Dal miracolo all'algoritmo: l’intelligenza artificiale e la promessa di parlare con gli animali
Tra le nuove frontiere dell’intelligenza artificiale, c’è anche il tentativo di decodificare la comunicazione animale. Il nostro progetto, ispirato al racconto di come San Francesco parlava agli animali, mette in discussione l’idea che “capire” significhi semplicemente tradurre segnali biologici in dati. Attraverso un approccio critico e interdisciplinare, esaminiamo le promesse e i limiti di iniziative che usano modelli linguistici per decifrare vocalizzazioni animali, mostrando come queste tecnologie riflettano il nostro modo di pensare le altre specie. L’obiettivo è un invito a ripensare il rapporto tra umanità, tecnologia e natura in chiave etica e relazionale.
San Francesco comunicava con gli animali attraverso una fratellanza mistica, una relazione prossemica costituita dall’idea che santi, umani e non umani abbiano in fondo un’origine comune. Oggi questo rapporto fraterno ed empatico potrebbe essere sostituito da un’interfaccia che ci mette in contatto con enormi archivi di dati.
Tra queste due modalità di relazione - l’ascolto diretto e la mediazione digitale - si collocano le nostre domande su come, e attraverso quali strumenti, cerchiamo oggi di entrare in rapporto con le altre specie.
Negli ultimi anni, l’intelligenza artificiale è diventata una lente sempre più utilizzata per rileggere e comprendere fenomeni complessi che riguardano l’ambiente e il nostro rapporto con le specie non umane.
In questo scenario, la ricerca sulla comunicazione animale assume un ruolo cruciale soprattutto nel contesto del cambiamento climatico, della crisi ecologica, della perdita di biodiversità e della salvaguardia di specie in via di estinzione.
Da un lato, la crisi ambientale ci impone nuove forme di ascolto del mondo non umano; dall’altro, l’uso di algoritmi per interpretare segnali biologici solleva interrogativi profondi: che senso ha, quali sono i limiti e quali implicazioni etiche comporta?
Il nostro progetto “San Francesco e l’intelligenza artificiale” nasce per rispondere a queste domande, intrecciando semiotica (la disciplina che studia come nasce il significato), bioetica e intelligenza artificiale.
Il nostro obiettivo è analizzare i limiti delle promesse fatte da grandi aziende come CETI (Cetacean Translation Initiative), ESP (Earth Species Project) e DolphinGemma (Google DeepMind), tutti progetti che mirano a decifrare la comunicazione animale, ma che portano con sé precise visioni del mondo su come intendiamo le altre forme di vita.
Progetti come CETI ed ESP, per esempio, cercano di rendere comprensibili all’essere umano le vocalizzazioni prodotte da specie non umane, aprendo prospettive inedite sul modo in cui gli animali si esprimono. Generalmente le narrazioni che accompagnano questi sviluppi tecnologici presentano l’IA come un interprete neutrale tra l’umano e il non umano.
Ma è davvero così?
In realtà non proprio. La nostra indagine mira a comprendere come i modelli utilizzati da queste aziende vengano addestrati a tradurre i segnali prodotti dagli animali e quali siano i limiti dell’IA nel cogliere la complessità della comunicazione animale, che non si esprime solo attraverso suoni, ma anche tramite il corpo, le emozioni, le sostanze chimiche e le interazioni con l’ambiente.
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L’approccio della semiotica, e della zoosemiotica, che applica questo sguardo al mondo animale, ci aiuta a capire come l’IA trasformi segnali complessi in dati leggibili. Il nostro studio mette in luce un rischio - sottile ma rilevante - di manipolazione del dato: nel processo di analisi, l'algoritmo opera una riduzione che seleziona solo alcuni parametri (come la frequenza sonora), scartando la ricchezza multimodale e il contesto ambientale del segnale originale.
Questi frammenti vengono poi forzati entro categorie semantiche umane predefinite, uniformando l'espressione animale ai nostri modelli logici, come quello dell'analogia tra le codas delle balene - brevi sequenze di clic con cui comunicano e si riconoscono all’interno del gruppo - e l’uso delle vocali umane. Il dato viene così semplificato e adattato ai nostri modelli di significato, finendo però per far "dire" agli animali solo ciò che siamo già in grado di riconoscere.
In questo senso, più che ascoltare davvero gli animali, rischiamo di sentire l’eco della nostra stessa voce.
I risultati della nostra ricerca mettono in discussione una convinzione sempre più diffusa, secondo la quale comprendere significa decodificare. La decodifica diventa una riduzione e trasforma l’incontro con un vivente in un modello creato da una macchina. L’IA, percepita come entità oracolare, tende a essere investita di una fiducia cieca e di una delegazione del rapporto tra umano e non umano.
La nostra ricerca invita a una presa di responsabilità culturale: ogni traduzione è sempre anche una forma di ascolto che mette in discussione le nostre competenze.
Riconoscere che gli altri animali hanno un loro universo di senso che appartiene solo a loro significa ridefinire il nostro posto nella rete della vita.
Il nostro progetto apre le porte a sviluppi che vanno oltre l’ambito accademico, trovando applicazione in contesti come la tutela della biodiversità e la gestione etica degli ecosistemi. Proponiamo criteri critici per orientare l'uso dell'IA: dalla necessità di mantenere il segnale nel suo contesto ambientale, evitando che venga isolato come un dato astratto, all’adozione di un approccio multimodale, capace di integrare segnali chimici e posturali con la dimensione corporea ed emotiva.
Solo includendo questi elementi è possibile riconoscere gli animali come soggetti con una propria esperienza nel mondo, senza ridurre il vivente a un semplice output algoritmico.
Questo approccio suggerisce un cambio di paradigma: dall’idea di controllo a quella di coesistenza simbiotica, dove la tecnologia non serve a decodificare l'altro per dominarlo, ma a sintonizzare la nostra presenza con la sua.
In fondo, ci troviamo forse di fronte a una nuova rivoluzione, quella della comunicazione tra le specie. Non si tratta semplicemente di tradurre gli animali non umani, ma di imparare ad ascoltarli e ad accettarne il valore e la diversità. Il vero avanzamento non sarà capire cosa “dicono” gli animali, ma accettare di non essere più gli unici interpreti legittimi su questo pianeta. Se ci riusciremo, sarà un miracolo.
Questa storia di ricerca è stata editata da Silvia Cussotto e Federica Rachetto, studentesse del corso di Laurea in Biologia dell'Ambiente, nell'ambito del tirocinio presso la Redazione di Frida. La supervisione è a cura della Redazione.