Dentro e fuori Rebibbia. Il carcere nella scrittura di Goliarda Sapienza
L’esperienza del carcere è fondamentale nella mitobiografia di Goliarda Sapienza. A partire dalla sua detenzione a Rebibbia nel 1980, la mia ricerca esplora come nei testi L’Università di Rebibbia e Le certezze del dubbio, il carcere diventi strumento di conoscenza critica. Attraverso l’analisi di questi libri e del contesto attuale della detenzione femminile, la letteratura può rendere visibile una realtà spesso rimossa e aprire spazi di riflessione sul rapporto tra diritto, società e vulnerabilità.
Nell’ottobre del 1980, Goliarda Sapienza entra nel carcere di Rebibbia: mai avrebbe pensato di finirci. Vive ai Parioli, frequenta i circoli intellettuali della Roma bohémienne e, nonostante l'educazione anarchica e una vita tutt'altro che ordinaria, cade nell'equivoco di ritenersi irrimediabilmente distante dalla realtà del carcere.
Totalmente assorbita dall'impresa de L'Arte della gioia, Sapienza precipita in una grave difficoltà economica e arriva a rubare alcuni gioielli in casa di un'amica. Un anno dopo i preziosi vengono ritrovati e si risale rapidamente a Sapienza, che li aveva rivenduti usando il documento dell'ex cognata, Modesta Maselli. Questo nome, lo stesso della protagonista de L’Arte della gioia, è certo significativo per una scrittrice che ha fatto della compenetrazione tra vita e opera una vera e propria poetica.
Quindi arrestata e detenuta, Sapienza attraversa un’esperienza che è diventata centrale nella sua opera. L’impatto iniziale è violento, ma presto lo sguardo cambia. Varcata la soglia del carcere, Sapienza scopre una comunità. In un’intervista dell’83 dirà delle detenute «ho dovuto constatare, giorno per giorno, che purtroppo queste ragazze, sono le ragazze più dotate di fantasia. […] È risaputo che la grande fantasia deviata porta alla grande delinquenza».
Da questa esperienza nasce L’Università di Rebibbia (1983), il libro in cui Sapienza racconta i mesi di detenzione. L’autrice non insiste sulle proprie percezioni sensoriali o psicologiche, come spesso nella letteratura a forte carica traumatica, e come in effetti suggeriscono le primissime pagine, cruda descrizione dell’incontro con i secondini.
Nel momento in cui varca le soglie del carcere, scopre una comunità e tutto cambia. Rebibbia diventa così una città, un villaggio, persino un’università, con regole, linguaggi e relazioni proprie. Con precisione di antropologa, l’autrice descrive la vita quotidiana delle detenute, le loro categorie (politiche e detenute comuni, provenienti da ambienti diversi ma riunite nella comunità carceraria).
Sapienza rende tangibile una dimensione troppo spesso ignorata, svelandone i codici, il gergo «impastato di italiano dolce, precisissimo e romanesco antico».
Le donne non sono mai ridotte alla loro miseria, come vorrebbe l'opinione comune, nel tentativo di distanziarsi dalle e dai detenuti, ma ritratte nella loro complessità: nelle competenze, nelle solidarietà, nei piaceri condivisi, come la cucina di Susywang che mette tutte d’accordo.
Nel presentare la variegata galleria di detenute, Sapienza usa maschere del cinema hollywoodiano, come Marilyn Monroe o James Dean, ricordando a chi legge una verità scomoda: chiunque può finire in carcere. Sapienza non idealizza però la detenzione. È consapevole del proprio posizionamento e del privilegio che la distingue da molte compagne di prigionia.
Più cupa è la prospettiva di Le certezze del dubbio (1987), dedicato al dopo. Qui, il carcere non è più solo un luogo di passaggio, ma diventa una presenza persistente. Questa volta, una delle tante donne rappresentate nella galleria dell’Università si conquista un ruolo da protagonista: l’affascinante Roberta, giovane della Roma bene, attratta dalla politica, poi dalla droga e dalla delinquenza, entra ed esce dal carcere fino a trovare proprio lì, paradossalmente, l’unica forma di casa.
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La sua vicenda diventa emblematica di un sistema da cui è impossibile uscire davvero, in una società segnata dal consumismo e dall’individualismo. Anche lo stile cambia: la voce narrante si ripiega su se stessa e affiora una nostalgia di Rebibbia, segno di quella «sindrome carceraria» che Sapienza analizza a lungo.
Il mio percorso di ricerca su Sapienza è iniziato da L’arte della gioia, approfondendo il rapporto dell’autrice con la psicoanalisi, le costrizioni sociali e il genere.
Arrivare in seguito alla dimensione della reclusione ha permesso di leggerla non come semplice episodio biografico, ma come manifestazione concreta delle dinamiche che attraversano tutta la sua opera: il conflitto tra l’imposizione delle norme e la resistenza individuale.
Studiare oggi questi testi significa interrogarsi su come la letteratura possa rendere visibile una realtà ancora largamente rimossa, soprattutto quando riguarda la detenzione femminile. Come evidenziato dal primo rapporto Antigone sul tema, il carcere resta per le donne una condizione estrema, segnata dal sovraffollamento ma anche dall’isolamento e dalla scarsità di attività dedicate. Il rinnovato interesse per l’esperienza carceraria di Sapienza, tornata da poco all’attenzione anche grazie al film di Martone (Fuori, 2025), permette di riaprire questo discorso dimostrando quanto sia facile dimenticare una realtà ancora attuale.