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Il gergo, la lingua internazionale dei vagabondi

Questo contenuto fa parte del tema del mese: Voci e radici

Parole che oggi usiamo anche quotidianamente, come furbo, sgamare o gaggio, hanno un passato gergale. Il gergo è da sempre l’espressione linguistica di chi sta ai margini, ma la sua storia, strettamente legata a quella di chi lo parla,  è poco conosciuta. Cos’è davvero un gergo, chi lo parla e perché? Ripercorriamo alcuni aspetti di questa “lingua internazionale” dei vagabondi, un tempo diffusa nelle strade e nelle piazze di tutta Europa e ancora oggi viva in alcuni contesti.

Chiunque ha sentito o ha usato la parola gergo almeno una volta nella vita, ma non sempre si conosce che cosa sia “davvero” un gergo. 

Spesso si sente parlare di “gergo dei medici” o di “gergo sportivo”, ma con queste espressioni si indicano dei linguaggi settoriali o tecnici per riferirsi a un modo di parlare un po’ difficile, perché ricco di nozioni specifiche e modi di dire comprensibili soprattutto agli addetti ai lavori. In questo caso si fa un uso estensivo e “improprio” della parola gergo.

Il gergo in senso “proprio” è qualcosa di diverso. 

La parola deriva probabilmente dal francese antico jargon, termine di origine onomatopeica già attestato nel XII secolo (dal rumore che fa la gorgia cioè la ‘gola’), che significava originariamente il ‘cinguettio degli uccelli’, ma che poi è passato a indicare metaforicamente un ‘linguaggio indecifrabile’, riferendosi alla lingua dei vagabondi.

Per aiutarci a capire meglio, partiamo dalla definizione di gergo riportata nel Grande Dizionario Italiano dell’Uso, che raccoglie le parole dell’italiano contemporaneo indicandone non solo il significato, ma anche come e quanto vengono utilizzate: 

linguaggio fondato su trasformazioni convenzionali delle parole di una lingua o d’uno o più dialetti, con inserzioni di elementi lessicali esotici o di nuovo conio, usato da chi appartiene a determinati gruppi professionali, come ad es. girovaghi, o gruppi sociali, come ad es. [...] malviventi, carcerati, ecc., allo scopo di garantire l’identità di gruppo e di non farsi intendere da coloro che ne sono estranei.

Dal punto di vista socio-storico il gergo è quindi un linguaggio legato a condizioni di marginalità, esito di varie forme di mobilità, precarietà ed esclusione sociale. Si pensi ai gerghi dei mestieri itineranti come arrotini, stagnini, merciai ambulanti, spazzacamini, che un tempo calcavano le strade di tutta Italia lontani dai propri paesi d’origine; oppure ai gerghi diffusi negli ambienti della malavita urbana, tra ladri, borsaioli, giocatori d’azzardo, carcerati. A metà fra il lavoro ambulante e l’illegalità, troviamo  anche i gerghi del mondo della piazza, usati da fieranti, saltimbanchi, imbonitori, mendicanti, cantastorie, giostrai e circensi che un tempo animavano soprattutto fiere e mercati.

Come ha osservato Glauco Sanga, etnolinguista e grande studioso di gergo, questi gruppi, pur apparentemente diversi, non costituivano categorie nettamente separate. Accomunati da una vita in costante movimento lungo le strade, potevano infatti passare da un’attività all’altra a seconda delle necessità e delle circostanze: la stessa persona poteva essere di volta in volta ambulante, ma anche mendicante, fierante ma anche ladro. 

Proprio il riconoscersi come parte di uno stesso gruppo sociale porta a un ulteriore aspetto che caratterizza il gergo: la sua funzione nella comunicazione, che è primariamente quella di rafforzare l’identità del gruppo, in contrapposizione a chi il gergo non lo conosce.

Solo in secondo luogo il gergo può avere una funzione criptica, cioè quella di nascondere agli estranei quanto detto, ma è usata con parsimonia dai gerganti, dato che il gergo non si parla in presenza di estranei. Il gergo è (o era), dunque, il codice identitario dei marginali, e solo secondariamente una “lingua segreta”. È quest’ultimo aspetto che rende accostabile in senso lato il termine gergo ai linguaggi settoriali e tecnici, intesi come modi di parlare complicati e incomprensibili.

Dal punto di vista strettamente linguistico, poi, il gergo rappresenta un “parassita” della lingua, perché sfrutta la fonetica, la morfologia e la sintassi di una “lingua ospite” ma sostituisce alcune parole comuni con un lessico speciale e convenzionale. Nel furbesco italiano, il gergo dei vagabondi già attestato nel XV secolo, per esempio il pane si dice artone o urto, il cane è detto garolfo, la camicia lima, il cappello fongo, la polizia pula, il fuoco si dice ruffo, il formaggio durengo, l’acqua lenza, il vino scabio, le scarpe fangose, il gioco (d’azzardo) spilo, qualcosa o qualcuno di bello è togo, l’individuo estraneo gagio.

