Dona, compensa, ama. Il dono della capacità riproduttiva come sfida giuridica e culturale
Il ricorso alle tecniche di fecondazione assistita in Italia è in costante crescita, nonostante l’assenza di una specifica normativa in materia, presente invece nella maggior parte degli stati europei. Mentre donatori e donatrici di gameti scarseggiano, il sistema di importazione dall’estero si consolida e lascia spazio a dubbi sul significato di dono di gameti. Il modo in cui intendiamo interpretare questa realtà avrà impatti sulla società del domani e sul modo in cui racconteremo alle persone nate dal dono la loro storia.
Nel dicembre 2025 il Parlamento ha ricevuto la relazione annuale sull’applicazione delle tecniche di fecondazione assistita (PMA) in Italia. Il documento contiene l’analisi dei dati riferiti all’anno 2023 ed è stato reso noto con un anno di ritardo. Questo è uno dei numerosi segnali che indicano quanto le istituzioni nazionali abbiamo un atteggiamento di indifferenza - e a tratti di autentico ostracismo - verso le persone che si approcciano alla PMA.
I dati del 2023 confermano la crescita dei cicli di PMA con gameti esterni alla coppia, derivanti quindi da una donatrice (di ovociti) o da un donatore (di spermatozoi). Questa tecnica è nota come fecondazione eterologa, benché il termine corretto a livello scientifico, così come diffuso in tutta Europa, sia quello di fecondazione assistita con dono (o donazione) di gameti.
La fecondazione con dono di gameti è stata legale in Italia fino al 2004, in quanto non espressamente normata. La legge 40/2004 l’ha poi proibita fino a quando, con la sentenza 162/2014, la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di quel divieto. Il problema cruciale è che nessuna nuova norma è stata adottata in una materia così delicata e complessa, che coinvolge le persone che donano, quelle che nascono e le famiglie che si formano.
Francia, Regno Unito, Spagna, Svezia e numerosi altri Paesi europei hanno specifiche leggi che regolano il dono di gameti. Moltissimi Stati prevedono che le persone che donano siano compensate per il loro gesto che, specialmente per i soggetti attribuiti femmina alla nascita, implica un iter medico di stimolazione ovarica e prelievo degli ovociti tramite una procedura chirurgica, anche se non invasiva.
Si può quindi parlare di dono quando si guarda alla fecondazione assistita?
Il tema è ampiamente dibattuto dalla comunità scientifica internazionale e meno da quella italiana. In Italia, infatti, il dono in ambito medico non è pubblicizzato e i gameti prelevati sul territorio nazionale scarseggiano. Il nostro Paese finisce quindi al centro di quello che autrici come Melinda Cooper e Catherine Waldby definiscono biomercato di scala globale. I gameti vengono acquistati dalle strutture pubbliche o private autorizzate per far fronte a una domanda sempre più crescente, soprattutto, ma non solo, a causa del fatto che molte persone oggi scelgono di avere figli più avanti nel corso della propria vita.
Parlare di dono di gameti è ancora possibile ed è ciò che la ricerca intende dimostrare. Innanzitutto, bisogna superare l’idea della donazione come gesto puramente altruistico e focalizzarsi sulla sua dimensione antropologica: quella dello scambio, che da sempre regola molte relazioni umane. In questo senso “i doni non hanno lo stesso scopo del commercio e dello scambio nelle nostre società più elevate. Lo scopo è prima di tutto morale, l’oggetto è quello di produrre un sentimento di amicizia tra le due persone interessate e se l’operazione non ottenesse questo effetto tutto verrebbe meno” (Saggio sul dono, Marcel Mauss, p. 183).
Nelle società arcaiche il dono era legato alla costruzione di legami e relazioni reciproche. Oggi, nel caso della donazione di gameti, questa dimensione può tradursi nel sentimento di riconoscenza da parte di chi riesce a realizzare il proprio progetto genitoriale grazie alla cosiddetta third party reproduction, cioè alla procreazione resa possibile dall’intervento di un donatore.
In un mondo sempre più interconnesso, anche la dimensione sociale della generazione infatti si è ampliata: non riguarda più soltanto la cerchia familiare o la comunità locale, ma si muove su scala globale, seguendo gli spostamenti delle persone, delle relazioni e degli stessi gameti.
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La mia ricerca intende quindi formulare una possibile risposta circa il significato che assume questo specifico dono: siamo davanti a una innovativa forma di scambio in grado di ri-scrivere le relazioni genitoriali e familiari? Si tratta invece, come sostenuto da parte della letteratura, di un meccanismo che finirà per rispondere alle più classiche logiche di mercato? La mia ricerca parte comunque dalla consapevolezza che l’avanzamento culturale, prima ancora che giuridico, sia essenziale in Italia per realizzare una società effettivamente inclusiva e libera dalla stigmatizzazione di quelle che vengono ancora chiamate “nuove” famiglie. Inoltre, le persone nate dal dono vengono sovente ridotte dal dibattito nel nostro Paese a eterni minori, quando non dimenticate da un’analisi che si focalizza quasi esclusivamente tra persone genitrici e persone donatrici.
Il “dono di capacità riproduttiva” (titolo di una mia monografia del 2020) è un concetto complesso, ma che potrebbe permettere di ri-significare le tecniche di fecondazione assistita con dono, inclusa la Gestazione per altre persone (GPA), in un momento storico politicamente e giuridicamente avverso alla poliedricità della realtà delle famiglie italiane.