Storie di ricerca

Fuga dal lavoro: cosa ci racconta il movimento anti-work

Questo contenuto fa parte del tema del mese: Lavoro

“Anti-work” è il nome di un sentimento sempre più diffuso: la disaffezione verso un mondo del lavoro percepito come ingiusto e alienante, in particolare dalle giovani generazioni. Ma si tratta di un movimento unitario o piuttosto di un mosaico di esperienze diverse? Per capirlo abbiamo analizzato i post più popolari di una vasta comunità online dedicata alla critica dell’etica tradizionale del lavoro.

Negli ultimi anni, e in particolar modo a seguito della pandemia di Covid-19, si è fatta strada l’idea che il ruolo del lavoro nelle nostre vite stia mutando radicalmente. Se per lungo tempo, pur con tutte le sue criticità, il lavoro ha costituito uno dei perni indiscussi dell’esistenza umana, fonte di identità e di significato rispetto alla posizione che ognuno occupa nella società, oggi viene sempre più spesso messo in discussione.

Il lavoro sembra allora diventare un male da sopportare, in assenza di alternative sostenibili, un ‘semplice’ mezzo per ottenere un reddito che garantisca la sopravvivenza materiale. E, se possibile, qualcosa da cui scappare, facendo scelte di vita audaci, capaci di rimettere al centro l’individuo. 

Questo clima generale di disaffezione al lavoro si riflette nel dibattito sulla cosiddetta Great Resignation, ovvero il fenomeno crescente delle dimissioni volontarie, e più in generale, sul fenomeno dell’anti-work, un’etichetta con cui si identifica una generica “ostilità” al lavoro.

Da un lato, dunque, aumenta la riluttanza verso un mondo del lavoro percepito come sempre più inospitale e poco gratificante; dall’altro cresce il desiderio di ripensare l’equilibrio tra tempo di lavoro e tempo di vita, dando centralità a quest’ultimo e non più a motivazioni esclusivamente economiche.

Dati questi presupposti, per comprendere se il fenomeno dell’anti-work costituisca un ethos unitario, cioè un insieme omogeneo di valori e atteggiamenti condivisi, oppure se sotto questa etichetta convivano esperienze e posizioni molto diverse, abbiamo provato a ricostruire come l’anti-work si manifesta nella vita quotidiana delle persone. Per farlo, abbiamo analizzato i 250 post più popolari del subreddit r/antiwork, la più grande comunità online dedicata al tema, che nel 2024 ha raggiunto circa 2,8 milioni di iscritti. 

Questa analisi ci ha permesso di distinguere i diversi profili di lavoratori e lavoratrici che esprimono, in forme differenti, una critica al lavoro. 
Una prima distinzione emersa è quella tra profili “ego-oriented”, che ridiscutono cioè il rapporto individuale con la propria occupazione, e profili “alter-oriented”, che invece si focalizzano sull’esperienza lavorativa degli altri.
Tra i primi collochiamo, ad esempio, i quiet quitters, che mantengono la loro occupazione ma riducono al minimo l’impegno, rifiutando qualsiasi richiesta che vada oltre i limiti formali del loro contratto; i dismissed, che vanno consapevolmente incontro alla perdita del lavoro a causa delle richieste di aumenti salariali o perché si schierano a favore di vertenze sindacali particolarmente conflittuali; i resigners, che lasciano volontariamente il posto di lavoro perché non più disponibili a sostenere condizioni ritenute inaccettabili e prossime allo sfruttamento; e i downshifters, che scelgono di vivere con meno risorse economiche, riducendo l’impegno orario della loro occupazione, liberando così risorse di tempo a vantaggio di altri aspetti della loro vita.

Tra i profili “alter-oriented”, invece, troviamo i supportive peers, che si organizzano per offrire sostegno e concreto supporto, nelle comunità reali o online, alle lavoratrici e lavoratori che si sentono sfruttati; i solidarity boycotters, attivi in campagne collettive, spesso attivate dal basso, contro le imprese che attuano condizioni di lavoro vessatorie; e i caring anchors, persone che incoraggiano e sostengono familiari e amici nel lasciare un lavoro tossico, garantendo supporto materiale ed emotivo.


LEGGI ANCHE
Fuori posto #11 - Ai Docks Dora con un sociologo: parliamo di lavoro con Sandro Busso

Dai risultati della nostra ricerca emerge che considerare l’anti-work come un fenomeno omogeneo sarebbe fuorviante e rischierebbe di ridurre la sua capacità di mettere in discussione ed eventualmente trasformare i rapporti sociali ed economici. Il nostro studio, infatti, mette in risalto un mosaico di esperienze, in cui si intrecciano condizioni materiali – salari bassi, precarietà, mancanza di tutele – e aspirazioni esistenziali, come il desiderio di dare più centralità alla vita relazionale.

Proprio da questi intrecci nasce l’interesse sociologico per l’anti-work. Se il lavoro ha smesso di essere una fonte di coesione sociale e una promessa di benessere, diventa urgente immaginare nuovi modi di garantire riconoscimento e stabilità economica, al di fuori dei modelli tradizionali.

Questo implica una ridefinizione del significato del lavoro e del suo valore sociale: introdurre forme di reddito universale e nuove forme di tutele per chi lavora in modo intermittente o autonomo, retribuire attività socialmente rilevanti, come la cura o l’impegno collettivo, riaprire la discussione sulla riduzione dell’orario di lavoro. Analizzare questi temi attraverso studi comparativi può aiutarci a capire se l’anti-work possa davvero contribuire a ripensare il ruolo che il lavoro occupa nelle nostre vite.