Storie di ricerca

Fuori tempo. Breve critica del concetto di sviluppo

Questo contenuto fa parte del tema del mese: Tempo

L’idea moderna di sviluppo, per come l’abbiamo ereditata, raramente si limita a descrivere. Più spesso, distribuisce patenti di normalità. Disegna una traiettoria ideale, stabilisce degli stadi, decide chi è “più avanti” e chi “deve ancora arrivare”. Una persona cresce bene se attraversa le tappe giuste nei tempi giusti. Un Paese cresce bene se si modernizza, aumenta il proprio PIL, si allinea agli standard dei “Paesi ricchi”. Il sottotesto è sempre lo stesso: esiste una sola strada, qualcuno ha il diritto di indicarla agli altri, e tutto ciò che devia da tale rotta viene corretto, patologizzato o compatito.

Ci hanno insegnato a pensare allo sviluppo come qualcosa di ovvio. Si parte da un punto, si avanza attraversando alcune tappe, si approda a una forma più alta, più matura, più civile. È una storia recente, anche se si presenta come eterna.

Dietro questa idea c’è un presupposto apparentemente innocuo: esisterebbe una traiettoria universale, uguale per tutti. Qualcuno sarebbe già avanti, qualcun altro si troverebbe ancora indietro.

Il meccanismo si ripropone quasi identico in campi che di solito teniamo separati. 
Pensiamo alle teorie della crescita infantile: tappe, sequenze, competenze attese, ritardi da monitorare. Oppure alle teorie dello sviluppo economico e sociale: paesi avanzati, paesi emergenti, aree arretrate, popolazioni da modernizzare. 

In entrambi i casi c’è un modello implicito di arrivo, qualcuno che viene preso come norma e qualcun altro che viene definito in base alla distanza da quella norma. 

Ed ecco farsi strada, quasi impercettibilmente, il verdetto: ritardo. Una parola apparentemente neutra, che in realtà è un piccolo capolavoro politico. Perché trasforma una differenza in una mancanza. E una mancanza, si sa, autorizza l’intervento di chi si sente più evoluto.
Come osserva acutamente la ricercatrice Sun Young Lee in un recente saggio,

questo modo comparativo di vedere e pensare lo sviluppo […] rovescia la relazione progressiva che va dal passato verso il futuro in una logica anticipatoria; è anticipatoria in quanto il futuro viene già presentato come una forma desiderabile, e le aspettative che lo riguardano influenzano sia le azioni che le persone intraprendono sia le conoscenze di cui dispongono nel presente, modificando anche il modo in cui comprendono il passato (Lee, 2020). 

Dentro questa logica, la bambina è una adulta non ancora compiuta. Il Sud globale è il Nord non ancora sbocciato. Chi – per una ragione o per un’altra – non si allinea alla traiettoria prescritta viene letto come inadeguato, immaturo, residuale. Qualcuno da aiutare, correggere, governare (ovviamente “per il suo bene”, la formula preferita dal paternalismo). 

Così, se una persona non corrisponde all’idea standard di crescita, autonomia e rendimento, la si considera in deficit. Se una società non assomiglia abbastanza all’Europa industriale o alla democrazia liberale occidentale, la si definisce arretrata, o nella migliore delle ipotesi in via di sviluppo (espressione elegante che non serve soltanto a dire “non siete ancora arrivati dove siamo noi”, ma soprattutto a ribadire che qualcuno ha già deciso dove è necessario andare).


LEGGI ANCHE
Tra agende piene e ritmi imposti: i tempi dell’invecchiamento



Dietro questo meccanismo c’è un certo modo di concepire e vivere il tempo. Un tempo lineare, cumulativo, che prende forma in Occidente insieme alla nascita del capitalismo industriale; un tempo che smette di essere una trama complessa di ritmi diversi, per venir ridotto a una freccia. È il regime temporale dell’orologio, della tabella, della produttività, della scadenza, del “stare al passo” e  del “non perdere tempo”. Che si presenta come neutro, ma è profondamente disciplinare: ordina, classifica, confronta, gerarchizza.

Mettere in discussione gli stadi universali di sviluppo non significa negare che le persone crescano o che le collettività cambino, ma provare a smontare questa scenografia smettendo di pensare che esista una sola corsia, un solo ritmo, una sola maturità legittima. 

I tempi della vita, dell’apprendimento, delle relazioni e delle società sono infatti plurali, conflittuali, irregolari. Non marciano compatti verso la stessa meta come comparse in una parata.

Forse il primo gesto davvero educativo, oggi, risiede proprio in questo: togliere al concetto moderno di sviluppo quell’aria innocente che non merita affatto, e restituire dignità alle differenze senza trasformarle, ogni volta, in ritardo.