Da stato sociale a stato penale. L’incarcerazione di massa ci racconta chi siamo
Quante persone ci sono in carcere? E perché? Anche se negli ultimi decenni abbiamo assistito a un vertiginoso aumento dei tassi di incarcerazione, questo non è dovuto a una crescita dei reati. Dagli anni ‘70, prima negli Stati Uniti e poi in Europa, abbiamo compiuto scelte politiche e culturali a sfavore del welfare, espandendo il controllo penale. Dalle idee inflessibili sulla sicurezza alla retorica del “buttare via la chiave”, dall’introduzione di nuovi reati a pene più severe, il fenomeno della mass incarceration ci racconta come da stato sociale stiamo diventando stato penale.
Tra le dimensioni più problematiche che caratterizzano la vita delle nostre società c’è quella del numero di persone detenute in carcere. Chi studia i tassi di detenzione scopre presto che essi non sono influenzati dai tassi di criminalità. Insomma: non è vero che una popolazione detenuta che cresce sia la conseguenza di una crescita dei reati. Le due variabili – numero di persone detenute e numero di reati denunciati – non sono direttamente proporzionali, anzi hanno un andamento indipendente. È questa una prima sorprendente scoperta che dimostra come la tutela della sicurezza collettiva non passa dall’incarcerazione.
Negli ultimi decenni, nel Global North abbiamo assistito a un consistente aumento dei tassi di carcerazione, sintomo del più generale fenomeno dell’ “espansionismo penale”.
Questo aumento prende il nome di mass incarceration, o incarcerazione di massa, ed è diventato uno degli aspetti più discussi e controversi del sistema penale, in particolare negli Stati Uniti.
Si tratta di un modello di gestione della giustizia penale caratterizzato da un uso sistematico e su larga scala della detenzione, con un impatto significativo su specifici gruppi sociali, in particolare le minoranze razziali.
L’incarcerazione di massa non è un evento improvviso, ma il frutto di scelte politiche e culturali prese a partire dagli anni ’70 negli Stati Uniti: la war on drugs, che ha portato a un inasprimento delle pene per reati anche minori legati alle droghe, le leggi tough on crime e la politica dei three strikes, you are out, che introduce pene detentive lunghe per chi commette più reati, a prescindere dalla gravità.
Proprio a partire da questo periodo, la questione “sicurezza” è diventata protagonista dei programmi elettorali e il consenso politico ha iniziato a misurarsi sulla capacità di mostrarsi inflessibili sui temi della sicurezza e della severità della reazione al crimine. In questo contesto le retoriche del “buttare via la chiave” sono diventate dominanti e trasversali tra gli schieramenti politici.
Si tratta di quello che le scienze sociali definiscono il punitive turn, la svolta securitaria. Un cambiamento radicale che è coinciso con la crisi del welfare state. Alessandro De Giorgi, professore alla San Jose State University, parla, a tal proposito, di trasformazione del Welfare State in Prisonfare State, da stato sociale a stato penale.
Si fa largo l’idea che la marginalità economica e sociale debba essere “reclusa” in carcere e non affrontata utilizzando strumenti welfare, a cominciare dalla scuola e dall’assistenza sanitaria.
I numeri lo dimostrano: nei soli Stati Uniti la popolazione detenuta in carcere passa da circa 500.000 nel 1970 a oltre 2 milioni nel 2000, nonostante i tassi di criminalità siano rimasti sostanzialmente invariati. Oggi gli Stati Uniti, pur rappresentando meno del 5% della popolazione mondiale, ospitano circa il 20% dei detenuti del pianeta e registrano uno dei più alti tassi di incarcerazione al mondo.
Per i critici, il fenomeno ha avuto effetti devastanti sulla società: disgregazione familiare, erosione della mobilità sociale, disuguaglianze razziali strutturali.
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Pur con numeri inferiori, il modello americano ha influenzato anche l’Europa e l’Italia. A partire dagli anni ’90 si è assistito all’aumento della popolazione carceraria legato a politiche punitive, alla criminalizzazione dell’immigrazione e a modelli securitari.
Sebbene con numeri più contenuti, il carcere italiano assume una funzione simile a quello americano: contenere le ‘eccedenze’ sociali prodotte dalle disuguaglianze economiche.
In Italia, la popolazione detenuta è cresciuta notevolmente dai primi anni ’90, passando da circa 30.000 detenuti nel 1990 a oltre 67.000 nel 2010. Oggi in Italia la popolazione detenuta conta circa 63mila persone.
Questi numeri hanno portato a un diffuso e cronico sovraffollamento che ha determinato, nel 2013, la condanna della Corte Europea dei diritti dell’Uomo per trattamenti inumani e degradanti (sentenza Torreggiani).
Ma chi sono quelle oltre sessantamila persone dietro le sbarre, nei 190 istituti penitenziari del Paese? Quasi tutti uomini. Le donne, seguendo un trend mondiale, sono appena il 4% della popolazione detenuta. Gli stranieri sono il 32%, con forti differenze tra Nord e Sud Italia. Meno di diecimila appartengono ai circuiti di Alta Sicurezza (circa 750 nel circuito “41 bis”) riservato agli appartenenti alla criminalità organizzata o a gruppi terroristici.
La maggior parte della popolazione carceraria vive nei circuiti di “media sicurezza”, quasi il 40% attende in carcere la definizione del proprio procedimento penale e, tra i condannati definitivi, il 20% ha meno di un anno di pena da scontare.
Le dimensioni della carcerazione, insomma, raccontano di un carcere diventato “discarica sociale”, lontana, nei fatti, dai principi costituzionali di rieducazione e reinserimento (Vianello, 2011; Gonnella, 2015).