Il lavoro cambia colore: come il linguaggio racconta le trasformazioni economiche e sociali
Negli ultimi cent’anni il lavoro ha cambiato colore. Dalle espressioni che evocano sfruttamento o prestigio - come lavoro nero o colletti bianchi - emerge un legame profondo tra linguaggio, società e trasformazioni economiche. Questa ricerca di taglio storico-linguistico esplora come l’uso, e la progressiva scomparsa, dei colori nel modo in cui parliamo di lavoro rifletta i cambiamenti delle sue forme in Italia, dalla clandestinità alla precarietà del presente.
I nomi dei colori – o cromonimi – si prestano spesso a rappresentare in modo efficace valori simbolici nella vita quotidiana: il rosso indica emergenza, pericolo, ma anche emozioni forti come l'amore o la rabbia; il giallo indica attenzione o divieto in espressioni come linea gialla o cartellino giallo; il blu copre una vasta area semantica associata a un'idea di distinzione positiva (auto blu, bollino blu, bandiera blu ecc.). Il colore nero è in genere veicolo di una connotazione negativa che, come ha notato la linguista Rita Fresu, si riflette in locuzioni e modi di dire che «esprimono una valutazione morale (libro nero, lista nera, pecora nera)» o che alludono «alla sfera del pessimismo, della sventura e della morte (giornata nera, cronaca nera).
Il nero è infine associato all'area semantica dell'illegalità: in questa relazione è da ricercare l'origine della locuzione lavoro nero, definito dai dizionari come il 'lavoro svolto in condizioni di sfruttamento senza tutela legislativa e sindacale', al pari del sinonimo di lavoro sommerso.
Ma non è solo il nero a colorare il linguaggio del lavoro. Anche altri colori, nel tempo, hanno assunto significati simbolici che attraversano la lingua e raccontano le trasformazioni economiche e sociali del nostro tempo.
Secondo l'ILO, l'Organizzazione Internazionale del Lavoro, si può definire lavoro verde quello che contribuisce a ridurre le conseguenze negative per l'ambiente promuovendo lo sviluppo di imprese e economie sostenibili da un punto di vista ambientale, economico e sociale; l'espressione lavoro bianco può genericamente riferirsi a lavori che richiedono grande pulizia e igiene, come quelli del settore della salute e dell'alimentazione, ma richiama anche l’immagine dei colletti bianchi, simbolo del lavoro impiegatizio e amministrativo, di contro a tute blu, l'abito degli operai; lavoro in rosso rimanderebbe alla carenza di occupazione di una certa area o a un'organizzazione produttiva improntata a modelli politici della sinistra novecentesca. Pensiamo anche alla vasta eco del movimento dei gilets jaunes in Francia, in cui il colore giallo di un indumento da lavoro è diventato emblema di rivendicazioni sociali e politiche.
Nell'ambito della simbologia dei colori, lavoro nero è forse la locuzione più antica: ma qual è la sua origine?
Se è difficile che la fantomatica Mano nera, associazione criminale dedita all'estorsione nella New York d'inizio Novecento, costituisca un precedente meno che fantasioso per lavoro nero, è invece plausibile che l'espressione sia nata per analogia con borsa nera e mercato nero, usate in Italia tra gli anni '30 e gli anni '40 del secolo scorso per indicare il commercio illecito di beni rari o razionati durante l'embargo subito a seguito dell'invasione dell'Etiopia e poi con l'entrata in guerra. La fortuna di queste locuzioni, che ricalcano il tedesco schwarze Börse, fu tale da generare un piccolo lessico parallelo: borsista nero, borsanerista, borsanerismo, oltre al parodico borsaro nero.
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È dunque possibile che il successo di borsa nera e mercato nero abbia facilitato la formazione di lavoro nero. L’espressione compare per la prima volta sul «Corriere della sera» del 2 giugno 1932, in un articolo che riporta la notizia di una riunione dell'Istituto internazionale dell'artigianato a Parigi dove «sono state gettate le basi per il lavoro futuro con particolare riguardo al credito artigiano, al cosiddetto "lavoro nero", al cooperativismo artigianale». L'anno successivo, il 12 settembre 1933, l'espressione è così spiegata in un articolo sulla «Stampa»: «La polizia continua la sua azione di repressione della piaga del cosiddetto "lavoro nero", l'impiego cioè di operai senza denunzia del lavoro continuanti a riscuotere la sovvenzione di disoccupazione e ciò in complicità coi datori di lavoro i quali ne approfittano per pagare il lavoro al di sotto della tariffa».
Negli ultimi vent'anni l'uso di lavoro nero è stato affiancato e in parte soppiantato da espressioni che regolano il lavoro precario: lavoro temporaneo, lavoro a chiamata, lavoro ripartito o in condivisione (job sharing), lavoro occasionale, lavoro a tutele crescenti o lavoro a termine a-causale (contratto a tempo indeterminato che prevede un indennizzo in caso di licenziamento senza giusta causa), introdotto dal governo Renzi nel 2014 con il Jobs Act.
In luogo della forza evocativa dei colori, la lingua del diritto riflette le trasformazioni sociali in corso: «No al lavoro nero. Piuttosto lavoro al nero, al giallo, all'extracomunitario», titola il «Corriere della sera» del 9 ottobre 1998.