“Chiamo fréro mio fratello”. Cosa racconta la trap del linguaggio delle nuove generazioni
La canzone trap non è solo un genere musicale: è un osservatorio ideale per studiare l’evoluzione del linguaggio giovanile e dell’italiano contemporaneo. Mescolando italiano, dialetti, inglese e parole provenienti da molte altre lingue, i testi delle canzoni sono espressione di una generazione cresciuta tra periferie urbane, social network e musica che viaggia da un Paese all’altro e ci mostrano come ragazze e ragazzi costruiscono e comunicano oggi la propria identità.
Mi parla inglese, io vesto italiano
Guido una tedesca, sogno americano
Bacio alla francese, fumo è giamaicano
Borsetta Hermès, per lei spendo come un arabo.
(Artie 5ive, Sogno americano)
Il linguaggio musicale rappresenta da sempre una lente attraverso cui osservare i cambiamenti storici, sociali e culturali di ogni epoca.
Oggi, la trap ne è uno degli esempi più emblematici: le scelte linguistiche con cui vengono evocati, combinati o rielaborati origini, appartenenze e riferimenti non solo riflettono la realtà sociale del paese e del momento storico, ma contribuiscono attivamente alla costruzione di nuovi immaginari e forme di identificazione.
Sottogenere del rap – nato alla fine del Novecento negli Stati Uniti come espressione delle comunità afroamericane e latine marginalizzate, approdato in Italia negli anni Ottanta e affermatosi nei decenni successivi come voce delle periferie urbane – la trap italiana emerge a partire dalla metà degli anni Dieci del Duemila come una nuova fase di trasformazione del genere. Più che una categoria dai confini netti, la trap rappresenta oggi una componente fluida del rap contemporaneo, che ha influenzato profondamente anche artisti e artiste mainstream riconducibili ad altri sottogeneri. Da un lato, l’affermazione delle piattaforme di streaming musicale e dei social media ne amplia il pubblico oltre i confini nazionali; dall’altro, la dimensione originariamente underground e fortemente politicizzata lascia progressivamente spazio a una scena sempre più mainstream e inserita in reti culturali globali.
In quanto genere principalmente prodotto e ascoltato dalle giovani generazioni, la trap è oggi uno dei principali veicoli di diffusione del linguaggio giovanile contemporaneo, e favorisce la circolazione e la legittimazione di innovazioni linguistiche.
È proprio a questa scena rap mainstream nel suo complesso che guarda il mio lavoro di ricerca: un panorama che comprende artisti trap, drill e altri difficilmente riconducibili a un unico sottogenere, ma accomunati dall’influenza che la trap ha esercitato sul rap contemporaneo. Il mio obiettivo è individuare e classificare gli apporti lessicali di origine straniera nei testi rap, al fine di registrare le dinamiche di innovazione lessicale che caratterizzano l’italiano contemporaneo.
Je fais la moula pour ma mère, pour lwalida
Maghreb, Mocro's, mob shit, Côte d'Ivoire
C'est pas la rue, la vraie, tu connais pas la capitale
C'est pas la rue, la vraie, tu connais pas les criminals
Numéro un, non parlo bene italien
Mi han trovato una Beretta, fra', ma non le altre tre
Dodici anni: una panetta, tredici anni: un chilo e me'
Quindici anni ai più grandi, lei la vendevo a ton père, eh (Eh)
Eh, no 3chiri, no khawa, dar beda casa bedawa
Sel3a, ketama, Mo-Momo che impenna in Yamaha
Calibro 9 da Taha, click-clack, bang
Chiedono solo di Baby Gang
Non so se tu mi hai capito, understand?
(Mocro Mafia, Baby Gang)
In questo contesto, uno dei tratti più caratteristici della produzione contemporanea è il mistilinguismo. Nei testi dei giovani rapper convivono e si intrecciano, spesso nel giro di pochi versi, dialetti, varietà regionali dell’italiano e numerose lingue straniere, tra cui soprattutto inglese, francese, spagnolo e arabo, insieme alle rispettive forme gergali e colloquiali.
