Storie di ricerca

Dove abitare la pena? Alternative al carcere per tutelare maternità e infanzia

Questo contenuto fa parte del tema del mese: Prigioni

Quando una donna con figli piccoli entra nel circuito penale, la pena non riguarda mai solo lei. La nostra ricerca esplora i luoghi in cui prende forma l’esecuzione penale per le madri: il carcere ordinario con le “sezioni-nido”, gli istituti a custodia attenuata per madri (ICAM), le case-famiglia protette. Attraverso uno sguardo giuridico, sociologico e pedagogico, il progetto CAMBIARE analizza come spazio, relazioni e scelte istituzionali incidano sulla vita quotidiana e sullo sviluppo dei bambini e delle bambine, mettendo in luce criticità e potenzialità dei modelli alternativi al carcere.

Al 31 gennaio 2026 negli istituti penitenziari italiani vivevano 27 bambini e bambine insieme alle loro madri, 9 italiane e 15 straniere. Un dato numericamente contenuto, ma significativo: 

quando una donna è detenuta con un figlio o una figlia, la pena non riguarda mai solo lei. Per lungo tempo, nel sistema penitenziario italiano non è esistita una tipologia di custodia specificamente dedicata alle madri con bambini piccoli. 

La soluzione adottata è stata quella degli  “asili nido” interni alle sezioni e agli istituti femminili ordinari, spazi destinati ai piccoli fino all’età di 3 anni.

Oggi, invece, esistono anche gli istituti a custodia attenuata per madri (ICAM), articolazioni penitenziarie che cercano di riprodurre un ambiente più vicino a quello domestico, con sistemi di sicurezza non riconoscibili dai minori e con personale della polizia penitenziaria in abiti civili. Attualmente gli ICAM operativi sono 4 – Torino, Milano, Venezia e Lauro (AV) – e ospitano la maggior parte dei bambini e delle bambine presenti negli istituti penitenziari, permettendone la permanenza fino a 6 o 10 anni.

La fotografia della maternità reclusa sarebbe però parziale se escludesse le separazioni tra madri e figli/e dovute alla carcerazione. Separazioni che avvengono quando i minori superano l’età consentita per la convivenza  o quando la madre entra comunque nell’istituto da sola per non sottrarre il bambino o la bambina al mondo libero. Non tutte le donne, fortunatamente, si trovano a dover affrontare questa dolorosa scelta. 

L’ordinamento, infatti, consente una temporanea rinuncia a eseguire la pena detentiva nei primi anni di vita dei figli oppure l’espiazione all’esterno del carcere, attraverso la detenzione domiciliare nella casa familiare o in strutture comunitarie come le case-famiglia protette. 

Il progetto di ricerca CAMBIARE nasce dall’idea di osservare l’esecuzione penale nei confronti delle madri a partire proprio dai luoghi in cui essa si realizza. L’accesso al carcere ordinario o a un ICAM o alla detenzione domiciliare è regolato dalla legge, ma nella pratica incide un insieme di fattori: il quadro normativo, le risorse economiche disponibili, le scelte di politica penale e l’approccio di magistratura, operatori e operatrici del settore, oltre all’atteggiamento delle comunità territoriali. 


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Quando la pena detentiva riguarda una donna con minori, le questioni in gioco sono molte e delicate. Per questo il nostro progetto è nato dall’incontro che unisce diritto, sociologia e pedagogia. Queste tre anime sono rappresentate, rispettivamente, dalle ricercatrici e dai ricercatori dell’Università di Torino, dell’Università di Cassino e del Lazio Meridionale e dell’Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa (INDIRE), con il contributo della Fondazione Giovanni Michelucci e di Rossella Schillaci, documentarista e antropologa visiva.

La nostra ricerca ha analizzato come spazio, tempo e relazioni si organizzino nei diversi contesti e quale impatto producano sulla relazione mamma-bambino. Quali sono gli elementi distintivi di ciascuno di questi luoghi? Come sono organizzati lo spazio, il tempo e le relazioni al loro interno? Quali sono i rapporti con il territorio circostante? Qual è il grado di autonomia riconosciuto alla donna nell’esercizio della genitorialità? Quali sono le condizioni di vita e di sviluppo dei bambini e delle bambine coinvolti?

I risultati hanno confermato la trasformazione e la negazione che la maternità subisce nel caso della separazione indotta dalla pena detentiva. Inoltre, hanno evidenziato i limiti della convivenza negli istituti penitenziari, anche negli ICAM, che possono mitigare ma non eliminare l’impatto della detenzione sull’infanzia. Sono emerse invece le potenzialità dell’esecuzione penale esterna nelle case-famiglia protette e in strutture assimilabili, purché sostenuta da una rete territoriale solida e da buone prassi condivise.

CAMBIARE invita così a riflettere su una questione essenziale: il luogo in cui una pena viene scontata incide profondamente sulle condizioni di crescita di un bambino o di una bambina. Rilanciare con forza l’esecuzione penale esterna significa impegnarsi per la tutela della maternità e dell’infanzia e definire l’idea di giustizia che una società sceglie di perseguire.
 


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