scuole e associazioni hanno un ruolo attivo nel costruire reti di solidarietà e collaborazione. Il welfare responsabile promuove la partecipazione, l’ascolto e il lavoro in rete. 

Per esempio, un Comune che decide di avviare un servizio di assistenza domiciliare per persone anziane fragili, invece di imporre un modello standard può organizzare tavoli di confronto con operatori e operatrici sociali, famiglie, associazioni di quartiere e caregiver, per capire quali sono i bisogni reali e come progettare un servizio efficace.
È così che nasce un sistema flessibile, costruito “dal basso”, che prevede non solo assistenza sanitaria, ma anche compagnia, supporto psicologico, trasporto e attività sociali.

Un altro aspetto che oggi non possiamo ignorare è la dimensione digitale. Non possiamo più parlare di welfare senza tenerlo insieme alla tecnologia. Si chiama e-welfare ed è l’insieme dei servizi sociali e sanitari che utilizzano la tecnologia per essere più accessibili e vicini alle persone: dalle prenotazioni online alla telemedicina, dalle piattaforme per il supporto psicologico ai gruppi di mutuo aiuto virtuali.

In molte regioni italiane è ormai possibile effettuare visite mediche, controlli e consulti specialistici online, evitando lunghi spostamenti e attese. Questo è particolarmente utile per persone anziane, con disabilità o residenti in zone rurali.
Inoltre, alcuni Comuni e ASL hanno attivato portali online in cui cittadine e cittadini possono richiedere assistenza, accedere a bonus o presentare documenti senza dover andare fisicamente agli uffici. Tutto questo rende il welfare più accessibile, veloce, inclusivo, soprattutto per chi vive in aree isolate o ha difficoltà a spostarsi.
Ma la tecnologia, da sola, non basta: l’e-welfare deve essere a supporto del welfare generativo, perché in primo luogo serve costruire fiducia e far sì che nessuna persona resti esclusa.

I modelli di welfare “generativo” o “responsabile” mettono in circolo le energie delle persone, delle comunità e dei territori in modo innovativo e dinamico. 

Nel welfare generativo la cittadinanza non è più solo destinataria, diventa protagonista: partecipa alla definizione dei bisogni, alla progettazione delle risposte e, quando possibile, anche alla loro realizzazione.

Per esempio, una persona che riceve un aiuto per reinserirsi nel mondo del lavoro può a sua volta offrire tempo o competenze per supportare altre in difficoltà. Oppure, un centro d’ascolto che accompagna una famiglia con problematiche non solo dà un contributo economico, ma costruisce con loro un percorso per superare la crisi e recuperare stabilità.
Si tratta di un cambio di paradigma rispetto alle tradizionali forme di assistenza, per cui la cittadinanza era spesso solo destinataria passiva di servizi.

Nel welfare generativo l’obiettivo è stimolare l’attivazione delle persone, valorizzare il capitale sociale e promuovere la partecipazione consapevole della comunità. Così nasce un circolo virtuoso: le persone diventano protagoniste del proprio benessere e di quello collettivo. La solidarietà diventa un processo condiviso che si sviluppa dal basso, facendo leva sulle risorse che già esistono all’interno della comunità. 

Pensiamo per esempio a gruppi di persone, spesso con fragilità diverse  – persone anziane sole, giovani, famiglie in difficoltà – che vivono nello stesso stabile e che condividono spazi e attività – cucina comune, orto, laboratori, babysitting – rompendo l’isolamento sociale e creando una piccola comunità di supporto reciproco, fondata sulla convivenza attiva.


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Le risorse locali – materiali, umane e relazionali – sono il motore per ideare e realizzare interventi efficaci, capaci davvero di rispondere ai bisogni delle persone. In questo modo si promuove un welfare più sostenibile e inclusivo, attento alle specificità dei territori e lontano da soluzioni standardizzate.

A questo proposito è interessante la proposta della Fondazione Cariverona che con il “Bando Welfare Generativo” ha stanziato circa 3 milioni di euro per 24 progetti che coinvolgono oltre 600 enti, per rigenerare servizi, spazi e prodotti sul territorio, superando logiche assistenzialistiche e puntando sull’ascolto delle comunità.

La partecipazione attiva e la responsabilizzazione di cittadine e cittadini diventano elementi chiave per costruire sistemi di welfare più efficaci. Attraverso questo approccio si rafforzano il senso di appartenenza e l’identità comunitaria, elementi fondamentali per affrontare le sfide complesse del presente e del futuro come l’invecchiamento della popolazione, la precarietà lavorativa e la trasformazione del lavoro, oltre che l’immigrazione e la formazione di società multiculturale.

Vista la complessità del contesto sociale possiamo concludere affermando che serve un welfare più dinamico, collaborativo e territoriale, capace di coinvolgere attivamente le comunità, valorizzare le risorse locali  – umane, sociali, culturali – costruendo risposte personalizzate, flessibili e integrate.