Storie di ricerca

Dalle rotte imperiali al caso della Guinea-Bissau: l’influenza del portoghese nel mondo

Questo contenuto fa parte del tema del mese: Voci e radici

L'espansione coloniale portoghese trasportò merci e persone, ma anche una lingua destinata a trasformarsi lungo le rotte dei navigatori lusitani. Così nacquero le lingue creole di base portoghese: testimonianze del contatto fra popolazioni e delle relative trasformazioni culturali, che oggi convivono con l'eredità linguistica coloniale in un rapporto reciproco complesso. Lo studio della loro coesistenza svela un equilibrio sottile e in continuo divenire, sospeso fra netta divisione degli spazi comunicativi e bilinguismo sociale.

Ai tempi dei loro viaggi di scoperta i portoghesi erano soliti lasciare una pietra miliare (pedra padrão) per segnalare il punto di approdo delle loro navi. Alcuni di questi monumentali contrassegni di pietra si conservano ancora oggi, altri sono scomparsi; ma il seme più duraturo e più fertile depositato dalle imbarcazioni lusitane è stato senza dubbio quello della lingua, destinata a mettere radici e germogliare nei contesti più diversi.

Dopo le pietre miliari venivano, infatti, gli insediamenti, limitati inizialmente ad alcune regioni costiere di Africa, Asia e Sudamerica, che servivano soprattutto come porto sicuro per le navi impegnate nei traffici oltremarini e come punto di scambio mercantile con gli abitanti di quelle terre. Questa fu una delle condizioni che favorirono lo sviluppo di lingue, denominate pidgin, nate dall’esigenza di intendersi con le popolazioni con cui i portoghesi entravano via via in contatto, le quali diedero poi vita a vere e proprie lingue creole, trasformandosi infine nella lingua madre di chi nasceva in tali contesti.

In altri casi, fu la tratta degli schiavi africani il fenomeno decisivo per la nascita dei creoli: l’adozione del vocabolario portoghese da parte di persone con un background linguistico diversificato fornì la base lessicale per lo sviluppo, di generazione in generazione, di una lingua dotata di un proprio, nuovo e originale sistema morfo-sintattico.

Le lingue originatesi lungo le rotte di quello che fu l’antico impero commerciale portoghese hanno conosciuto destini diversi.

Molte di quelle sorte in Asia e in America si sono estinte, lasciando tuttavia alcune tracce nelle lingue locali ‒ come nel caso di quelle parlate sull’isola indonesiana di Flores, nelle quali sopravvivono parole come serbiçu (lavoro), sekola (scuola) o gereja (chiesa). Altrove hanno subito una graduale erosione dovuta alla concorrenza del portoghese standard, come a São Tomé e Príncipe; oppure sono riuscite a sopravvivere grazie a fenomeni di revival, associandosi alla volontà di riscoprire e conservare una specifica radice culturale, come nel caso del patuá di Macao (regione amministrativa speciale della Repubblica popolare cinese a maggioranza linguistica cantonese). Sono invece pienamente vitali, essendo parlate dalla quasi totalità della popolazione, nell’arcipelago di Capo Verde e in Guinea-Bissau. 

Qui rappresentano un elemento fondamentale dell’identità nazionale e sono associati al patrimonio culturale locale, nella sua espressione musicale, letteraria e folclorica.

Il caso della Guinea-Bissau è al centro di una mia recente ricerca il cui scopo è riconsiderare le conoscenze di cui disponiamo sulla coesistenza fra il portoghese e il kriol, come viene denominato il creolo locale. Il portoghese è stato adottato, di fatto, come lingua ufficiale al momento della proclamazione della Repubblica, il 24 settembre 1973. Il kriol, secondo gli ultimi dati disponibili – purtroppo aggiornati al 2009 – è attestato come la lingua più parlata del paese (90,4% degli abitanti). La relazione fra le due lingue si inserisce in un contesto di accentuato plurilinguismo dal momento che, in una superficie equiparabile a quella della Svizzera, coesistono altre 17 lingue locali appartenenti ai rami mande e atlantico della famiglia linguistica niger-kordofaniana. Nonostante le dichiarazioni dei leader politici bissau-guineensi, soprattutto a ridosso dell’indipendenza, la forte instabilità istituzionale e le limitate risorse economiche a disposizione di una pianificazione linguistica statale si sono tradotte nell’uso sempre più diffuso del kriol non solo come veicolo di comunicazione fra etnie, ma anche come lingua-ponte per l’insegnamento del portoghese.

Da questa contrapposizione fra una politica linguistica dichiarata ma di difficile attuazione e l’uso reale di diverse lingue da parte della popolazione in Guinea-Bissau nasce la mia domanda di ricerca. Voglio capire, infatti, se gli spazi di interazione riservati al portoghese, da un lato, e al kriol, dall’altro, siano divisi nettamente – configurando, quindi, una situazione di diglossia – o se esista un qualche tipo di commistione, più tipica del bilinguismo sociale. I rapporti fra portoghese e creolo sono già stati studiati a Capo Verde, dove il primo predomina nella comunicazione scritta (stampa) e nelle interazioni sociali in pubblico, mentre invece il secondo è la lingua delle interazioni private e prevale nella comunicazione orale, in parte anche istituzionale (TV, radio e interventi dei deputati in parlamento). 


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Per il mio studio parto da un corpus variegato di testi che spaziano dalle canzoni ai fumetti alla poesia lirica, ma comprendono anche abstract di articoli scientifici e altri scritti dal carattere più formale, e conduco un’analisi che suggerisce una risposta non ovvia: il contesto linguistico bissau-guineense potrebbe evolvere verso un bilinguismo sociale de facto.
L’importanza di questo studio riguarda proprio il contesto a cui viene applicato perché, dei cinque paesi africani di lingua ufficiale portoghese, la Guinea-Bissau è quello che finora ha ricevuto meno attenzioni, per così dire, linguistiche, a causa della sua complessità e di oggettive difficoltà di raccolta di materiale sul campo. 

Le sfide, però, sono il sale della ricerca e, nonostante gli ostacoli materiali, resta affascinante poter osservare il risultato, sul piano linguistico, di processi storici complessi, come l’intersecarsi di relazioni commerciali, migrazioni forzate e dominio coloniale che ha collegato il Portogallo alle sue ex colonie africane. Con quel necessario distacco postcoloniale che aveva già portato il grande filologo e linguista brasiliano Celso Cunha ad affermare, alla fine degli anni ’70, che in Guinea-Bissau la lingua portoghese avrebbe potuto aspirare a essere “non la lingua trasmessa, la lingua materna, ma la lingua acquisita, la lingua seconda”, in grado però, senza dubbio, di consentire il collegamento “con un mondo più vasto”.