Queste parole hanno un aspetto volutamente insolito, che contribuisce a dare l’impressione, rivendicata con orgoglio dai gerganti, di una lingua diversa, straniera e incomprensibile. Il lessico gergale nasce infatti attraverso trasformazioni di significato, giochi fonetici e metafore (ad esempio pula da ‘polizia’ o fangose da ‘fango’ o il cappello che diventa un fungo, ecc.) oppure attraverso prestiti da altre lingue, come il tedesco, l’ebraico o la romaní, la lingua dei sinti e dei rom (spilo dal tedesco Spiel ‘gioco’, togo dall’ebraico ṭôb ‘eccellente’, gagio dalla romaní gáǧo ‘individuo estraneo non sinto/rom’). 

Uno degli aspetti più interessanti è che molte di queste parole sono condivise da gerghi diversi, storici o ancora in uso: è il riflesso di quella “fluidità” di cui si è detto sopra, che ha favorito il riconoscimento e gli scambi tra gruppi, facendo circolare le parole lungo le rotte delle migrazioni stagionali, nelle piazze, nelle fiere e nei bassifondi delle città e dei villaggi d’Italia e d’Europa.

Prendiamo per esempio le tre parole del furbesco storico già incontrate: lenza per indicare l’acqua, artone per il pane e ruffo per il fuoco. Con poche variazioni, le ritroviamo in moltissimi gerghi italiani ed europei: nell’argot dei malfattori francesi sono lance, arton e ruffe, mentre nella germanía, il gergo della malavita spagnola, troviamo ansia, harton e rufon ‘miccia’; il calão portoghese ha ãnsia, artife, runfu e il cant inglese lant ‘fare acqua’ e ruffin ‘diavolo’. In Italia compaiono nei gerghi dei bassifondi locali, da quello milanese (slenza, arto e riff), a quello della malavita romana (lenza, urto e ruffire ‘rubare’).

Le stesse parole ricorrono, però, anche in vari gerghi storici di ambulanti in diverse aree d’Europa: dal gergoun dei contrabbandieri dell’alta Valle Stura di Demonte (enso e artoun), al baccagghiu degli ambulanti di Noto in provincia di Siracusa (lendza, urtu e rruffu), fino al mourmé dei muratori di Samoëns in Alta Savoia (arton ‘fieno’, il “pane” delle bestie e roufie ‘caldo’) e agli xergues delle Asturie (ñansa e artón).

Come ricorda Glauco Sanga, dunque, i marginali «non conoscono frontiere e confini [...] sono simili dappertutto, si conoscono e si riconoscono; hanno una propria cultura ben definita, chiaramente distinta dalle culture degli “altri” (i sedentari)» e anche la loro lingua, il gergo, è «non locale, non regionale, non nazionale, ma internazionale».


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Il mondo “picaresco” dei gerganti (la parola spagnola pícaro ‘vagabondo’ è probabilmente di origine gergale) è oggi in gran parte scomparso, insieme al contesto socio-economico che lo aveva prodotto. Il gergo però continua a svolgere una funzione identitaria in alcuni gruppi ancora legati a condizioni di marginalità, come giostrai e circensi, che ancora esercitano mestieri itineranti in Italia, o negli ambienti della malavita, una “società” alternativa ed eversiva che si contrappone all’ordine costituito.

Ma c’è di più. Numerosi vocaboli un tempo esclusivi del mondo dei gerganti sono entrati nella lingua corrente, spesso passando attraverso il linguaggio giovanile. È il caso di togo ‘bello’, oppure fare il gaggio e gaggiarsela, cioè farsi notare fingendo di appartenere a un determinato gruppo . Questo processo di permeabilità della lingua al gergo è, in effetti, molto antico. Per esempio il verbo camuffare ‘mascherare, travestire’ era originariamente usato dai venditori ambulanti per indicare una truffa tramite la falsificazione della merce e, al tempo stesso, la capacità di riconoscere la truffa stessa – da cui probabilmente deriva il verbo di origine gergale sgamare ‘capire, riconoscere’. Furbo ha invece origine da un termine dell’argot francese già in uso nel XV secolo, fourbe, che indicava il ‘ladro’, colui che ripuliva, “forbiva” le tasche (in francese fourbir).

Oggi il gergo è quindi forse più vicino e più vivo di quanto possiamo pensare. Conoscerne la storia, che è la stessa storia dei vagabondi di varie epoche vicine e lontane, ci aiuterebbe a ricordare che in fondo, come affermava il linguista ticinese Ottavio Lurati, la gergalità «è meno marginale di quanto si sia inclini ad ammettere».