Dalla scienza alla scelta: educare alla donazione tra scuola e laboratorio
Tra il 2025 e il 2026, un progetto dell’Università di Torino ha coinvolto circa 2000 studenti e studentesse per promuovere la cultura della donazione di sangue e cellule staminali. Dalla comprensione dei meccanismi biologici all’esplorazione delle emozioni di studentesse e studenti, fino all’esperienza diretta in laboratorio: il percorso ha trasformato la conoscenza in consapevolezza, avvicinando persone giovani a una scelta personale e informata.
“Che cosa sono le cellule staminali?”
“Sai che possono salvare una vita?”
“Se potessi salvare una vita, lo faresti?”
Da domande semplici, quasi disarmanti, spesso inizia un cambiamento. Lo abbiamo visto accadere entrando nelle aule dei licei torinesi, dove negli ultimi due anni abbiamo costruito un ponte tra scuola, università e ospedale per parlare di donazione di sangue e cellule staminali.
Lo scorso anno (2025) abbiamo coinvolto circa 900 studenti e studentesse, portando nelle classi soprattutto l’aspetto scientifico: che cosa sono le cellule staminali, perché il midollo osseo è una vera e propria fabbrica del sangue e cosa accade nelle malattie onco-ematologiche (i tumori del sangue) come le leucemie. In questi casi il midollo subisce un danno e a volte una delle possibilità di cura più concrete soprattutto per bambine e bambini è il trapianto di cellule staminali.
Ma comprendere i meccanismi biologici è solo una parte del percorso. Nel secondo anno, infatti, abbiamo ampliato il progetto introducendo una dimensione nuova: quella psicologica. L’evoluzione è stata possibile anche grazie al Bando Cultura 2024 dell’Università di Torino vinto dal progetto ARCO – Arte e Cultura in Ospedale che ha favorito un dialogo più stretto tra il Dipartimento di Psicologia e il Dipartimento di Biotecnologie Molecolari e Scienze della Salute.
Questa iniziativa nasce con l’obiettivo di portare la ricerca fuori dai laboratori e metterla in dialogo diretto con la società.
Accanto alla dott.ssa Katia Mareschi, biologa impegnata da anni in progetti di public engagement nelle scuole, è intervenuto il dott. Mario Giordano, psicologo, che ha accompagnato studenti e studentesse in un passaggio meno immediato ma decisivo: portare la riflessione su di sé. Dopo aver ascoltato e compreso i contenuti scientifici, la domanda si è fatta più diretta: “e se chiedessero proprio a te di donare?”
È un quesito semplice, in apparenza. Ma se gli si lascia spazio, attiva un movimento interno fatto di esitazioni, paure, senso di responsabilità e, a volte, slanci inattesi. La parte di sé più istintiva può portare a proteggersi rispondendo “no” ancora prima di pensarci; mentre quella più emotiva permette di ripensarci immaginando il bisogno dell’altro; infine c’è una dimensione più riflessiva, che prova a tenere insieme tutto e a dargli un senso.
Durante gli incontri non abbiamo cercato di forzare risposte, ma di creare uno spazio in cui questi aspetti potessero emergere e dialogare.
Perché donare non è solo un atto biologico: è anche un’esperienza profondamente umana.
Parallelamente, abbiamo affrontato anche dubbi più concreti: dalla paura delle procedure alle possibili conseguenze per la propria salute, chiarendo che la donazione di cellule staminali emopoietiche (possibile solo una volta raggiunta la maggiore età) avviene in sicurezza e senza rischi per chi dona. Allo stesso tempo, abbiamo sottolineato l’importanza della donazione di sangue, un gesto più semplice e immediato ma altrettanto fondamentale: permette di salvare vite negli ospedali ogni giorno.
Per circa 100 studenti e studentesse il percorso non si è fermato in aula ma si è trasformato in esperienza. Nei laboratori didattici del Centro di Biotecnologie Molecolari di via Nizza, insieme alle colleghe Cornelia Di Gaetano e Tiziana Cravero, la teoria ha preso forma concreta attraverso due esperienze didattiche: una di biologia cellulare e una di biologia molecolare.
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Si è partiti da un caso reale: quello di un bambino di quattro anni con una diagnosi di leucemia. Al microscopio, studenti e studentesse hanno osservato le cellule del midollo osseo malate, per vedere con i propri occhi cosa accade quando la fabbrica del sangue smette di funzionare correttamente.
Accanto a questo, studenti e studentesse hanno potuto comprendere un passaggio fondamentale della medicina contemporanea: a partire dal DNA delle cellule, è possibile individuare alterazioni specifiche, orientare le terapie e migliorare in modo significativo la prognosi.
Questo percorso è possibile grazie alla sinergia tra discipline diverse: la biologia che spiega, la psicologia che ascolta e la clinica che mostra.
Un intreccio di competenze che restituisce la complessità e la concretezza della medicina contemporanea.
Il risultato non è solo un aumento delle conoscenze, ma un cambio di prospettiva. La donazione smette di essere un’idea astratta e diventa una gesto concreto, personale, legato al proprio futuro. Perché tutto inizia dalla scienza, passa dalla conoscenza e attraversa le emozioni: è in quello spazio fatto di dubbi, esitazioni e consapevolezza che può nascere una scelta autentica.
E forse è proprio questo il punto più importante. Non tanto sapere cosa fare, ma iniziare a chiedersi chi vogliamo essere quando qualcuno, da qualche parte, avrà bisogno di noi. Perché a volte salvare una vita non comincia in ospedale, ma molto prima; in un’aula, in una domanda, in un pensiero che resta.
Autrici e autori del racconto:
Tiziana Cravero, Cornelia Di Gaetano, Mario Giordano e Katia Mareschi.
Gruppo di ricerca:
Prof.ssa Franca Fagioli, Dott.ssa Katia Mareschi, dott.ssa Giulia Zucchetti, Prof.ssa Laura Conti, prof.ssa Claudia Voena, Dott.sa Cornelia Di Gaetano, Dott.ssa Tiziana Cravero, Prof Matteo Angelo Fabris UGI – Unione Genitori Italiani contro il tumore dei bambini ODV; ADMO Piemonte ODV.