Il dono della fiducia: come la finanza inclusiva ripensa il credito
Quando pensiamo alla finanza, difficilmente la associamo al dono. Ci vengono in mente banche, mutui, interessi, garanzie, firme a fondo pagina, impegni e timori. Anche nella finanza inclusiva il denaro non viene regalato, i prestiti vengono resi e gli interessi possono essere elevati. Eppure, qualcosa del mondo del dono sembra affacciarsi, perché torna visibile una dimensione spesso dimenticata: quella della relazione, dell’interdipendenza tra persone e del mutualismo.
Fino a pochi anni fa, in Italia le famiglie avevano una capacità di risparmio molto alta. In quel contesto, non riuscire a mettere da parte del denaro veniva spesso interpretato come segno di scarso impegno nel lavoro o di cattiva gestione delle proprie finanze.
Questa idea stigmatizzante continua a influenzare il modo in cui guardiamo alla povertà. Nel frattempo, però, il mondo del lavoro è cambiato e sono emerse nuove forme di insicurezza economica.
Oggi esistono persone che lavorano con regolarità ma che, nonostante ciò, faticano ad arrivare a fine mese, come i working poor, una delle espressioni delle nuove vulnerabilità sociali.
Queste vulnerabilità non si traducono solo in redditi bassi. Spesso non è l’ammontare delle entrate a creare difficoltà, ma la loro temporalità o il tipo di contratto a cui sono legate: la forma contrattuale produce numerose difficoltà fino a vere e proprie esclusioni, ad esempio nello stipulare un contratto di affitto o nell'ottenere un mutuo. È qui che entra in gioco il tema della nostra ricerca.
La finanza inclusiva raggruppa realtà differenti, ma che condividono un tratto comune: si rivolgono a persone che, per ragioni diverse non collegate all’ammontare del loro reddito, fanno fatica ad accedere al credito tradizionale. Si tratta di lavoratrici e lavoratori senza contratto a tempo indeterminato, partite IVA, migranti con un impiego qualificato ma senza una storia creditizia in Italia. Possono essere persone, spesso giovani, che nell’arco dell’anno riescono a far quadrare i conti, ma per le quali una spesa, anche piccola, nel periodo sbagliato può produrre conseguenze considerevoli: un computer rotto che impedisce di lavorare, un biglietto del treno che non si riesce a comprare, una riparazione urgente, un corso di aggiornamento. Per chi vive con entrate irregolari, anche piccole somme possono fare la differenza tra stare in piedi e scivolare in un circolo vizioso di difficoltà.
Nel nostro lavoro di ricerca sulle forme di addomesticamento della finanza, ovvero del modo in cui le persone utilizzano il denaro e gli strumenti finanziari nella loro vita quotidiana, abbiamo incontrato esperienze che provano a ripensare le forme di accesso al credito.
Una è quella delle Comunità AutoFinanziate (CAF): piccoli gruppi di persone che mettono insieme risparmi, anche minimi, e si concedono prestiti reciproci di piccolo importo, anche chiamate nanocrediti, secondo regole costruite collettivamente.
Non si tratta di dono: chi riceve un prestito lo restituisce ma lo fa dentro una relazione in cui le difficoltà non hanno lo stigma dell’incapacità e dell’inaffidabilità.
Seguendo la tecnica, molto diffusa nella ricerca qualitativa, della cosiddetta osservazione partecipante, ho seguito per un anno gli incontri periodici di una CAF: ho potuto quindi avere accesso ai documenti prodotti, vedere quali strumenti contabili erano utilizzati e soprattutto in che modo. Ho inoltre seguito i momenti di riflessione e discussione dei partecipanti in merito alla gestione del denaro e a tanti altri argomenti di vita quotidiana.
Le riunioni servivano a decidere quanto versare, a chi prestare, con quali tempi restituire. C’era una contabilità precisa, regole, impegno, ma anche la possibilità di ridiscutere una scadenza.
Il denaro era distribuito come una risorsa comune, resa disponibile dal contributo di tutte e tutti.
Inoltre, durante le riunioni si costruivano relazioni che andavano oltre lo scambio di denaro: ad esempio, un gruppo di partecipanti aveva dato vita a un orto condiviso prima ancora che diventasse oggetto diffuso delle politiche comunali a Torino.
La finanza inclusiva si propone come il diritto ad avere accesso alle risorse necessarie per vivere, lavorare, progettare il futuro. Nella finanza tradizionale, chi chiede un prestito viene spesso misurato attraverso garanzie, contratti, punteggi, algoritmi. Tutto ciò viene presentato come neutrale, ma non lo è mai del tutto. Dietro ogni criterio c’è una valutazione morale e un’idea, socialmente costruita, di persona affidabile: chi ha un lavoro stabile, entrate regolari, una storia finanziaria ordinata. Tuttavia, molte vite oggi non sono ordinate in questo modo: Il mercato del lavoro è cambiato, i redditi sono più discontinui, le carriere meno lineari. Eppure le scadenze restano rigide.
Per questo, alcune esperienze di finanza alternativa cercano di cambiare non solo l’accessibilità al denaro, ma anche il significato del debito. Il debito può isolare la persona e renderla l’unica responsabile della propria fragilità. Ma può diventare una risorsa, se è costruito dentro una relazione di fiducia, con tempi sostenibili e il riconoscimento delle condizioni concrete di vita. È qui che il legame con il dono diventa più chiaro, ma anche più delicato. Non si tratta di regalare denaro, ma di riconoscere che tutte e tutti viviamo dentro reti di dipendenza reciproca, che siano familiari, sociali, istituzionali o economiche. Il mutualismo parte da questa evidenza.
LEGGI ANCHE
L'algoritmo non è un oracolo. Come l'IA valuta l'accesso al credito bancario
In questo senso, la finanza inclusiva si propone come una forma possibile di cittadinanza sociale, ci ricorda che l’accesso al denaro non è solo una questione privata, né solo un problema di educazione finanziaria individuale. È anche una questione collettiva: quali strumenti costruiamo per permettere alle persone di attraversare momenti di difficoltà senza perdere dignità, relazioni, possibilità di scelta?
Il dono, qui, non è il denaro prestato, ma lo spazio di fiducia: la possibilità di non essere ridotti a un punteggio, a una rata saltata, a una mancanza. La possibilità di essere visti dentro una storia, e non soltanto dentro un bilancio. Come amava sottolineare una storica partecipante alla CAF, nel fare formazione alle nuove comunità: "Non chiediamo un prestito perché ne abbiamo bisogno, ma perché ne abbiamo diritto." La nostra ricerca si propone di rintracciare esperienze simili e ricostruire il senso e la valenza per gli attori sociali coinvolti, al fine di far emergere alternative possibili al sistema finanziario tradizionale e alle sue esclusioni.