Tra queste varietà, assumono particolare rilievo l’argot francese, slang usato dalle giovani generazioni come linguaggio in codice, e la darija, dialetto arabo parlato prevalentemente in Nord Africa, diffusa in Europa attraverso i processi migratori della diaspora maghrebina. Le combinazioni variano da artista ad artista: Baby Gang e Simba La Rue intrecciano italiano, arabo, francese, inglese e spagnolo; Kid Yugi e Rrari dal Tacco ricorrono spesso ai dialetti pugliesi; thasup mescola italiano, inglese e romanesco. Rhove, invece, fa un uso molto esteso del francese, pur non avendo legami familiari o di origine con questa lingua.
I gergalismi più ricorrenti rimandano soprattutto ai campi semantici del denaro e del lusso, della criminalità – dalla droga alle armi –, del territorio e delle relazioni, dagli amici alla gang fino ai rapporti di coppia. Attraverso questo lessico emergono alcuni temi centrali della produzione rap contemporanea, come il riscatto sociale, il benessere economico e l’autenticità.
Altri termini, soprattutto anglicismi, provengono invece dall’universo del gaming e dei social media.
Questa mescolanza di lingue non può essere interpretata esclusivamente come una scelta stilistica né ricondotta a una semplice imitazione dei modelli americani ed europei; una simile lettura ne trascurerebbe la complessità sociolinguistica.
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L’analisi dei testi mostra che ogni lingua impiegata risponde a specifiche motivazioni socioculturali e simboliche. Molti degli elementi linguistici presenti nei testi affondano le proprie radici nelle esperienze biografiche degli artisti, nelle loro traiettorie migratorie e nei contesti familiari e urbani in cui più lingue convivono quotidianamente.
In particolare, l’inglese, lingua d’origine della cultura hip hop e dominante, continua a essere il principale codice di riferimento identitario e generazionale. Allo stesso modo, lo spagnolo riflette la crescente popolarità delle sonorità latine e del mercato ispano-americano. Il francese e l’arabo, invece, rimandano alla forte presenza di rapper di origine magrebina, per i quali entrambe le lingue costituiscono risorse identitarie complementari: il francese, oltre a rappresentare un’eredità della storia coloniale in Nord Africa, richiama anche la tradizione del rap francese, che negli ultimi anni ha esercitato una significativa influenza sulla scena europea; l’arabo, invece, rafforza il legame con le radici culturali e familiari di molti artisti, e conferisce autenticità al loro posizionamento identitario. Nel complesso, queste scelte linguistiche riflettono una realtà sociale plurale e costruiscono legami simbolici tra comunità geograficamente distanti ma accomunate da esperienze di marginalità.
Un esempio emblematico è il lessico utilizzato per riferirsi al quartiere e agli spazi periferici: in questo caso è interessante osservare che uno stesso concetto venga espresso con parole provenienti da lingue diverse. Per indicare il quartiere, per esempio, i rapper usano gli anglicismi hood e block, i francesismi banlieue, quartier e zone, l’ispanismo barrio e l’arabismo houma. Non si tratta di semplici sinonimi: ciascuna parola richiama immaginari urbani condivisi e collega simbolicamente le periferie italiane a quelle di New York, Parigi, Casablanca o Barcellona; in tal modo, favoriscono forme di appartenenza che superano i confini nazionali.
Studiare il mistilinguismo della trap italiana significa, in definitiva, osservare uno degli spazi in cui il linguaggio giovanile contemporaneo evolve con maggiore rapidità.
È in questo laboratorio linguistico che le nuove generazioni sperimentano nuove pratiche espressive, rielaborano influenze provenienti da contesti culturali differenti e contribuiscono alla ridefinizione dell’italiano contemporaneo, introducendo forme linguistiche che spesso superano i confini della musica per entrare nell’uso quotidiano. È proprio da qui che muovono le prospettive di questo lavoro, in due direzioni.
Sul piano lessicografico, l’obiettivo è la raccolta dei forestierismi in un repertorio che, per ciascuna forma, valuti il grado di adattamento alla morfologia dell’italiano. Sul piano sociolinguistico, resta aperta la questione più ambiziosa: verificare, attraverso un futuro confronto con corpora di parlato giovanile spontaneo, se la trap agisca da veicolo di diffusione di queste forme o piuttosto da cassa di risonanza di usi già circolanti.