Il movimento delle “Mamme NoPFAS” di fronte alla contaminazione chimica dell’ambiente
Nel territorio veneto contaminato dai PFAS, le “Mamme NoPFAS” hanno trasformato la maternità in azione politica. Le ricerche biomediche mostrano che queste sostanze si accumulano nei corpi e sono associate, oltre che a diverse patologie, a infertilità maschile e a un aumento degli aborti spontanei. La mobilitazione per l’acqua pulita diventa così anche una riflessione sulle condizioni della riproduzione e sul futuro delle generazioni in un ambiente compromesso.
Le “Mamme NoPFAS” sono un gruppo di genitori, in stragrande maggioranza madri, che a partire dal 2017 si è mobilitato per denunciare la contaminazione della falda acquifera, e quindi dell’acqua potabile, e dei fiumi. L’inquinamento interessa in particolare un’ampia area a sud di Vicenza, la bassa Val d’Agno: una zona a vocazione agricola, ma da tempo segnata dall’industria conciaria e tessile (Marzotto), in cui vivono circa 350.000 persone.
Si tratta di un inquinamento legato alla produzione di una famiglia numerosa di composti chimici denominati PFAS, nello stabilimento della Miteni di Trissino. La mobilitazione delle Mamme, insieme ad associazioni mediche, ambientaliste, organizzazioni sindacali e alle indagini della Procura di Vicenza, ha portato alla chiusura dell’impianto nel 2018.
Oggi la loro azione continua con la richiesta alle istituzioni regionali e statali di bonificare la falda acquifera e il territorio contaminato. Nel 2025 si è concluso presso il tribunale di Vicenza il procedimento penale per disastro colposo, che ha stabilito pesanti condanne per i dirigenti dell’impresa.
I PFAS sono sostanze chimiche molto versatili e resistenti alla degradazione, che per queste caratteristiche sono impiegate in diversi settori e per svariati usi, dal rivestimento antiaderente del Teflon ai tessuti tecnici come il Gore-Tex. Tutti e tutte noi entriamo in contatto con queste sostanze, data la loro ampia diffusione, ma la popolazione dell’area veneta a cavallo delle province di Vicenza, Verona e Padova - a causa della presenza dell’impianto di produzione dei PFAS, i cui scarti di lavorazione sono stati scaricati nei fiumi della zona e si sono infiltrati nella falda acquifera e nei terreni circostanti - assumono da anni dosi massicce di queste sostanze attraverso l’acqua potabile e gli alimenti prodotti nei campi e negli allevamenti locali.
La ricerca biomedica ha accertato che questo gruppo di sostanze si accumulano nel sangue e negli organi, vengono smaltiti solo in tempi molto lunghi e interferiscono con il metabolismo, e ha stabilito una correlazione tra i PFAS e numerose patologie.
Nell’area colpita, i primi risultati delle indagini sono stati resi noti nella primavera del 2017.
Le madri che ho incontrato negli anni successivi, nel corso di una ricerca etnografica sul movimento, raccontano lo shock di fronte alla quantificazione di questi composti chimici nel sangue dei loro figli: parliamo di livelli 30-40 volte superiori ai valori considerati tollerabili.
La loro mobilitazione ha trasformato la maternità in una leva politica, ponendola strategicamente al centro dell’azione pubblica: una scelta che nasce da un’esperienza intima e dolorosa, ma che si appoggia anche a un’immagine sociale della madre come figura votata alla cura e alla protezione.
Molte Mamme richiamano infatti una qualità “naturale” e allo stesso tempo speciale del legame madre-figlio/a: “fa parte della nostra natura verso i figli: ci sono quelle attenzioni che non hai nemmeno per te stessa”; “non abbiamo potuto rimanere ferme per le nostre responsabilità di cura e di protezione”.
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Alla base delle loro dichiarazioni ci sono concezioni profondamente interiorizzate che orientano il modo di sentire delle Mamme: un’ideologia della maternità ampiamente diffusa nel senso comune, in cui si intrecciano molteplici elementi: la rappresentazione stereotipata “tradizionale” della madre amorevole e forte, sorretta dall’enfasi cattolica sul destino materno delle donne; una versione semplificata della teoria psicologica dell’attaccamento e dell’idea di istinto materno; l’influenza di un sapere biomedico-ostetrico che attribuisce al corpo materno una responsabilità primaria come primo ambiente di vita del bambino.
Le rappresentazioni condivise della maternità hanno orientato le percezioni delle madri e si sono rafforzate di fronte alla contaminazione dei loro figli. Molte raccontano lo sgomento, la rabbia e il disorientamento provati quando hanno ricevuto gli esiti che li descrivevano come “pieni di PFAS”.
Le preoccupazioni sugli effetti tossici dell’ambiente contaminato hanno richiamato ed enfatizzato la logica della responsabilità materna, anche perché queste madri hanno dovuto fare i conti con la violazione dei significati di purezza e sacralità che si attribuiscono al latte materno, trasformato dalla contaminazione dei PFAS in veleno.
Hanno dovuto affrontare la realtà paradossale e sconvolgente di avere contemporaneamente nutrito e avvelenato i propri figli. Un cortocircuito di senso inaccettabile che tocca simbolicamente la riproduzione umana e l’ordine sociale.
Questo senso accresciuto di responsabilità le ha spinte all’azione politica e alla ricerca di soluzioni concrete. La lotta per l’acqua pulita, l’ambiente risanato e la salute collettiva le ha portate a interrogarsi sul futuro delle prossime generazioni.
Infatti, livelli elevati di PFAS nei corpi sono associati a una riduzione delle capacità riproduttive, sia per l’infertilità maschile sia per l’aumento di aborti spontanei.
In questa “zona di sacrificio”, cioè un territorio in cui imprese e istituzioni hanno rinnovato nel tempo lo sfruttamento e l’inquinamento dell’ambiente, l’infertilità non riguarda solo i singoli individui, ma l’intera comunità e diventa il segno concreto del prezzo pagato dalle persone per uno sviluppo che ha scaricato i costi sui loro corpi, con una riduzione delle possibilità di vita.
I danni permanenti dell’industria chimica fanno prevedere che anche le prossime generazioni erediteranno gli effetti dell’inquinamento sui corpi, e la consapevolezza di una “alterazione della vita” destinata a durare emerge con crudezza dalle considerazioni delle Mamme.
Quando parlano di responsabilità di cura non si riferiscono solo alla propria famiglia, ma a un dovere più ampio verso chi verrà dopo e nascerà (o non potrà nascere) nel territorio contaminato.
La preoccupazione delle Mamme non riguarda l’eredità di geni o di beni materiali, ma la possibilità stessa di una vita diversa, in termini di resistenza e sopravvivenza di corpi alterati dall’inquinamento, e la speranza che possano tornare “sani”.