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Esistere e amare nella Polonia comunista. Lo slang omosessuale come nuova architettura della realtà

Questo contenuto fa parte del tema del mese: Voci e radici

Nel contesto polacco, l’omosessualità, pur non essendo più penalmente perseguita dal 1932, ha continuato a essere oggetto di stigmatizzazione e patologizzazione medica. Per le persone queer, fino agli inizi degli anni ‘90, il linguaggio ha così potuto costituire uno strumento di riconoscimento reciproco, di sopravvivenza e di autorappresentazione. Lo slang della comunità omosessuale, in particolare quello delle cioty, le “checche” della Polonia comunista raccontate da Michał Witkowski in Lubiewo, ne evidenzia il ruolo nella costruzione di una diversa architettura della realtà. 

Nel 1946, Zofia Nałkowska pubblica i Medaliony (uscito in Italia nel 1955 con il titolo I ragazzi di Oswiecim e nel 2006 come Senza dimenticare nulla), la raccolta di racconti considerata un caposaldo della letteratura polacca della Shoah. La sua epigrafe, “Ludzie ludziom zgotowali ten los” (nella traduzione italiana “furono uomini quelli che ad altri uomini riservarono questo destino”) condensa il tragico paradosso di una disumanità nata da un agire razionalmente umano.

Nel romanzo Lubiewo di Michał Witkowski, pubblicato in Polonia nel 2005, questa formula viene riscritta, risemantizzata, in “Ciota ciocie zgotowała ten los”. La parola ludzie (persone, esseri umani) viene sostituita con cioty (ciota è la forma singolare), termine dispregiativo utilizzato per indicare gli omosessuali effeminati, traducibile con “checche”. Questa operazione non costituisce, però, soltanto un gioco ironico o una provocazione linguistica: 

sostituendo una sola parola, Witkowski inserisce l’esperienza della comunità omosessuale nella memoria collettiva polacca, mostrando come il linguaggio crei nuovi spazi di appartenenza.

Il mondo narrato da Witkowski è quello della Breslavia degli anni Ottanta, negli ultimi anni della Repubblica Popolare di Polonia, alla vigilia della trasformazione politica del 1989. In questo contesto, l’omosessualità, pur non costituendo più un reato dal 1932, si collocava in un limbo: formalmente non criminalizzata, era resa invisibile, medicalmente patologizzata come deviazione e socialmente stigmatizzata perché incompatibile con il modello di “uomo nuovo socialista” fondato su valori eteronormativi.
 

Copertina Lubiewo
Copertina della nuova edizione di Lubiewo, pubblicata in Polonia nel 2025 dalla casa editrice Znak Literanova.


È in questa frattura tra invisibilità sociale e urgenza di autorappresentazione che Witkowski ricostruisce lo slang delle cioty, al centro di quello che, parafrasando Boccaccio, potremmo definire un Decameron omosessuale in cui Michaśka, narratore e alter ego dell’autore, vaga tra luoghi di un mondo ormai scomparso, in un flusso ininterrotto di aneddoti e confessioni. 

«Nelle parole risiede la loro forza», scrive l’autore: la lingua non è soltanto uno strumento di comunicazione per i personaggi del romanzo e, più in generale, per le cioty dell’epoca, bensì diventa modo di abitare il mondo. 

Nell'universo narrativo di Lubiewo, che, pur nella sua natura finzionale, conserva e rielabora tracce di una realtà storica e sociale concreta, attraverso le parole, gli uomini che «parlano di sé al femminile e fingono di essere donne» rinominano se stessi, gli altri, gli spazi e i desideri, (ri)appropriandosi del patrimonio culturale polacco. Si chiamano tra loro come le dive della canzone polacca evocando Anna Jantar e Violetta Villas, si salutano con moja droga (mia cara) e wariatka (matta), facendo dell’uso del femminile una pratica di autorappresentazione e non un semplice travestimento linguistico, secondo regole diverse da quelle della società dominante. Così, anche l’eccesso deliberato nei gesti e nell’uso di un linguaggio ricco di volgarismi smette di essere marchio di esclusione e diventa segno di riconoscimento reciproco.


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Lo slang costruisce anche una geografia alternativa del desiderio. Parole come pikieta (letteralmente “presidio”) designano gli spazi degli incontri omosessuali clandestini: parchi, stazioni, bagni pubblici si trasformano così da luoghi anonimi in punti di riferimento della comunità. 

Witkowski mostra come le cioty si riappropriano della cultura polacca riscrivendone simboli e riferimenti. Lo dimostrano sia la riscrittura della frase di Nałkowska, sia una parodia di Mury (in italiano, Muri), celebre canzone divenuta inno di Solidarność, il sindacato indipendente che negli anni Ottanta costituì la principale forza di opposizione al regime comunista polacco. I muri a cui allude il titolo, tradizionalmente associati alle barriere imposte dal sistema politico e alla loro necessità di essere abbattute, vengono così radicalmente rovesciati, diventano i confini fisici di una tensione erotica clandestina. Sono le mura del carcere che trattengono e accendono il desiderio violento dei detenuti, esasperato dagli sguardi e dalla provocazione anche esplicita delle cioty.
 

Messa in scena dell'opera
Spettacolo teatrale Lubiewo, regia di Jędrzej Piaskowski, Wrocławski Teatr Współczesny, 2026. Foto di scena di Filip Wierzbicki.


Studiare questo linguaggio significa recuperare una memoria culturale rimasta a lungo invisibile. Lo slang delle cioty conserva non soltanto parole insolite o provocatorie, ma un intero universo di relazioni, desideri e forme di appartenenza destinato a scomparire con le trasformazioni successive al 1989. Con Lubiewo, Witkowski ne costruisce un archivio letterario; analizzarne il linguaggio significa restituire voce a una parte della storia che il discorso ufficiale aveva messo a tacere.